Sullo sciopero del 17 maggio

Un’intesa sbagliata. Dopo la firma nella notte tra il 23 ed il 24 aprile, come area sindacale ci siamo impegnati nei luoghi di lavoro e negli organismi dirigenti della nostra organizzazione, per sottolineare i limiti evidenti di quell’intesa sul piano contrattuale (un aumento ingabbiato dall’IPCA e, solo per la scuola, da una logica di valorizzazione professionale), sulla reale stabilizzazione dell’attuale precariato (sostanzialmente solo per la scuola, solo una tantum in prima attuazione, con un meccanismo ancora poco chiaro e senza reali garanzie per la maggior parte dei precari), sul suo significato politico complessivo (un regalo all’attuale governo in cambio di semplice promosse, nel suo momento più difficile ed a poche settimane dalle elezioni europee: non a caso il primo a salutarla è stato Salvini). Alcune indiscrezioni di stampa danno oggi per probabile (se non certa) la chiusura oggi pomeriggio di un accordo conseguente all’intesa su aumenti salariali e stabilizzazioni: vane speranze, dato che con il DEF appena votato (proprio subito prima del 24 aprile), le risorse a disposizione sia per garantire anche solo gli aumenti legati IPCA, sia per un’ampia stabilizzazione degli oltre 50mila precari con almeno 3 anni di insegnamento alle spalle, semplicemente non ci sono.

Soprattutto, abbiamo sottolineato come l’intesa sia particolarmente vaga sulla questione dell’autonomia differenziata: si affermano solo una serie di principi generali sull’unità culturale dei sistemi nazionali, sul ruolo del CCNL, su un sistema unitario di reclutamento e sull’unitarietà dei curricola che sono spesso contenuti proprio nelle intese sottoscritte da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna con la delegazione del governo. Quei principi astratti e quelle parole non sono minimamente in grado di fermare il processo di regionalizzazione proposto, non toccando organici, differenziazione nei salari, flessibilità negli orari e nei compiti di lavoratori e lavoratrici che potranno quindi esser diversi nelle diverse regioni, modificando di fatto strutture e funzioni dei sistemi di istruzione e ricerca, smantellando i relativi sistemi nazionali.

Non a caso proprio poche ore prima di sedersi al tavolo in cui si è firmata quell’intesa, nelle stanze del MIUR si è chiusa la bozza di un decreto sull’università (proposto alla CRUI), che attuando l’art 1 comma 2 della legge 240/2010 (la cosiddetta riforma Gelmini) rilancia un’autonomia potenziata solo di alcuni Atenei, proprio nel quadro di quella regionale, creando di fatto una vera serie A delle università d’eccellenza (in grado di fare chiamate dirette e di negoziare individualmente salari e orari di lavoro con i proprio docenti). Smantellando quindi definitivamente il sistema universitario nazionale. A dimostrazione ulteriore di come gli impegni previsti dall’intesa del 24 aprile sulla salvaguardia dei sistemi nazionali di formazione e ricerca siano scritti sulla sabbia.

Per questo, in tutte queste settimane abbiamo continuato a ritenere sbagliata la sospensione dello sciopero del 17 maggio, che regalava al governo, in cambio della promessa di un piatto di lenticchie, la garanzia di non scontrarsi per diversi mesi con resistenze e movimenti nelle scuole e nelle università sulla questione della regionalizzazione. A causa della lunga pausa estiva, infatti, ogni mobilitazione sarà inevitabilmente rimandata in autunno, in condizioni ed in tempi più difficili. Certo, sappiamo che nelle scuole e nelle università solo in questi ultimi mesi stava salendo l’attenzione sull’autonomia differenziata e sui rischi della regionalizzazione: proprio la mobilitazione in vista dello sciopero del 17 maggio, le assemblee e le discussioni tra i delegati/e RSU e nei singoli istituti, aveva iniziato a scuotere la categoria. Proprio la sospensione dello sciopero rischia allora di sommergere questo innesco e di render più difficile domani la ripresa di una mobilitazione. Lo abbiamo detto nelle riunioni dei direttivi, negli attivi e nelle assemblee a cui abbiamo partecipato: non ultimo, alla riunione del direttivo nazionale FLC del 3 maggio 2019.

Nelle scuole, nelle università, nella FLC non sono mancate in queste settimane prese di posizione, critiche e dissensi anche molto più ampi dei nostri. Rispetto ad alcuni contenuti dell’intesa (in particolare sull’autonomia differenziata) e rispetto alla scelta di sospendere lo sciopero. Da Torino a Milano, dal Veneto alle Marche, dalle Puglie alla Toscana. Diverse associazioni e movimenti hanno espresso pubblicamente critiche e hanno ripetutamente chiesto la conferma dello sciopero del 17 maggio. Crediamo che questo percorso non vada disperso e vada investito nel proseguire la mobilitazione, davanti ad un processo di regionalizzazione che rischia di esser rilanciato con maggior forza e determinazione dopo l’eventuale vittoria della Lega alle prossime elezioni europea (ed i successivi inevitabili assestamenti politici e di governo).

Per questo, allora, ci auguriamo che lo sciopero di domani, 17 maggio 2019, veda la maggior partecipazione possibile di lavoratori e lavoratrici della scuola, dell’università, degli enti di ricerca e anche degli Afam. Uno sciopero sostenuto da alcune associazioni e movimenti, confermato in particolare da alcuni sindacati di base. Ce lo auguriamo perché, al di là dei suoi immediati risultati, possa segnare l’inizio di una reale mobilitazione dell’istruzione e di tutto il mondo del lavoro. Una lotta contro una regionalizzazione sostenuta purtroppo non solo e non semplicemente dalla Lega o da qualche governatore, ma da un ampio e articolato fronte politico ed imprenditoriale (al nord ma non solo). Un processo che rischia di smantellare diritti e servizi universali, colpendo il salario sociale di tutti/e e favorendo anche la divisione del lavoro e la progressiva evaporazione del contratto nazionale di lavoro. Una mobilitazione che, in ogni caso, dovrà esser ripresa e approfondita nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, sin dall’inizio del nuovo anno scolastico.

#Riconquistiamotutto nella FLC

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