Istruzione e ricerca. Un’intesa scritta sull’acqua. Uno sciopero che non s’aveva da fare.

Una prima riflessione sull'intesa siglata questa mattina dai principali sindacati di categoria dell'istruzione e ricerca.

Apprendiamo dai media che questa mattina, “dopo una serrata notte di trattative” con Conte (presidente del Consiglio) e Bussetti (Ministro dell’istruzione), i principali sindacati di categoria dell’istruzione e della ricerca (FLC CGIL, CISL FSUR federazione UIL Scuola RUA, SNALS Confsal, Gilda-Unams) hanno firmato col governo un’intesa.

Non conosciamo ancora il testo, siglato alle prime luci dell’alba. Lo commenteremo nel dettaglio quando lo avremo. Le anticipazioni di stampa ed i comunicati sindacali ne riportano comunque i punti che appaiono principali:

Autonomia differenziata. Sotto un titolo emblematico (“La scuola del Paese”), anche perché fa riferimento solo alla scuola e non alle altre strutture del settore istruzione e ricerca, il governo “si impegna” a salvaguardare l’unità del sistema nazionale di istruzione, con un sistema uniforme di reclutamento di docenti e personale ATA (amministrativo, tecnico e ausiliario), uno stato giuridico governato dal contratto nazionale di lavoro e ordinamenti statali. Non si dice nulla, apparentemente, sui finanziamenti e sugli organici [che potranno esser quindi differenziati nei territori, sulla base delle autonomie rafforzate richieste dalle Regioni]. Vedremo il testo.

Rinnovo del contratto. Le parti concordano sulla necessità di avviare quanto prima gli incontri per giungere al rinnovo. Il governo cioè si impegna a reperire maggiori finanziamenti per un duplice obiettivo: recuperare, nel corso del prossimo triennio, la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni [cioè, arrivare al 4,1% di aumento degli stipendi, quanto richiesto da CGIL CISL e UIL nelle linee guida di febbraio; cioè recuperare solo quanto previsto dall’indice IPCA: l’inflazione depurata dai prezzi energetici] e poi [poi temporale o poi nella struttura del salario, cioè prevedendo voci variabili ed eventuali?] avvicinare i salari a livello europeo.

Lotta al precariato. Gli oltre 150mila precari che rimangono nel sistema dell’istruzione pubblica vedono la vaga promessa, per quelli che hanno già maturato almeno 36 mesi di supplenza nella scuola statale, di un concorso “semplificato” o dell’ennesimo percorso abilitante e selettivo. Quindi, anche qui, le promesse sulla stabilizzazione del posto di lavoro riguarderanno solo il personale docente della scuola (con qualche generica promessa di “valorizzazione” del personale ATA).

Università, ricerca e Afam. Per gli altri settori, il governo, si è impegnato a consentire una maggiore flessibilità nell’utilizzo del salario accessorio e ad incrementare il personale che svolge attività di ricerca e didattica [qualcosa di più vago di questo, realmente sembra davvero difficile scriverlo].

Quello che appare evidente è che è un’intesa tutta politica. Una serie di ripetuti impegni, senza scadenze precise od orizzonti temporali certi. Parole. Non c’è un solo provvedimento immediatamente applicabile od esigibile. Ed allora, ci domandiamo il senso di questa intesa.

Nelle scorse settimane, finalmente, era stato proclamato uno sciopero per il prossimo 17 maggio, che aveva al centro la regionalizzazione, oltre che il precariato ed il rinnovo del contratto (meno di 40 euro nel triennio le risorse previste in Legge di Bilancio). Aveva al centro la regionalizzazione, perché le intese siglate da questo stesso governo con alcune Regioni prevedevano la differenziazione delle fonti di finanziamento, la loro gestione diretta degli organici, la possibilità di modificare impegni del personale e curricola degli studenti. Cioè, nel quadro di una proposta di regionalizzazione dei principali diritti ed i servizi universali (sanità, trasporti e appunto istruzione), si definiva un processo in cui il sistema nazionale veniva frammentato nei diversi territori, moltiplicando disuguaglianze e smantellando definitivamente una componente centrale del cosiddetto salario sociale di tutti i lavoratori e le lavoratrici di questo paese (secondo i dettami di Draghi nel 2012, che annunciava la fine del sistema sociale europeo).

Uno sciopero che, non casualmente, aveva visto la convergenza di un ampio fronte (non solo le categorie di CGIL CISL e UIL, non solo Snals-Confsal e Gilda-FGU, ma anche Cobas e Unicobas) ed era sostenuto da un altrettanto ampio insieme di movimenti e associazioni (“Per la scuola della Repubblica”, ACLI, AIMC, ANDDL, ASSUR, CIDI, MCE, UCIIM, IRASE, IRSEF IRFED, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, CESP, Associazione “Unicorno-l’AltrascuolA”, “Appello per la scuola pubblica”, Autoconvocati della Scuola, Gruppo No Invalsi, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500, Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu). Un percorso unitario e inclusivo, che aveva intrecciato l’azione delle organizzazioni sindacali con l’iniziativa di comitati e coordinamenti, in grado quindi di coinvolgere non solo l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici della conoscenza, ma anche il mondo del lavoro e la società nel suo complesso. Costruito a partire da un appello unitario contro la regionalizzazione dell’istruzione.

Questo sciopero aveva un significato politico generale. Avrebbe potuto segnare, come nel 2015 con Renzi, l’inizio della costruzione di un contrasto di massa a una politica antipopolare, contro il lavoro e contro i servizi universali. Sviluppando una mobilitazione ed una lotta contro questioni al contempo generali e molto concrete (i diritti universali, i sistemi nazionali di welfare, il contratto nazionale, la stabilizzazione dei precari), avrebbe potuto segnare una prima rottura di massa con un governo reazionario, proprio quando stanno emergendo le sue contraddizioni e le sue incapacità.

Lega e 5 stelle si sono subito mosse in ogni modo per fermare questa dinamica, nel pieno del loro reciproco scontro e a poche settimane dalle elezioni Europee. Ed allora, si arriva a questa intesa politica.

Ma quale concretezza e credibilità potranno mai avere gli impegni di un governo segnato questa stessa notte dalle urla di Conte in Consiglio dei Ministri e dalla minaccia di Salvini di chiudere tutto dopo le europee? Il paese è oramai entrato in recessione, nel quadro di una lunga crisi mondiale che sta nuovamente emergendo in Europa, come in Cina e negli Stati Uniti. Questo governo, dopo un improbabile Legge di Bilancio piena di promesse e spese elettorali dall’impianto truffaldino (da quota 100 al reddito di cittadinanza), si trova di fronte all’aumento dell’IVA, la crescita dalla cassa integrazione e le imposizioni Europee su un debito pubblico in espansione. Non a caso nel DEF, approvato proprio poche settimane fa, nessuna particolare risorsa è destinata ai contratti pubblici ed anzi, sul settore istruzione e ricerca, sono previsti ulteriori tagli e contenimenti di spesa. Quale credibilità possono avere, in questo quadro, una serie di impegni senza nessuna sostanza apparente?

E soprattutto, la prospettiva della regionalizzazione è sostenuta da una spinta strutturale. Non è semplicemente una proposta ideologica di questo partito o quel governatore. Non a caso è ampiamente sostenuta in alcuni territori, dal centrodestra al centrosinistra, da Confindustria a diversi soggetti sindacali subordinati agli interessi dei propri sistemi produttivi. Quale forza potrà mai avere, contro questa pressione, un semplice impegno di questo governo, che per di più non sembra toccare finanziamenti ed organici?Alle prossime elezioni europee, il 26 maggio, la Lega si prepara a ricevere una vera e propria investitura popolare (se raggiungerà e supererà il 30% dei voti). In quel quadro politico, inevitabilmente la regionalizzazione diventerà il perno di una nuova politica di governo.

Davvero si pensa che l’ennesima intesa preelettorale, questa semplice intesa notturna firmata a Palazzo, sia in grado di arginare questo processo? Noi non lo pensiamo. E siamo però convinti, nel contempo, che sospendere ora questo sciopero (di fatto cancellandolo, essendo ai primi di maggio, a poche settimane dalla sospensione estiva) avrà pesanti conseguenze. Da una parte, blocca nel pieno della preparazione dello sciopero l’attivazione dei lavoratori e delle lavoratrici del settore, scompagina l’ampio fronte di lotta che si è faticosamente costruito negli scorsi mesi, impedisce che intorno all’istruzione si sviluppi e si saldi una mobilitazione generale (stimolando e coinvolgendo le confederazioni, a partire dagli altri settori colpiti, sanità e trasporti). Dall’altra consolida il governo ed il suo profilo reazionario proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno, quando la merda si stava avvicinando pericolosamente alla testa.

Questa intesa scritta sull’acqua, vaga ed inesigibile, è allora un grave errore ed una pesante responsabilità. Contro questa intesa, per riprendere, riallacciare e ritessere un percorso di mobilitazione ed uno sciopero, ci batteremo con tutta la determinazione possibile nella nostra organizzazione sindacale e nei posti di lavoro. Augurandoci in ogni caso la conferma dello sciopero del 17 maggio e lo sviluppo di ulteriori mobilitazioni. Prima di esser nuovamente travolti da questa onda reazionaria che vuole smantellare tutti i principali diritti e servizi universali. E ci auguriamo quindi che nei posti di lavoro, nei percorsi delle associazioni e dei coordinamenti, nella discussione e nel contrasto a questa intesa, si possa riallacciare e ritessere una mobilitazione il prossimo autunno, quando emergerà con evidenza l’inconsistenza degli impegni oggi promessi dal governo.

Riconquistiamotutto nella FLC

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