Un altro genere di sindacato. Senza palle!

Foto di Alessandra Tarantino.

Purtroppo questo intervento Eliana non ha potuto farlo. Le è stato detto di NO. Avrebbe potuto intervenire una nostra delegata ma non lei (peraltro solo di una categoria che avevano deciso senza nemmeno coinvolgerci). La ragione è pretestuosa, tanto più in una assemblea di donne. E sottovaluta che alla maggior parte di noi non era nemmeno stato detto dai relativi territori che ci sarebbe stata l’assemblea. Solo in poche avremmo potuto avere l’agibilità per esserci. Anche per questo avevamo deciso che, se fosse intervenuta una di noi, sarebbe stata lei. Per questo in tante, nei giorni scorsi, abbiamo scritto a Susanna Camusso per chiederle che potesse intervenire lei a nome di tutte noi. Non è bastato. E a quel punto, nessuna di noi sarebbe stata disposta a prendere quello che collettivamente avevamo deciso sarebbe stato il suo posto. Per questo, nessuna è intervenuta. Ne prendiamo atto, pubblicando comunque l’intervento che avrebbe fatto Eliana. E augurando, comunque, buona assemblea alla donne che parteciperanno. SENZA RANCORE, ma con profonda delusione.

#RIBelleCiao!

L’intervento che Eliana non ha potuto fare.

Scommetto che è capitato anche a voi tante volte: quando per dirti che sei stata brava, ti dicono “hai proprio le palle!” Ogni volta che mi succede, resto interdetta e non so mai cosa rispondere: perché mi viene detto come un complimento, lo so, però al tempo stesso mi pare che mi stia togliendo qualcosa.
Perché non ho le palle e francamente nemmeno le vorrei. E soprattutto non penso che servano per fare la sindacalista o la delegata. Siamo più forti ad ammettere le nostre incertezze e le nostre paure, se ne abbiamo. Gli uomini non lo fanno quasi mai.
Non ci crede nessuno, ma io ho quasi sempre timore prima di intervenire, chi mi conosce lo sa. Ammetterlo non credo mi renda meno coraggiosa. Anzi.
E poi perché avere le palle dovrebbe essere sinonimo di coraggio. A me pare invece che tutti gli esempi di coraggio in questo periodo li stiano dando proprio le donne, da Greta a Carola Rackete, fino a Marielle Franco assasinata dai sicari di Bolsonaro. Fino, passatemelo, alla capitana Megan Rapinoe, che ha mandato al diavolo Trump e trasformato una partita di calcio in un messaggio contro il razzismo, l’omofobia e le discriminazioni salariali. Così, con i suoi capelli fucsia e senza bisogno di avere le palle!

Dico questo perché secondo me dobbiamo RIBellarci agli stereotipi. Anche tra di noi, per costruire un nostro approccio autonomo e non doverci per forza omologare a quello degli uomini. Per me, anche questo significa “un altro genere di sindacato”.

E per questo dobbiamo discutere di come rendere questa organizzazione un posto in cui ogni donna e ogni delegata stia meglio, a partire dai pregiudizi appunto, ma anche dai tempi della nostra attività che molto spesso ci autoescludono a meno di non decidere di sacrificare tutto il resto, come se fare sindacato dovesse essere un cilicio da indossare (a proposito di stereotipi machisti e nichilisti). Per me è essenziale costruire un nostro spazio autonomo e autodeterminato. Non mi interessa tanto quante segretarie abbiamo (almeno non prioritariamente) o quante ne potremo avere se poi quelle donne non esprimeranno un punto di vista autonomo come donne. Per questo avrei preferito che questa assemblea non la concludesse un uomo. I nostri compagni fanno bene esserci, perché questa discussione riguarda anche loro, ma secondo me dovrebbero essere qui a ascoltare, magari a portare un saluto, non a concludere (vedi su questo il nostro comunicato). Noi dobbiamo rivendicare il nostro spazio, il nostro diritto a autodeterminarci, il nostro protagonismo. Per poi, certo, contaminare l’intera organizzazione.

Sul merito. A me interessa soprattutto la condizione di quel 99% di donne che stanno ben al di sotto del tetto di cristallo: i loro orari di lavoro (troppo lunghi per qualcuna troppo corti per le altre), i bassi salari, gli inquadramenti, i ritmi, il tema delle malattie professionali, dello stress e della sicurezza (quasi mai o molto poco è declinato al femminile, persino nella dotazione dei DPI).

Mi interessa la fatica di tenere insieme il lavoro produttivo con quello di cura, la fatica di lavorare fino a 67 anni. E su questo, non condivido nemmeno un po’ che la nostra proposta sulle pensioni delle donne sia di andare in pensione un anno prima per ogni figlio. Ma davvero il lavoro di cura, le discriminazioni delle donne nei percorsi di lavoro, la stessa genitorialità si riducono ad “avere figli”. Vi prego, consideriamo le donne in quanto donne e lavoratrici, non in quanto mamme. Lasciamo ad altri questa visione, siamo fin troppo costrette da pregiudizi eteropatriarcali.

E mi interessa il tema delle molestie, delle insinuazioni, delle discriminazioni, già a partire dai colloqui di lavoro, come ha ricordato Susanna qualche giorno fa: ti assumo se non sei findanzata. Ti assumo se sei carina, che tu debba fare la commessa, l’estetista, persino la cantate lirica, che tu hai studiato 10 anni prima di arrivare a quella audizione, ma non importa mica che tu sia brava, NO, devi essere prima di tutto carina. Per avere il posto, o per farti rinnovare il contratto, o persino per fare carriera.

E sul tema della contrattazione di genere, io non penso che ci sia tanto da inventare:
– per me è contrattazione di genere soprattutto la scelta di tutelare e far crescere il salario al primo livello (dove è uguale per tutti e tutte), e non demandarne la crescita al secondo livello, che in acuni tra i settori più femminilizzati nemmeno esiste o esiste molto poco, (come purtroppo la grande distribuzione commerciale) e dove comunque prevale la discrezionalità, la produttività, i premi presenza, quando non unilateralmente lo straordinario o i superminimi individuali. Tutti fattori che contribuiscono ad aumentare le differenze;
– è contrattazione di genere il contrasto alla flessibilità degli orari di lavoro, perchè si riduce a lavorare quando serve di più alle imprese. E il contrasto al lavoro domenicale e festivo, a partire dai ccnl;
– è contrattazione di genere quando riduciamo l’orario di lavoro. Quando tuteliamo la legge 104 da ogni possibile ogni deroga e se proviamo nelle piattaforme a bloccare quella norma odiosa approvata dal precedente governo per cui le donne “possono” restare al lavoro fino al 9 mese di gravidanza;
– è contrattazione di genere quando difendiamo il welfare pubblico e universale per tutte e tutti, lavoratrici e pensionate, non quando lo contrattiamo per pochi nei contratti nazionali.

E sarebbe, prima ancora che ogni altra cosa, contrattazione di genere riconquistare l’articolo 18 e abrogare il jobs act. Possiamo scrivere tutte le convenzioni e i buoni propositi che vogliamo contro le molestie, ma se permangono queste condizioni di ricatto, nessuna di noi è libera.

Lo so anche io che mica è semplice. Bisogna lottare per ottenerlo, dobbiamo RIBellarci! Non basta mica chiederlo. Ma anche per questo penso che dovremmo intrecciare le nostre rivendicazioni con quelle del movimento femminista di NUDM, a partire dallo sciopero dell’8 marzo (se abbiamo la volontà, abbiamo tutto il tempo per prepararlo, come prepariamo ogni sciopero).

Guardate, io non ho condiviso la decisione di sospendere la mobilitazione del 28 settembre contro Pillon, secondo me avremmo fatto bene a tenere quella data come giornata di mobilitazione sull’aborto sicuro, visto che tanti presidi erano già in campo. Ma aldilà di questo, credo che di una cosa le donne in questo paese possono andare fiere: di tutti i disegni di legge odiosi del precedente governo, soltanto uno non è passato, se non altro perché via via rimandato, il dl Pillon. E se questo è accaduto è stato anche grazie anche alle nostre mobilitazioni e alle lotte del movimento.

Tanto più per questo, per quanto so che non sia facile, ma credo che con il movimento di NUDM, pieno di giovani e di giovanissime, per noi sia essenziale costruire un legame di reciproco rispetto e reciproca contaminazione. Ben più e meglio di quanto la Cgil NON abbia fatto finora…

Eliana Como

Avrei dedicato questo intervento alle mie compagne Cinzia e Loretta, delegate della Electrolux di Forlì, che sono dovute arrivare fino al Tribunale, affinché venisse sanzionato un delegato Rls Cgil che, in fabbrica, aveva rivolto loro frasi sessiste, che solo per decenza non ripeto. La commissione di Garanzia Nazionale della Cgil aveva minimizzato il fatto con un rimprovero scritto. Ed è stato un avvocato della Cgil a difendere il delegato in Tribunale. Alla fine, il giudice ha dato a Cinzia e Loretta la ragione che meritavano. Tutta la Cgil dovrebbe però riflettere a lungo su questa brutta vicenda… E.C.

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