Cd cgil: … lost in translation (persi nella traduzione).

Un resoconto ed alcune riflessioni sul direttivo nazionale Cgil del 3 ottobre.

Martedì 3 ottobre si è riunito il Direttivo nazionale CGIL. Tre i punti politici che hanno segnato la discussione (oltre alla proposta di commissariamento di due strutture di categoria territoriali, su cui come al solito abbiamo votato contro da soli, e alcune sostituzioni, tra cui quella di Carlo Carelli, di cui abbiamo già dato conto): autonomie regionali, mobilitazione sulle pensioni e Catalogna.

1. AUTONOMIE REGIONALI. Era la discussione centrale, su cui il direttivo era stato annunciato da tempo (da prima dell’assemblea generale di Lecce, a metà settembre). Il 22 ottobre, da molti mesi, sono convocati i due referendum consultivi in Lombardia e Veneto. Due proposte leggermente diverse, ma convergenti nel rilanciare processi di federalismo rafforzato anche in materia di stato sociale (raccolta delle risorse, spesa pubblica, gestione dei servizi collettivi).

La CGIL non aveva ancora assunto una posizione (nonostante le ripetute sollecitazioni, anche da parte nostra, neu Direttivi nazionali di categoria e nell’AG a Lecce). La riunione a soli venti giorni dalla scadenza, dopo che sul territorio si erano espressi a favore anche alcuni dirigenti CGIL, ci faceva temere difficoltà e titubanze a schierarsi (come era già avvenuto per il referendum costituzionale del 4 dicembre scorso). Non è stato cosi. Non è stato il referendum del 22 ottobre né il problema, né in fondo il principale argomento di discussione.

L’introduzione della segreteria generale è stata molto lunga, quasi confusiva. Non ha affrontato direttamente la proposta referendaria, o il quadro politico e sociale in cui si colloca. Piuttosto ha offerto una ricostruzione complessiva delle posizioni della CGIL nei confronti delle autonomie (regionali e non), in particolare dagli anni novanta in poi. Dal contrasto, anche con mobilitazioni e cortei, alle ipotesi della Lega negli anni novanta (che avevano una presa anche tra lavoratori e lavoratrici, persino tra gli iscritti CGIL), ai dubbi sulla riforma dell’articolo V del 2001, al contrasto della riforma berlusconiana del 2005, sino all’opposizione al referendum del 4 dicembre “anche per il suo profilo centralista nei confronti delle autonomie”. Un quadro articolato, da cui emergeva da una parte l’appoggio alle autonomie locali (regioni, città metropolitane, comuni e provincie), dall’altro l’attenzione alla difesa dei diritti sociali universali (a partire da LEA e LEP realmente garantiti in tutto il territorio nazionale). Un quadro in cui sembrava sfumare il confronto referendario prossimo venturo, anche se veniva sottolineato il profilo poco costituzionale dei quesiti, la loro sostanziale inutilità e la minaccia ai diritti sociali sottesa alla loro formulazione.

Il successivo dibattito ha messo in chiaro il vero punto di confronto nella CGIL. Sui referendum in Veneto e Lombardia infatti quasi tutti si sono espressi contro, anche per assumere pubblicamente una posizione contraria, alcuni persino valutando l’opportunità del non voto (il boicottaggio di una consultazione farlocca, inutile e dal sapore reazionario). Il dibattito invece si è concentrato su un altro aspetto: la valutazione della CGIL sul rapporto tra centro e periferia, a partire da tutte le proposte di autonomia rafforzata oggi in campo. Il riferimento esplicito è stato alle richieste provenienti da due regioni governate dal centrosinistra: Emilia-Romagna e Toscana. L’Emilia Romagna, in particolare, ha avviato con una legge regionale un processo di ridiscussione delle proprie competenze, previsto dal quadro costituzionale (articolo 116), individuando 4 aree strategiche in cui chiedere maggior autonomia: lavoro; imprese, ricerca e sviluppo; sanità e welfare; ambiente e territorio.

Alcuni interventi (in particolare della destra e di parte del centro dell’organizzazione, a partire proprio da Emilia e pensionati), hanno infatti sottolineato non solo le criticità ma anche le positività di questo federalismo rafforzato entro i confini della Costituzione. In primo luogo positività di percorso: non solo si è evitato un inutile referendum populista, ma si è anche costruito preventivamente un tavolo di confronto con le parti sociali (sindacati compresi), in cui non è stato espresso dalla CGIL nessun accordo ma si è riusciti a “lasciar tracce nella proposta”. Positività, e non solo criticità, anche negli stessi contenuti della Legge regionale: in alcuni interventi, infatti,  è stato sottolineato che non si prevedono modifiche nella ripartizione delle risorse (non si produce disuguaglianza tra territori) e si garantisce l’universalità dei diritti. In questo quadro, secondo questo punto di vista, al di là dei referendum la discussione non può esser risolta da un semplice ordine del giorno del Direttivo, ma merita un confronto molto più approfondito. La CGIL deve quindi affrontare il rapporto tra policentrismo e unità nella propria conferenza di programma, su cui si è ripetutamente sollecitato una calendarizzazione in tempi rapidi. E’ stato quindi evidente, in questi interventi, l’intreccio di questa discussione con le ultime vicende contrattuali, e le differenze registrate nel gruppo dirigente della CGIL a partire dal welfare. E’ stato cioè evidente un profilo generale critico, da destra, della linea sin qui seguita (e in alcuni tratti della stessa Camusso): un profilo che intesse l’apertura ad autonomie regionali rafforzate, in cui magari inserire forme bilaterali di welfare regionale (al posto di quello aziendale o in Ccnl), un nuovo modello contrattuale e l’opportunità di un diverso confronto con la politica (leggi con il Pd, come in occasione di questa legge regionale in Emilia Romagna).

Altri interventi si sono contrapposti a queste letture, dalla sinistra della maggioranza ma soprattutto da altri settori del centro (tra cui anche importanti segretari regionali e di categoria). Una dialettica reale, anche nei toni. In particolare è stato sottolineato che il rafforzamento dell’autonomia sottende una differenziazione tra territori, su cui bisogna stare attenti. In questo quadro è centrale la rivendicazione di reali servizi minimi universali, altrimenti si mette a rischio non solo la coesione sociale del paese ma anche quella della UE (l’intervento sociale europeo, infatti, è tra le 69 regioni, non tra i 27/28 stati). E’ quindi utile una discussione approfondita, certo, ma per capire come sviluppare una battaglia su Lea e Lep, su come ricostruire un’universalità dei servizi sociali, non per supportare regionalismo differenziati. Alcuni hanno anche aggiunto che la CGIL supporta tutte le autonomie, non solo le Regioni che rischiano di diventare nuovi centralismi. In questo quadro, alcuni interventi hanno sottolineato, non casualmente, che il sostegno ai referendum è ampio, anche nel centrosinistra: a partire dai comitati del SI promossi da quasi tutti i sindaci di capoluogo della Lombardia (in prima fila Milano, Brescia e Bergamo). Certo, tra l’Emilia e Lombardia-Veneto ci sono differenze: procedurali (rispetto della costituzione), di sostanza (inutili votazioni) e anche di merito (ambiti dell’autonomia). Ma è stato anche sottolineato che sul tema risorse la proposta dell’Emilia Romagna non è chiarissima, che c’è anche un centrosinistra che rimette in discussione i diritti universali, che in ogni caso il centro della’azione della CGIL deve esser la garanzia dei servizi universali.

Nel complesso, se quindi quasi tutti si sono espressi contro i referendum di Lombardia e Veneto (posti anche in contrapposizione con il percorso dell’Emilia Romagna). E’ sul profilo politico di questa contrapposizione che c’è molta più ambiguità, che si perde nella traduzione concreta della propria volontà politica, a partire dalla valutazione dell’autonomia regionale rafforzata in questo contesto. La discussione ha evidenziato chiaramente le differenze nella maggioranza. Le conclusioni ed il documento finale hanno invece ribadito l’impostazione confusiva della relazione. Si è cercato una mediazione (concretizzata poi nel voto quasi unanime), comprendendo nel testo tutte i ragionamenti avanzati, anche quando palesemente contraddittori: un riconoscimento positivo delle proposte dell’Emilia Romagna, di metodo e di merito (“in conformità ai principi ispiratori del titolo V, si ispira a un modello costituzionale che prevede una differenziazione mirata delle politiche”, “con un percorso di confronto anche con le parti sociali che ha permesso di evidenziare punti di forza e criticità”, “un’impostazione alternativa a quella di Veneto e Lombardia, su elementi di merito e sul piano dello strumento istituzionale scelto”); la sottolineatura dei rischi di un regionalismo rafforzato (che possono portare a “tradurre i processi di ulteriori forme di autonomia in eccesso di frammentazione..e disarticolazione dei diritti”, per “l’assenza di una legislazione nazionale adeguata a garantire quadro unitario diritti”), rinviando alla fine ad altro tempo ed altro luogo l’ulteriore approfondimento (“tutto aperto il confronto su quale devono essere i confini in cui le materie oggetto del regionalismo differenziato possono esser agite”).

Noi come OpposizioneCgil abbiamo precisato, nell’intervento del compagno Mario Iavazzi e nella dichiarazione di voto della compagna Eliana Como, la nostra decisa contrarietà a questa impostazione della discussione, che apre la strada ad una grave differenziazione dei diritti sociali tra i territori. Avendo da tempo invocato una posizione pubblica sui referendum, ed essendo presente questa posizione nel documento (in tutta la seconda pagina, con una critica radicale a metodo, merito e processo politico), ed essendo nel testo esplicitamente presente l’impegno per la CGIL e le “strutture del Veneto e della Lombardia a diffondere tra lavoratori, lavoratrici, pensionati e pensionate queste valutazioni”, ci siamo quindi astenuti (segnalando in ogni modo con una dichiarazione di voto la nostra critica radicale di ogni ipotesi federalista rafforzata, in particolare quella dell’Emilia Romagna, che rischia di mettere in discussione lo stato sociale universale ed il sistema contrattuale nazionale).

2. PENSIONI E MOBILITAZIONI. La segretaria generale, nella sua relazione, ha voluto anche aggiornare il Direttivo sul confronto relativo all’aumento dell’età pensionabile. Già all’assemblea generale di Lecce era stato evidenziato che il governo non mostrava disponibilità a rivedere l’applicazione automatica della Fornero. Per questo la segretaria, già a Lecce, aveva segnalato l’opportunità di un’attivazione delle RSU, per alzare la pressione sociale. Nella comunicazione, ha ribadito che non sembrano emergere spazi di trattativa, che il tempo per intervenire sulla Legge di stabilità si sta esaurendo e proprio per questo serve costruire subito una mobilitazione. Il problema non è né di analisi, né di intenzioni. E’ la proposta concreta che è mancata: per mantenere un’iniziativa unitaria, ci si è limitati a un presidio con CISL e UIL davanti alle prefetture per sabato 14 ottobre (da verificare nella giornata successive e che è stato poi confermato dalle segreterie confederali). Negli interventi, in diversi sono tornato sul punto.

Alcuni della destra, ed in particolare dei pensionati, hanno sottolineato che difficilmente il quadro finanziario e gli attuali rapporti di forza ci permetteranno di modificare la “Fornero”: ai lavoratori ed alle lavoratrici questa difficoltà deve esser esplicitata subito, e più che prospettare obbiettivi e battaglie oggi al di fuori della possibilità, bisogna coltivare nella chiarezza la speranza di processo progressivo di revisione, iniziando oggi a modificare qualcosa per qualcuno.

Alcuni della sinistra della maggioranza (nelle sue diverse articolazioni), pur riconoscendo l’utilità e l’importanza di un passaggio unitario, ne hanno sottolineato la “probabile insufficienza” e la necessità di proseguire e approfondire la mobilitazione: sulle pensioni la ferita è ancora aperta e nelle scorse settimane ci si è pubblicamente impegnati sull’obbiettivo di una revisione, prima di abbandonarlo bisogna schierare tutta l’organizzazione, tutta la sua forza, in una mobilitazione reale.

Anche qui, come OpposizioneCgil, abbiamo sottolineato la distanza da questa discussione, in primo luogo dalla realtà e dai sentimenti di lavoratori e lavoratrici. La proposta di un semplice presidio il sabato è una mobilitazione farlocca, che è persino  più debole delle famigerate tre ore di sciopero contro la “Fornero”. Oggi c’è un occasione di riprendere una grande mobilitazione sociale contro la “Fornero”: lo scandalo della sua approvazione è ancora grande nella coscienza del paese, le ferite che ha prodotto ancora sanguinano, l’ulteriore e significativo aumento automatico in uomini e donne considerato inaccettabile da tutti quelli che lavorano. Allora questa occasione deve essere colta ora, subito, senza ulteriori rinvii: perché oggi si sta definendo nel Parlamento la Legge di stabilità, perché ora e solo ora si ha possibilità di incidere su di essa. Non possiamo sempre costruire la lotta del giorno del dopo, che si risolve in un semplice corteo e sciopero dimostrativo, di posizionamento. Ora, con determinazione e senza indugi, è necessario lo sciopero generale.

3. INFINE, LA CATALOGNA. Il Direttivo si è tenuto nel giorno dello sciopero generale, contro la repressione violenta dello Stato e della polizia spagnola. Ovviamente nella relazione, come in diversi interventi, sono echeggiate considerazioni e riferimenti a tutta la vicenda.

Come OpposizioneCgil abbiamo quindi presentato, nel corso della tarda mattinata, un ordine del giorno di condanna delle violenze e sostegno al popolo catalano. La maggioranza ha quindi risposto a questa iniziativa presentando un suo brevissimo ordine del giorno: vago, insipido ed insignificante (in cui si sostiene la posizione dei sindacati spagnoli e catalani, senza nemmeno un minimo riferimento alla repressione del primo di ottobre). Ovviamente, l’ordine del giorno della maggioranza è stato approvato, mentre il nostro ha ottenuto 3 voti (uno in più dei nostri compagni e compagne presenti al momento della votazione).

In conclusione, possiamo dire che questo Direttivo ribadisce con forza l’impressione di una Cgil ripiegata su se stessa e sui suoi disequilibri congressuali (attuali, prossimi e venturi), lontana non solo dai sentimenti e dai bisogni di lavoratori e lavoratrici, ma anche incapace di darsi un minimo di consequenzialità tra quello che dice da una parte e quello che dichiara in un’altra. E soprattutto una CGIL che si sperde nella traduzione di quello che afferma in quello che poi concretamente agisce.

Oggi, come mai, serve una svolta.

LS

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