AG Cgil, 7 e 8 settembre

resoconto dettagliato

Mercoledì 7 e giovedì 8 settembre si è tenuta a Roma la prima Assemblea Generale Cgil (il nuovo organismo costituito con la Conferenza di Organizzazione di un anno fa, composto da circa 330 persone). Tre i temi che hanno segnato la discussione.

1. L’autunno e la prossima fase. La Camusso ha confermato la linea inconcludente che la CGIL sta avanzando dalla chiusura nel vuoto delle mobilitazioni sul Job Act.  In primo luogo ha valutato positivamente il recente cambio di atteggiamento di Renzi (apertura di diversi tavoli di ascolto, dalle pensioni alla legge di stabilità, ecc) e ha quindi proposto l’obbiettivo, per i prossimi mesi, di “conquistare ogni possibile miglioramento per lavoratrici e lavoratori, perché anche solo un lieve incremento delle risorse a disposizione può fare la differenza”. Prima di convocare ogni mobilitazione, quindi, sarà necessario verificare i risultati di questi tavoli (cioè campa cavallo che l’erba cresce, almeno per l’autunno). Nella relazione e nella discussione, inoltre, è stata ripetutamente sottolineata, nella vicenda del recente terremoto, la diversità dall’esperienza aquilana: la gestione “democratica” dell’emergenza e la positiva indicazione di Vasco Errani come commissario ( “un compagno, cosa che non guasta mai”). Sul punto, tra l’altro, di fronte a nostre contestazioni “sull’esperienza emiliana”, la sua efficacia e il suo reale profilo democratico, è stato ribadito che la democrazia è quella della partecipazione “istituzionale”: non sono le assemblee nelle tende ma i tavoli con le istituzioni locali.
Sui contratti, la Camusso ha ribadito l’asse degli ultimi mesi: il nuovo modello Cgil Cisl Uil dello scorso gennaio (“abbiamo finalmente una strategia contrattuale omogenea nell’organizzazione”), centrato sulla piena assunzione degli obbiettivi padronali nel secondo livello (produttività, organizzazione del lavoro, welfare aziendale, ecc), purché nel contempo si mantenga un impianto stipendiale omogeneo a livello nazionale nei CCNL (“per questo serve la decontribuzione anche sugli aumenti nazionali, e non solo su quelli di secondo livello”).
Infine, ha delineato come passaggio strategico la prossima battaglia sulla Carta dei diritti, cercando di utilizzare la leva referendaria (quesiti Cgil su job act e dintorni) per imporre a Governo e Parlamento una diversa agenda macroeconomica, che partendo dal lavoro rilanci una politica neokeynesiana centrata sulla domanda. Per questo l’impegno della CGIL (politico, organizzativo e anche finanziario) si concentrerà nella prossima primavera nel voto referendario (“nessuno di noi ha mai organizzato una campagna elettorale, dovremmo imparare ed impegnarci”).

2. La ricomposizione della maggioranza congressuale. All’odg era prevista la sostituzione di 3 componenti della segreteria (Vera Lamonica, Fabrizio Solari e Serena Sorrentino). Da mesi si registrava in tutta la burocrazia una certa fibrillazione per queste sostituzioni, considerato anche le parallele scadenze di alcune importanti segreterie regionali (come il Lazio) e di diverse categorie (Edili, Funzione Pubblica, Scuola, ecc). La Camusso ha colto quest’occasione per proporre la ricostruzione di una larga maggioranza, abortita sul nascere allo scorso congresso. Una maggioranza quindi comprensiva della FIOM, a partire dalla convergenza di linea degli ultimi mesi intorno all’impostazione contrattuale e alla strategia referendaria. Camusso ha chiaramente indicato che la condizione che permette oggi di costruire questa nuova fase è stata proprio la larga condivisione di linea degli ultimi mesi. Cioè (nostra lettura) la posizione FIOM sul contratto metalmeccanici, l’unità con FIM e UILM, la repressione del dissenso in FCA e la vicenda Bellavita, l’accordo Fincantieri sono il prezzo pagato da Landini per poter aspirare, oggi, ad entrare nuovamente in maggioranza e quindi in segreteria CGIL.
Questa nuova maggioranza dovrebbe quindi garantire una progressiva transizione politico-generazionale del gruppo dirigente verso il prossimo congresso (“siamo una generazione di sessantenni, cresciuti in un’altra stagione, quando c’era una sinistra politica che oggi non media più l’appartenenza e la partecipazione dei delegati, dei lavoratori e delle lavoratrici alla nostra organizzazione. Per questo serve inserire dirigenti che appartengano ad altre generazioni”).
Per superare le recenti fratture (congresso, coalizione sociale, conferenza d’organizzazione), per Camusso si dovrà allora partire dal riconoscimento della pluralità (noi e FIOM siamo diversi, nessuno deve per forza andare a Canossa), ma anche dalla ridefinizione delle regole di convivenza (“credo ancora che dobbiamo esser una casa comune e non un condominio”). Per fare questo si dovrà cercare nuove regole (Statutarie e congressuali), che in qualche modo ridiscutano anche gli assetti e i pluralismi programmatici che hanno caratterizzato la CGIL dalla scelta di sciogliere le componenti di partito. Ha quindi proposto un percorso in diverse tappe. Primo, avviare oggi delle sostituzioni generazionalmente composite, da concludersi entro ottobre 2016 (forse qualche giovane ma anche alcuni dirigenti esperti in libera uscita, come ad esempio la Dettori, recentemente dimessasi dalla FP). Secondo, nei prossimi mesi approfondire le modalità di questa nuova gestione unitaria (attuale maggioranza e FIOM), anche riattivando la Commissione per le regole sino ad oggi “congelata”. Terzo, concludere questo percorso dopo i referendum (primavera-estate 2017), magari con una conferenza programmatica, nella quale ricomporre ulteriormente la segreteria inserendo anche i pluralismi (la Fiom?) e aprendo quindi “unitariamente” il percorso congressuale (quarto, a quel punto presumibilmente anche con una proposta di sintesi sui nuovi assetti e il candidato/a come prossimo segretario generale: questo quarto punto sembrava sottinteso ma non è stato esplicitato).

3. Il referendum costituzionale. La segreteria confederale ha finalmente proposto che la Cgil assumesse una chiara indicazione di voto per il No al prossimo referendum. Questo dopo i posizionamenti estivi di Confindustria e della Cisl per il SI (prima la Furlan, poi l’esecutivo confederale). E subito dopo la recente attivazione di D’Alema per il NO, con la convocazione di un’iniziativa pubblica in un Cinema romano l’endorsement di una nuova proposta leggera di revisione Costituzionale (pochi articoli), la costituzione di ulteriori Comitati del No. Ma anche dopo l’espressione pubblica di diversi dirigenti CGIL per il SI (Bresciani di Bergamo, Miceli della FILCTEM, ecc) e la convocazione per il 9 settembre (appena finita l’AG) del CC FIOM, che avrebbe potuto schierarsi apertamente nella battaglia referendaria. Di fronte quindi alla prospettiva di una divaricazione nell’organizzazione (molto più significativa che sulla vicenda trivelle), la CGIL è uscita dalle ambiguità dello scorso aprile. Nell’odg proposto dalla Presidenza si sottolinea esplicitamente l’invito a votare NO e l’impegno di tutte le strutture CGIL a diffondere questa posizione. Certo, con diversi limiti. In primo luogo, giustificando questa posizione solo sul versante tecnico (non cogliendo e denunciando il senso politico-sociale di questa revisione, ben focalizzato da JP Morgan nel 2013 con la richiesta di rivedere le costituzioni europee antifasciste, in quanto troppo partecipative e con un eccessivo riconoscimento ai diritti sociali). In secondo luogo sottolineando pleonasticamente (ma politicamente) la libertà di coscienza ai singoli (iscritti e dirigenti). E sopratutto impegnando tutte le strutture Cgil a non entrare nei comitati del no, e quindi limitando la sua attivazione in campagna elettorale.

Con gli interventi dei compagni Iavazzi, Scacchi e Como, ci siamo complessivamente contrapposti a questa linea, sostenendo anche noi il NO al prossimo referendum.
1. In primo luogo abbiamo sottolineato il costo sociale, in questa fase di crisi, di una linea che persevera nella ricerca di grande accordo di fase con governo e padronato. Renzi ha aperto i tavoli per la sua debolezza congiunturale (elezioni comunali, referendum, assenza di crescita), ci sta portando in giro per questi tavoli, guadagnando tempo e riducendo i fronti di contrapposizione per guadagnare consenso. Non ci sono margini di trattativa.
Con la stagnazione, poi, non regge la linea contrattuale: nel pubblico e nel privato si vuole rendere variabili gli stipendi, aumentare l’orario di lavoro, intensificare lo sfruttamento. Tutta questa linea contrattuale è fallimentare e regressiva: vedi l’accordo sull’Igiene ambientale, vedi lo scontro con Federmeccanica sull’estensione degli aumenti; vedi il Pubblico impiego.
Per questo è necessario modificare i rapporti di forza, contrapporre ora (nel prossimo autunno) un nuovo movimento di massa agli attacchi di governo e padronato, intrecciando le tante vertenze, il rinnovo del contratto, l’opposizione alla riforma costituzionale. Senza una ripresa della lotta, pensare di ribaltare questa fase semplicemente con un operazione elettorale (i referendum) non è solo limitato, è fallimentare. Per questo abbiamo denunciato l’accordo sulle crisi recentemente firmato senza nessuna discussione del direttivo, presentando un apposito odg.
2. In secondo luogo ci siamo differenziati da questa incipiente unità di gestione. Da una parte è la ricomposizione della scorsa maggioranza congressuale, proprio sulla linea del modello contrattuale e della Carta dei Diritti che ha visto in questi mesi la nostra netta, ripetuta e diretta contrapposizione. Dall’altro viene introdotto un ragionamento confuso sulle pluralità (si parla delle categorie o delle impostazioni programmatiche?), con richiami ambigui alla necessità di superare Aree e sensibilità. Viene cioè ripresa l’ipotesi di determinare nuove regole con una proposta poco comprensibile. Per alcuni, vicini alla Camusso come ad esempio Lattuada (segretaria Lombardia) o Sorrentino (segretaria FP), la pluralità da difendere sembra esser sopratutto quella generazionale o “esperienziale” (qualunque cosa essa sia); per altri, come Landini, il pluralismo da valorizzare non è tanto quello interno (ma vah?), ma quella con soggetti esterni, come precari e partite IVA (in pratica una coalizione sociale nella CGIL). Soprattutto, a fondare questa nuova maggioranza sono due soggetti (Landini e Camusso) che nella prassi non hanno rispettato dissensi e pluralismi: la segreteria FIOM con atti repressivi ripetuti e la rivendicazione di un “centralismo organizzativo” in categoria, quella CGIL pretendendo sempre la piena omogeneità della struttura nazionale.  Inaccettabile, quindi, cambiare le regole oggi, in questo modo, all’avvio del percorso congressuale.
3. Abbiamo anche sottolineato l’assenza dalla discussione, dall’attenzione e dalla mobilitazione della CGIL del tema della guerra. L’Italia da alcuni mesi ha propri forze (speciali e aree) che stanno intervenendo in Libia: non solo proseguendo la logica di guerra che ha prodotto la deriva di questi anni, ma tornando in armi in una nostra colonia sostanzialmente solo per difendere gli interessi economici di una nostra multinazionale. Su questo elemento, di conseguenza, la CGIL deve tornare a impegnarsi per il No.
4. Sul referendum, (vedi nostra dichiarazione) abbiamo proposto alcuni emendamenti (ritirando un nostro odg, con una posizione netta per una campagna attiva), ma una volta respinti abbiamo comunque votato l’odg, considerando importante la presa di posizione e l’impegno a promuovere in tutte le strutture materiale informativo, iniziative e assemblee per il NO.

Questa nostro profilo, alternativo e di opposizione, si è espresso nel quadro di un dibattito segnato da alcuni elementi nuovi, per la conflittualità interna e per il rispetto (almeno formale) delle regole del confronto (che ci sembra importante segnalare).
1. Noi come Area, come tutte le articolazioni e le sensibilità presenti in AG, siamo stati rappresentati nella Presidenza, eletta come primo passaggio della riunione. Questa infatti è composta dalla Presidenza del Direttivo più alcune integrazioni. La nostra area al momento è rappresentata in AG da 5 compagni/e (tutti presenti durante tutta la riunione: Como, Iavazzi, Carelli, Fratucelli, Scacchi). Abbiamo indicato ed eletto Carlo Carelli in Presidenza. Inoltre gli interventi erano liberi (non contingentati) e tutto sommato distribuiti equamente e senza particolari vessazioni (per noi come per nessun’altra sensibilità). Diversamente dai direttivi, inoltre, si è registrato in generale un clima di ascolto e attenzione per la maggioranza degli interventi (compreso i nostri).
2. La Fiom (con Landini, fra gli ultimi interventi) ha esplicitamente accettato il percorso e l’accordo per la gestione unitaria, rivendicando pluralismo e rispetto del dissenso (cioè rivendicando per sé e per la FIOM quello che nega in categoria a chi non la pensa come lui).
3. Se la FIOM ha esplicitamente accettato questa proposta, altri settori della maggioranza hanno evidenziato sofferenze, sul referendum e anche su questa proposta di gestione della CGIL. Alcuni hanno sottolineato che i soggetti che oggi propongono una gestione unitaria, sono quelli che nel recente passato hanno cercato la divisione (chiaro riferimento implicito a Landini). Altri hanno sottolineato la necessità che la pluralità od il pluralismo tenga in conto non tanto elementi generici e poco comprensibili come le esperienze o l’età, ma siano basate sulle culture e le sensibilità politiche (“in un organizzazione c’è una destra, una sinistra, e come dice una nota canzone un centro di gravità permanente: non facciamolo collassare o collassa tutta l’organizzazione”; “in un sindacato, estremizzando, ci sono due culture contrattuali: quella che firma qualunque contratto, quella che non firma nessun contratto. Per mantenere forte la CGIL, nessuna di queste culture deve dominare, bisogna costruire un equilibrio”). Come, parimenti, hanno mostrato una sofferenza sul passaggio al NO sul referendum (“il documento di aprile era più che sufficiente”). Voci della destra storica della maggioranza (Solari e Miceli), come della nuova generazione (Genovesi della FILLEA o Bonini della CdLT di Milano), come anche del centro (Colla dell’Emilia Romagna o Pedretti dello SPI). Cioè questa proposta non sembra ancora convincere parti significative della burocrazia CGIL.
4. Una conflittualità sorda che ha aperto altri spazi di contraddizione dialettica nella burocrazia. Alcuni esponenti del centro (per esempio Pedretti e Colla) hanno rivendicato a lungo e con convinzione l’importanza di ottenere risultati (anche minimali) con il governo, la funzione sindacale centrale di questi tavoli. Altri esponenti, della destra (Miceli) hanno sottolineato l’inopportunità di alcuni recenti passaggi contrattuali (Confapi), perché si è aperto le porte ad una contribuzione slegata dalla contrattazione sindacale. Altri ancora, oramai “radicali tendenzialmente liberi” (come Pantaleo della scuola) hanno sottolineato il legame tra riforma costituzionale e politiche sociali, l’unità di fondo tra la fase contrattuale nei privati e nei pubblici, la necessità di chiudere rapidamente le verifiche in corso e riprendere una mobilitazione generale.
5. Anche alcuni settori della minoranza, legati al percorso politico della FIOM ma con un impianto politico più generale, hanno mostrato segnali di insofferenza su una proposta di unità di gestione centrata sostanzialmente sul rapporto tra strutture, con il rischio dell’evaporazione tendenziale delle sensibilità programmatiche.
6. Queste diverse e contraddittorie dialettiche, fondamentalmente interburocratiche, sono comunque parzialmente anche precipitate al momento del voto. L’AG si è conclusa senza nessun odg politico generale o contrattuale (ad eccezione del nostro sull’accordo sulle crisi). I criteri per la segreteria e il percorso di gestione unitaria non sono stati votati (per non aprire spazio a differenziazione e contrasti in una fase di verifica ancora fluida?), anche irritualmente: semplicemente la relazione della Camusso sarà trasmessa nel verbale a tutta l’organizzazione (neanche assunta, nella formulazione della Presidenza). Infine, come detto, sull’Odg finale sul referendum alcuni (pochi) si sono astenuti, diversi non hanno partecipato al voto (dichiarazione dal palco di Miceli della FILCTEM). Non partecipando al voto, nei convulsi momenti finali a ridosso delle partenze dei treni, non si sono contati: cioè non hanno voluto mostrare esattamente chi e quanti non hanno partecipato al voto (sono stati infatti contati contrari e astenuti, non i favorevoli e non i presenti).

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