AG Cgil. Intervento di Luca Scacchi

intervento di Luca Scacchi alla Assemblea Generale della Cgil il 7 e 8 settembre 2016

Autunno e contratti, guerra in Libia, nuova maggioranza e pluralismo: una diversa linea per la CGIL

In primo luogo alcune osservazioni sulla prossima fase e la nostra strategia contrattuale. La Camusso, nella sua relazione, ha sottolineato l’apertura di una nuova fase nei rapporti con il governo. Sia in riferimento alla gestione del recente terremoto, sia in riferimento all’apertura di diversi tavoli di ascolto (pensioni, legge di stabilità, ecc). Un’occasione da cogliere, per il segretario generale, per strappare dei risultati. La cifra del prossimo autunno sarebbe allora quella della verifica degli spazi di trattativa: cercare di “contrattare” tutto quello che è possibile, perché ogni risorsa e opportunità ottenuta, anche minima, può esser importante per lavoratori, lavoratrici, pensionandi e pensionati. Non sono radicalmente d’accordo con questa impostazione e con questa proposta. Non solo è politicamente sbagliata, in quanto regala tempo e fiato ad un governo antipopolare e antisindacale in un suo momento di debolezza. E’sbagliata nell’analisi della situazione e quindi fallimentare nella sua prospettiva. La cifra di questi e dei prossimi mesi, infatti, secondo me non è data dal cambio di atteggiamento del governo, dalla possibilità di conquistare nuove risorse attraverso i tavoli di ascolto. La vera cifra di questa fase, come sottolineato anche da altri (ad esempio Fulvio Fammoni nel suo intervento) è la crisi. L’attesa e agognata ripresa economica non si è vista. Il sistema produttivo italiano è segnato da una significativa riduzione strutturale della sua capacità produttiva (quasi di un quarto rispetto al 2007), da una disoccupazione di massa (in particolare giovanile), dal blocco investimenti e dalla riduzione della domanda interna. Non c’è quella politica economica espansiva, centrata sugli investimenti pubblici, che Fammoni ha proposto nel suo intervento e che la Cgil ha avanzato con il Piano del lavoro. Né a livello europeo, né tantomeno a livello italiano. Se anche questa politica fosse efficace per uscire dalla crisi (e se ne potrebbe discutere a lungo, ma non è questo il momento), Unione Europea, governo e padronato hanno scelto un’altra politica. Quella della deflazione salariale, per recuperare margini di competitività (esportazione) e profitto (riproduzione del capitale). Hanno scelto cioè la compressione del salario globale (diretto, cioè lo stipendio; indiretto, cioè le pensioni; sociale, cioè il welfare). In una fase segnata dall’assenza di inflazione, la deflazione salariale è complicata: come notava Keynes, infatti, è difficile che lavoratrici e lavoratori accettino senza resistenze una diminuzione dello stipendio nominale. Per ottenerla, allora, padronato e governo hanno messo al centro della loro politica contrattuale due elementi: il cambio dell’organizzazione del lavoro (orario e sfruttamento) e la “flessibilizzazione” dello stipendio (introduzione di quote crescenti di salario variabile, legato a parametri congiunturali che possano “oggettivamente” giustificare eventuali riduzioni di stipendio). Questo è il dato di fondo dei rinnovi di questi mesi. A partire dai due principali in corso: metalmeccanici e pubblico impiego. Federmeccanica chiede insistentemente aumenti nazionali solo per il 5% dei lavoratori e delle lavoratrici, intensificando inoltre ritmi e sfruttamento (vedi accordo Fincantieri,come l’intervento di Breda). Renzi e il governo insistono a proporre differenziazioni stipendiali per i pubblici (come sottolineato nell’intervento di Pantaleo), cercando di stravolgere la sua regolamentazione e forse anche aumenti di orario (vedi il CCNL Igiene ambientale, circa 80 ore in più all’anno). Se questa allora è la vera cifra di questi e dei prossimi mesi, come credo, per la CGIL è un problema. Perché nei tavoli non ci sono margini di trattativa. Ma soprattutto perché entra in crisi la nostra strategia contrattuale. Quella messa in piedi con CISL e UIL: la piena assunzione degli obbiettivi padronali nel secondo livello (produttività, organizzazione del lavoro, welfare aziendale, ecc), purché nel contempo si mantenga nei CCNL un impianto stipendiale omogeneo a livello nazionale. Questo scambio non è possibile. Non c’è tenuta del CCNL, nel senso che non c’è tenuta di uno stipendio omogeneo. Se è così, questa situazione deve esser ribaltata sul piano della forza. L’unica strategia possibile passa per la ripresa del conflitto, la generalizzazione delle vertenze aperte, la costruzione di un unico fronte del lavoro a partire dai rinnovi contrattuali aperti. Contrapporre ora (nel prossimo autunno) un nuovo movimento di massa agli attacchi di governo e padronato, intrecciando le tante vertenze, i rinnovi e l’opposizione alla riforma costituzionale.

In secondo luogo, la relazione e molti interventi hanno parlato del recente terremoto. Giustamente. Perché è stato un evento terribile, con un’incidenza altissima di morti sulla popolazione colpita. Una vera tragedia. Tanto più grave, perché imprevedibile ma attesa (stante l’assenza di ogni adeguamento strutturale antisismico). Terribile, perché peggio del terremoto c’è solo la guerra. Appunto: la guerra. Su questo mi sembra che non abbiamo avuto altrettanta attenzione e sensibilità. L’Italia è in guerra. Quella politica militare di “pacificazione” che abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni in Irak, in Afghanistan ed in tanti paesi, viene oggi perseguita e proseguita dal nostro paese. Una politica fallimentare, che invece di risolvere i problemi e difendere le popolazioni, ha moltiplicato le devastazioni. Ha destabilizzato intere aree del mondo, ha innescato guerre etniche e religiose, ha diffuso terrore e terrorismi. Ma non solo. Siamo in guerra con supporto logistico, forze aeree e forze speciali in una guerra bastarda e di bastardi, combattuta da milizie e bande armate che combattano tra i civili e su i civili. In cui l’Italia, per limitare la sua esposizione, ha individuato “i suoi bastardi”, probabilmente non tanto diversi dagli altri bastardi in campo. Ma ancora non basta. Questa guerra la stiamo combattendo in Libia. Cioè in una nostra ex colonia, per difendere neo-colonialmente gli interessi di una nostra grande impresa. Più di un secolo fa, subito dopo la sua nascita, la Cgil ed il movimento operaio italiano si è impegnata contro la politica coloniale e contro la guerra di Libia. Allora oggi, festeggiando i 110 anni della CGIL, sarebbe utile e importante dare più attenzione, denuncia e mobilitazione contro questa guerra bastarda.

In terzo luogo, vorrei parlare del futuro. La segretaria, parlando della nostra organizzazione, ha sottolineato come dobbiamo guardare al futuro. Io credo che la CGIL guardi al futuro. Anzi, che lo faccia persino troppo. Nelle sostituzioni della segreteria, in questa discussione, io credo che tutti noi stiamo guardando al congresso che si terrà fra due anni. Siamo già immersi in quella prospettiva e in quel futuro. Lo siamo da mesi. Quel prossimo congresso infatti si è aperto tempo fa, quando è progressivamente cresciuta l’attenzione e la tensione sul complesso delle sostituzioni in corso nel gruppo dirigente. Allora, quando si parla di rinnovamento generazionale, penso che spesso si intende e si discute di altro. Non dell’età o delle esperienze, ma degli assetti futuri, del prossimo segretario generale e della prossima segreteria. Per questo ritengo che sia tardi, troppo tardi per aprire oggi una discussione sulle nostre regole (statutarie e congressuali), isolandola astrattamente dalla prossima dinamica congressuale e dalle possibili contrapposizioni sui futuri assetti. La Commissione sulle regole, se avesse voluto, poteva e doveva agire in questi due anni. Adesso sarebbe sbagliato aprire questo vaso, e soprattutto pericoloso. Per la democrazia e forse anche per la tenuta di questa organizzazione. Vorrei però sottolineare un secondo concetto. Quando si parla di pluralità e pluralismi, noto una certa confusione. Se non ho capito male, non credo si parli in particolare di noi, dell’OpposizioneCGIL, del documento alternativo alla scorso congresso. Si parla soprattutto delle categorie e del rapporto con la FIOM. Dopo un congresso passato a discutere, litigando, su condominio o casa comune, mi sembra si riparta dalla centralità di questi due soggetti, della dialettica fra strutture. In questa discussione su come convivere sotto lo stesso tetto, devo notare che non si considera che qualcuno è stato messo in balcone. E soprattutto che qualcuno è stato anche cacciato giù dal balcone. Abbiamo infatti visto molti rivendicare il pluralismo: ma in questi mesi una categoria, uno dei soggetti contraenti di questa nuova maggioranza, ha ripulito le proprie fila e tentato di imporre al proprio interno una centralizzazione burocratica. Rischiamo che questa fase porti quindi anche per noi il segno “autoritarista” dominante oggi nella politica: un modello autoritario e centralista, con gruppi dirigenti monocratici che ripuliscono ogni pluralità politica e programmatica. Contro questa deriva, pensiamo sia necessario difendere l’autonomia della Cgil, difendendo i diritti dell’organizzazione pubblica e collettiva del pluralismo programmatico e del dissenso.

 

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