#RIBelleCiao! Una stanza tutta per noi

Relazione di Eliana Como, 2a assemblea nazionale di #RIBelleCiao! Milano 15.11.19

Il 23 novembre in piazza a Roma, contro la violenza sulle donne e contro la guerra. Con Havrin Khalaf, Ilaria Cucchi, Liliana Segre e Nicoletta Dosio nel cuore.

Dalla nostra prima assemblea, quella in cui abbiamo deciso di costruire il nostro spazio autonomo di #RIBelleCiao, sono accadute tante cose nel mondo, in particolare dal punto di vista delle donne, dei loro diritti e della loro libertà.

C’è una guerra contro le popolazioni curde del nord della Siria, in particolare contro l’esperienza femminista delle donne del Rojava. Erdogan non sta soltanto attaccando militarmente un territorio; sta tentando di affermare un modello di potere autoritario, nazionalista e oscurantista contrario a quella libertà, laicità e giustizia sociale che l’esperienza delle donne del Rojava rappresenta.

C’è un grande movimento di protesta in Cile contro le politiche di austerità che hanno reso in questi anni quella società una delle più diseguali al mondo, con un livello altissimo di ricchezza tutta concentrata nelle mani di pochi. Un movimento di protesta che è stato soffocato dalla repressione delle forze militari con una brutalità purtroppo già nota in quel paese, con notizie di violenze e stupri contro le donne che manifestano (leggi l’articolo: Que Viva Chile!)

C’è un colpo di stato in Bolivia, in questo caso per mano di una donna, ma che afferma, come Erdogan, una ideologia integralista, razzista e autoritaria. Non a caso Anez è entrata nel Parlamento dopo il golpe esibendo trionfalmente un enorme volume della Bibbia.

Ci sono a Gaza nuovi raid aerei fanno vittime quasi ogni giorno nel territorio in cui più è evidente la barbarie della guerra permanente, come in Afghanistan, Libia e Siria.

Da fine giugno, quando ci siamo viste a Torino, anche lo scenario politico italiano è un altro, con un nuovo governo, che all’epoca non potevamo immaginare, ma con lo stesso Presidente del Consiglio. Con l’unica buona notizia di non avere più Salvini al Viminale, ma senza un reale cambio di passo nella gestione della politica e un clima di misoginia e odio nella società e nei media purtroppo non molto diverso da quello di qualche mese fa. Certo, il decreto Pillon è chiuso in un cassetto, almeno per ora. Ma vive purtroppo nelle aule di tribunale, dove l’alienazione parentale è sempre più spesso esibita come argomentazione contro le donne.

Così come non è certo diminuito il fenomeno della violenza maschile contro le donne, con una media purtroppo costante di 1 femminicidio ogni 72 ore. Né tanto meno è cambiata la narrazione di questa violenza, fino allo squallido titolo del femminicidio di Elisa Pomarelli, quello del “gigante buono”. Titolo raccapricciante, tanto quanto è stata sconcertante l’omissione da parte di quasi tutti i media, almeno all’inizio, del fatto che Elisa fosse lesbica e avesse rifiutato il suo assassino. Come se, dentro a una narrazione già pessima della violenza a danno delle donne, ce ne fosse un’altra, ancora più discriminante, nei confronti delle donne lesbiche (come è anche per le prostitute, che non fanno nemmeno titolo quando vengono ammazzate). Come se non si potesse dire e nemmeno pronunciare la parola: lesbica! Tanto che persino lo spot in perfetto stile pinkwashing della Clio Renault in Francia (con il racconto di una storia d’amore tra due donne: vedi il video), in Italia è stato censurato dalla casa automobilistica e sostituito con quello di un ben più tradizionale e machista calciatore, di cui non chiedetemi il nome, perché volutamente lo ignoro.

Insomma, sono accadute tante cose da quando ci siamo viste l’ultima volta, ma non è cambiato il clima di odio nei confronti delle donne, in particolare contro coloro che resistono per affermare la libertà e l’autonomia di tutte.

Quando ho scritto il “non-intervento” per l’assemblea nazionale della Cgil del 5 ottobre, ho detto che non serve “avere le palle” citando esempi di donne coraggiose: Greta Thumberg, Carola Rackete, Marielle Franco e Megan Rapinoe, che da quel momento è felicemente diventata la nostra “immagine di copertina”. È passato appena un mese, eppure se dovessi rifarlo oggi quel discorso ne avrei da aggiungere tanti altri di nomi.

Primo tra tutti quello di Havrin Khalaf, trucidata a soli 35 anni dai miliziani di Erdogan. Ilaria Cucchi, che proprio ieri è finalmente riuscita, contro tutto e tutti, a far condannare i due carabinieri che ammazzarono il fratello a forza di botte. Liliana Segre, che a 90 anni fa ancora così paura. E infine, ma non certo per ultima, la nostra Nicoletta Dosio, una donna piccola piccola, eppure con un coraggio enorme, tanto da affrontare la prospettiva del carcere e dichiarare apertamente che non accetterà i domiciliari perché mai sarà la carceriera di se stessa. Una donna che per decenni ha lottato con coraggio contro la TAV, senza peraltro mai voler apparire come la prima donna di un movimento che ha continuato, anche grazie a lei, a essere collettivo.

Ma allora, mi sono chiesta: sono davvero le donne a essere più coraggiose degli uomini? Sì, anche, può essere. Ma è anche che sono le donne a essere più attaccate degli uomini e quindi a essere costrette a dimostrare enorme coraggio. Credete che Liliana Segre avrebbe ricevuto le stesse minacce, se fosse stata un uomo? O la stessa Ilaria Cucchi avrebbe ricevuto gli stessi impuniti insulti? O Greta Thumberg? Così come Marielle Franco è stata ammazzata dagli sbirri di Bolsonaro proprio perché troppo donna, troppo femminista, troppo lesbica, troppo radicale.

La verità è che, in tutto il mondo, la nostra libertà fa paura. Una parte della violenza contro le donne è determinata proprio da questo, non a caso molti dei femminicidi avvengono esattamente nel momento in cui le donne cercano di uscire dalla relazione con il loro assassino. Quando si lasciano, quando denunciano, quando vanno via di casa è esattamente il momento in cui riaffermano la loro libertà e spesso sono più a rischio.

È la libertà delle donne che fa paura. Nel Rojava e in Cile, come in tutto il mondo. Perché la libertà delle donne mette in discussione un intero sistema di potere, quello dell’eteropatriarcato.

Anche per queste ragioni saremo in piazza il 23 novembre alla manifestazione contro la violenza maschile contro le donne (leggi il nostro comunicato: Con le donne di tutto il mondo contro guerra e violenza. Il 23 in piazza Roma). Non mi risulta che a oggi la Cgil abbia aderito: è stata girata una comunicazione sulla partecipazione della Cgil a un convegno al Senato il 25 novembre contro la violenza contro le donne, ma non una adesione alla piazza del 23, come invece era accaduto, analogamente, per il movimento di Friday for Future. Mi auguro che nei prossimi giorni la Cgil aderisca e chiederemo che lo faccia, anche perché tante donne della Cgil saranno in piazza sabato.

#RIBelleCiao: come costruire la nostra stanza tutta per noi

A Torino abbiamo condiviso per la prima volta il bisogno di un nostro spazio, una stanza tutta per noi, dentro alla quale confrontarci sul merito, scardinare un po’ di pregiudizi e stereotipi (dentro la Cgil ma a volte anche al nostro interno) e sostenerci, anche tra diverse generazioni (cosa che spesso è complicata nei movimenti femministi e che invece a noi riesce benissimo). Ci siamo dette che questo nostro spazio lo avremmo costruito soltanto se e fino a quando lo avessimo voluto, senza costrizioni per nessuna, in modo autonomo e non come una appendice o un sottoinsieme dell’area. Quindi non necessariamente con le stesse logiche di funzionamento. E soprattutto che lo avremmo difeso da ogni possibile strumentalizzazione, da logiche politiche, di appartenenza o di posizionamento esterne ad esso.

Ci siamo dette che vogliamo uno spazio libero e non ingabbiato, come spesso invece avviene nei coordinamenti donne della Cgil, che a volte riproducono le stesse logiche di potere dell’intera organizzazione, anche nei confronti di chi, come noi, è in minoranza.

Ci siamo anche dette, sempre a Torino, che il nostro approccio è quello di un femminismo di classe, che non ci interessa, almeno non prioritariamente, il tema del potere delle donne o del cosiddetto tetto di cristallo, ma le condizioni di lavoro, di vita, il salario, le pensioni, gli orari, la salute delle donne che stanno sotto quel tetto.

E ci siamo anche dette che vogliamo costruire questo spazio in modo aperto con le altre donne, tanto della Cgil che del movimento di NUDM, dialogando con le une e con le altre, nel merito, senza settarismi, barriere o preconcetti. È quello che abbiamo provato a fare in occasione della manifestazione poi sospesa del 28 settembre. È quello che faremo il 23 novembre e poi ancora l’8 marzo. A proposito, non è ancora stato deciso se lo sciopero l’anno prossimo sarà solo l’8 (che è domenica) o anche il 9 (come giorno infrasettimanale). Se ne discuterà probabilmente nella assemblea del 24 novembre e anche in relazione a quanto deciderà il movimento internazionale. Per noi, soprattutto per quelle che lavorano nei settori più tradizionali (dalle fabbriche, alla scuola, a gran parte dei settori pubblici) è ovviamente auspicabile che lo sciopero caschi anche durante un giorno della settimana, normalmente di lunedì. Ma se invece si deciderà di farlo solo di domenica, vorrà dire che ci concentreremo sui settori che normalmente lavorano anche nei giorni festivi, dove pure siamo presenti e che sono molto femminilizzati, come la grande distribuzione commerciale. Spero che non sarà così, ma altrimenti sarà comunque una occasione per portare avanti le nostre rivendicazioni in questi settori e per far vivere in ogni modo l’idea dello sciopero contro la violenza che è anche sciopero dal lavoro produttivo, sebbene non soltanto.

E ci siamo dette, infine, che questo nostro spazio deve provare a essere il più possibile collettivo.

Ho ricapitolato, perché credo che oggi noi dobbiamo partire da qui e provare anche a essere un po’ operative. Dobbiamo provare credo a organizzare anche il nostro lavoro, magari per gruppi, su temi piuttosto che per territori o categorie. Decidiamolo. Ci siamo già dette a Torino quali sono alcuni dei temi che prioritariamente ci interessano. Io oggi dirò qualcosa di più sulla contrattazione, il salario e gli orari di lavoro. Ma c’è poi il tema della violenza, delle discriminazioni e delle molestie. Quello della sicurezza sul lavoro e delle malattie professionali. Quello delle pensioni e dello stato sociale. Altri, se ce ne vengono in mente. Capiamo come lavorare su questi temi in modo diffuso, anche perché io vorrei, lo dico apertamente, che questa fosse l’ultima volta che sono io a fare una relazione introduttiva. Magari perché ce ne sarà più di una o comunque perché non necessariamente sia io a farla e sia il nostro lavoro davvero il più collettivo possibile.

Lo dico perché ci tengo davvero a questo. Proviamo oggi a uscire con un percorso di lavoro che ci permetta di costruire insieme una gestione il più possibile collegiale.

La contrattazione di genere è soprattutto una buona contrattazione nazionale

Io mi prendo lo spazio, oggi, per iniziare a approfondire un tema, che probabilmente è anche quello centrale e quello con cui forse ci troveremo a confrontarci anche con le altre compagne della Cgil, cioè quello della contrattazione.

Ha senso parlare, come si fa nella Cgil, di contrattazione di genere? Certo, per una ragione precisa: la legislazione italiana spesso, anche quando è positiva dal punto di vista formale, non è poi capace di superare nei fatti le discriminazioni indirette. Faccio un esempio: per la legge, un uomo non può essere pagato più di una donna, eppure questo accade per tutta una serie di ragioni non scritte, in quanto tali più difficili da risolvere soltanto con un intervento legislativo. Per questo serve, eccome, una contrattazione di genere. Serve cioè uno strumento, oltre alla legge, in grado di rispondere alle dinamiche reali del mercato del lavoro, in un dato settore o in una data categoria.

Quindi, sì, serve la contrattazione di genere. A patto, però, che non sia come invece spesso viene intesa, cioè un “fiocchetto rosa” nelle piattaforme. E a patto che non sia esclusivamente indirizzata al tema della conciliazione, dando quindi per assodato che questo è un problema delle donne e esclusivamente loro (peraltro quasi sempre declinato soltanto sulla cura dei figli e assai meno sul lavoro di cura in generale, anziani compresi). E a patto di non considerare la contrattazione di genere soltanto al secondo livello, di fatto possibile soltanto nelle aziende più grandi e in quei settori che la fanno (per esempio, escludendo praticamente interi settori molto femminilizzati dove la contrattazione è scarsissima, come la grande distribuzione e gran parte dei servizi di cura).

Per me contrattazione di genere dovrebbe essere, per esempio, rafforzare il più possibile l’aumento del salario al primo livello, quello del contratto nazionale, perché il salario al secondo livello, quello aziendale, laddove è contrattato (e tanti settori ne sono esclusi) è poi legato alla produttività, spesso persino alla presenza, alla discrezionalità dei dirigenti (ormai anche nei settori pubblici), quando non è invece completamente nelle mani del datore di lavoro, attraverso i superminimi individuali e lo straordinario. Sono tutti elementi che aumentano le disuguaglianze, in particolare tra uomini e donne (oltre che tra nord e sud del paese).

Altrettanto, per me sarebbe contrattazione di genere, se nei ccnl provassimo a ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Oppure se introducessimo vincoli al part time involontario nei settori dove il problema non è lavorare troppo ma troppo poco, come la grande distribuzione (con effetti tanto sui salari che sulle future pensioni). O se introducessimo limiti alla flessibilità e allo straordinario, invece che liberalizzarli ovunque come sta accadendo. Così come sarebbe contrattazione di genere limitare o rendere molto oneroso il lavoro domenicale e festivo.

E sarebbe contrattazione di genere impedire la contrattazione del welfare contrattuale, difendendo invece quello pubblico e universale, che è condizione stessa della possibilità per tutte e tutti di conciliare lavoro produttivito e riproduttivo, e che invece in Italia è particolarmente carente, anche rispetto alle medie europee (sia per quanto riguarda i servizi all’infanzia, sia per l’assistenza alla non autosufficienza, gravemente assente anche da questa finanziaria).

Certo, c’è poi una contrattazione di genere che dovrebbe riguardare specificamente la condizione di maternità e paternità, per esempio aumentando i periodi di copertura del congedo facoltativo e aumentandone l’indennità, garantendone una maggiore fruizione da parte dei padri e aumentando anche il congedo di paternità vero e proprio, che resta ancora molto basso rispetto ad altre esperienze europee. E dovremmo anche provare, attraverso la contrattazione nazionale, a limitare la vergognosa norma che ha introdotto la “possibilità” di lavorare fino al nono mese di gravidanza. Va bene che Susanna Camusso dica ogni volta che può che questa è una norma che rischia di lasciare le donne sole di fronte al ricatto dei datori di lavoro, ma anche meglio sarebbe se almeno ci provassimo a inserirla nelle nostre rivendicazioni. Invece non c’é in nessuna piattaforma rivendicativa di quelle fin qui presentate (spero di essere smentita, ma temo di no).

In fondo, quindi, la contrattazione di genere dovrebbe essere, secondo me, soprattutto una “buona contrattazione nazionale”, che tutelando il più possibile tutte e tutti a livello nazionale, riduce le disuguaglianze e migliorando le condizioni di chi è più debole (spesso le donne) migliora di fatto le condizioni di tutti. È spesso la direzione esattamente contraria a quella che sta portando avanti la Cgil. Molto più facile, non c’è dubbio, contrattare commissioni pari opportunità, osservatori o protocolli di intesa che restano però quasi ovunque lettera morta nonostante le belle intenzioni. A proposito, contro molestie e violenze non c’é che una soluzione: bisogna riconquistare gli strumenti contro il ricatto nei posti di lavoro. In epoca di precarietà, Jobs act e manomissione dell’articolo 18, non c’è protocollo di intesa contro le molestie che tenga. Ne possiamo firmare ovunque, uno in ogni azienda, ma senza potersi difendere dal licenziamento non è che carta straccia.

Altrettanto sul tema della salute e della sicurezza. Il problema non è soltanto come declinare per uomini e donne i rischi e le norme di sicurezza (cosa che si fa assai poco nella pratica, a partire dai DPI). C’è un tema a monte che è quello del controllo della prestazione di lavoro, dei ritmi e dei movimenti, in generale della ergonomia del lavoro. Tema che non è lo stesso per uomini e donne, perché i nostri corpi sono diversi, anche soltanto perché siamo più piccole di fronte a un banchetto di lavoro o a una catena di montaggio. Eppure, nelle condizioni di ricatto date, nei posti di lavoro è già tanto se i delegati e i lavoratori riescono a far rispettare le norme minime di sicurezza. Figuriamoci se riescono a controllare il processo di lavoro, i movimenti, l’organizzazione e i ritmi. Con buona pace della salute dei corpi di tutti, a partire da quello delle donne.

Infine, sul tema delle pensioni, che evidentemente è un tema enorme, su cui mi limito soltanto a due considerazioni. Perché le donne, che pure vanno in pensione un anno prima con l’anzianità (41.10 invece che 42.10), non hanno la stessa condizione per accedere alla pensione per i precoci nei casi di lavoro particolarmente gravoso, come per esempio la catena di montaggio (41 sia per gli uomini che per le donne). È come se si ammettesse che questa condizione (la fatica di alcune mansioni) riguarda soltanto gli uomini, a cui quindi si concede “uno sconto di pena” di un anno e 10 mesi, per le donne molto meno.

E perché la stessa Cgil continua ad accettare il meccanismo penalizzante di opzione-donna. O ancora, a chi è venuto in mente di formulare come nostra proposta un meccanismo per cui le donne possono andare in pensione prima in base al numero dei figli! Francamente, dubito che, per ben altre ragioni (a cominciare dalla mancanza di mobilitazione), si aprirà mai con questo governo una discussione per rivedere davvero la legge Fornero. Certo, che se la proposta della Cgil è questa, intrisa di una visione cattolica di cui davvero non abbiamo bisogno, c’é quasi da sperare che, almeno su questo, non ci diano retta.

Chiudo soltanto dicendo che questo nostro spazio è una delle cose di cui vado più orgogliosa e spero sia altrettanto per tutte. Abbiamone quindi cura e proseguiamo in questo nostro confronto. In fondo, fin qui abbiamo già due cose da festeggiare: la prima è stata la sentenza che ha dato ragione a Loretta e a Cinzia contro quel delegato-Rls della Fiom che le aveva offese con insulti sessisti (leggi qui). La seconda, più bella ancora, la notizia proprio ieri della sentenza di reintegro della nostra Maura (leggi qui).

Eliana Como

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