CN RT. L.Scacchi: le derive di una stagione, un passo sbagliato per uscire dall’impasse.

Gli appunti dell’intervento di Luca Scacchi al Coordinamento nazionale di RiconquistiamoTutto del 13 maggio 2021, sulle difficoltà dei tempi, le divisioni nelle lotte, il ruolo di un’area classista, l’errore nell’avviare un percorso a freddo con DeL, sulla base di rapporti tra gruppi dirigenti e non della condivisione di analisi e obbiettivi.

Io parto dal primo maggio, una data simbolo del movimento operaio. Questa giornata di mobilitazione è stata segnata dalla scelta della CGIL di non esserci (se non in forme simboliche) e dalla decisione di diverse soggettività del sindacalismo conflittuale (noi tra loro) di stare invece nelle piazze, insieme a diverse forze della piccola sinistra politica di questo paese. Penso a Milano, Torino, Bologna, Napoli e altre realtà. Sono state piazze molto limitate, isolate e frammentate. Certo, come lo scorso anno questo primo maggio è stato dominato dalla pandemia, dalle precauzioni sanitarie, dal distanziamento fisico, dalle zone rosse. Nelle diverse piazze però si sono ritrovati solo qualche centinaio di lavoratori e lavoratrici, al meglio una o due migliaia a Milano. Una rappresentazione plastica di un clima e una stagione. Pesa una stanchezza diffusa, penetrata nei corpi e nei cuori: un ritiro delle masse della partecipazione, dal protagonismo, dalla capacità di azione collettiva, emerso con prepotenza proprio questa primavera. Una dinamica che ha anche accompagnato e sospinto divisioni e tensioni in quelle piazze, persino aggressioni come al nostro compagno Vincenzo a Milano.

Non che manchino lotte in questa stagione. Ci sono, anzi si moltiplicano, ma portano il segno di quest’ultimo anno, a partire dagli scioperi del marzo scorso: la focalizzazione sulla propria realtà, approfondendo quella divisione di classe che da qualche tempo incombe sul paese. Le resistenze nei rapporti di produzione, cioè, si sviluppano su cicli di lotta diversi: alcune si innescano contro le chiusure e le ristrutturazioni sospinte dalla recessione come dalla più generale Grande Crisi in corso dal 2008; altre per la pressione padronale su salari e condizioni di lavoro, la riorganizzazione del lavoro nell’emergenza e il lavoro agile; altre ancora per la salute e la sicurezza, a partire dalla questione covid. Pensiamo solo in queste settimane ad Alitalia, Fedex, Elica, le occupazioni dei teatri e le proteste degli educatori, Farmacap, Amazon, Texprint, Azienda Veneziana di traposti, GKN, Almaviva, Electrolux, Exprivia. Vertenze in alcuni casi molto aspre, anche con episodi di brutale repressione (pensiamo a Prato o Piacenza). In alcuni casi abbiamo visto risultati e successi (pensiamo alla messa in discussione della privatizzazione di Farmacap o all’accordo sul premio di produttività alla Same). Ognuno di questi conflitti, in ogni caso, si perimetra sulle propria realtà, i suoi tempi e le sue vicende, tenendo separate rivendicazioni e processi di lotta, coscienze e identità sociali. Alcune realtà si caratterizzano anche per contrapposizioni tra diverse componenti del lavoro. Io ricordo qualche anno fa la lotta all’ENI di Gela, segnata da blocchi e presidi durissimi, che vedeva però una divisione tra dipendenti diretti, indotto e appalti. Sempre qualche anno fa ricordo la divisione tra lavoratori e lavoratrici delle sedi Almaviva di Roma e Napoli, in rapporto ad una brutta proposta di revisione contrattuale che aumentava lo sfruttamento. Non sono stati episodi isolati. Si ripetono anzi con frequenza. Lo stesso sciopero di tutta la filiera Amazon di qualche settimana fa, che per certi versi ha interessato per la prima volta tutta la filiera, è stato in realtà segnato da profonde differenze nelle adesioni tra dipendenti diretti e il personale collegato. La vicenda TNT-Fedex di Piacenza (anche in relazione al ruolo della CGIL su cui discuteremo poi degli ordini del giorno) vede una frattura profonda tra facchini e corrieri.

Questa dinamica è tanto più grave, in quanto siamo di fronte a Draghi, ad un suo tentativo bonapartista di riorganizzazione delle classi dominanti e di gestione capitalistica della crisi, che avrebbe bisogno di vedere in campo il lavoro. Il nuovo governo usa, infatti, la leva europea (come nel 92/93, nel 96/97, nel 2011/12), ma questa volta brandendo l’arma delle risorse e non quella dei tagli. Anche se poi i fondi del recovery plan non sono in realtà così imponenti (vorrei ricordare che nell’ultimo anno ci sono state manovre per 140 miliardi di euro). Il dato da sottolineare,  come ho segnalato in una prima analisi del PNRR, è che questo piano non è una grande manovra keynesiana di spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata: al contrario è un’operazione ordoliberale per rilanciare la produttività totale dei fattori. Un intervento segnato da una visione padronale e da condizionalità, con il solito stile europeo, che impone nel giro di pochi mesi riforme pesanti (giustizia, PA, concorrenza e semplificazione) e si dispiega poi su interventi mirati (sia dando soldi alle imprese, sia ridisegnando pubblico sulle esigenze delle imprese).

In questo quadro, l’inconcludente immobilità della CGIL è oggi il problema. Nel senso che l’azione della principale organizzazione sindacale di questo paese, del nostro sindacato, è proprio quella di dilazionare possibili reazioni generali di classe. Il problema cioè non è solo la sua “classica” linea concertativa nella gestione della crisi con padronato e governo (come ha fatto alla fine degli anni settanta con l’EUR o nei primi anni novanta con Ciampi, come ha riproposto nelle due recessioni del 2009 e del 2012 con Epifani e Camusso). Il problema è una radicalizzazione di questa impostazione che ha portato a sviluppare negli ultimi due anni un’ipotesi “cogestionaria”, in cui si propone l’istituzionalizzazione di un ruolo del sindacato nel sistema politico e in quello produttivo. Nel passato, cioè, si provava a stringere patti ed accordi concertativi con gli esecutivi di centrosinistra (uno scambio tra moderazione salariale e sostegno alle ristrutturazione con promesse di un secondo tempo di investimenti, che di solito poi non si realizzano mai), mentre quando a governare era il fronte conservatore, con i suoi tentativi di sfondamento contro il lavoro, li si contrastava mobilitando il lavoro (1992/93, 2002/03, 2009/10). Oggi si tende a negoziare l’ingresso nella cabina di regia delle politiche economiche e sociali con qualunque governo (Salvini e Conte uno, Conte due, Draghi). Anche quando gli impianti di questi esecutivi sono platealmente contro il lavoro.

Così viene data sempre più importanza ad una logica sussidiaria della produzione. La segreteria Landini, cioè, contro la propria storia e le aspettative del sindacato di strada, sta rilanciando una declinazione sussidiaria del sindacato che di solito ha sempre caratterizzato la destra CGIL e il suo sostegno strategico allo sviluppo delle forze produttive. Basti pensare al welfare contrattuale e ai fondi pensione, pensati per di più non solo come pilastro previdenziale integrativo ma anche come strumento di cogestione degli investimenti per il capitale nel paese. Pensiamo ai servizi nelle Camere del lavoro, sempre più centrali nel tesseramento e nell’organizzazione, sempre meno in grado di farsi carico di una spropositata domanda di assistenza para-istituzionale: nella FLC, ad esempio, si sta sempre più imponendo un immane lavoro di consulenza per la presentazione di milioni di domande (letteralmente) su mobilità, concorsi, graduatorie ATA o docenti. Pensiamo allo sviluppo degli enti bilaterali: all’ultima Assemblea generale CGIL, lunedì scorso, un autorevole compagno della maggioranza [Claudio Treves] ha messo in guardia del rischio che il punto di caduta della prossima grande revisione degli ammortizzatori sociali sia un sistema duale che struttura e generalizza gli enti bilaterali. Pensiamo infine alla proposta (sempre più frequente nei documenti CGIL) di sviluppare una “partecipazione aziendale” (stile CISL anni cinquanta e FIM anni novanta), in cui il sindacato o dei rappresentanti di lavoratori e lavoratrici entrano negli organi di direzione aziendali. Allora, questa è la conferenza di organizzazione. Sotto l’egida del sindacato di strada, portando avanti la parola d’ordine della centralità di delegate e delegati, si rischia che la CGIL imbocchi con maggior organicità questa deriva. A proposito, la base del documento su questi temi l’abbiamo già, con le diverse versioni del lavoro si fa strada. Una conferenza che, tra ipotesi di revisione della composizione della segretaria confederale e aggiustamenti statutari, potrebbe anche portare ad una maggior centralizzazione sulla confederazione e sui suoi organismi ristretti, con un ulteriore torsione politica e organizzativa, forse anche con una riconfigurazione delle aree programmatiche e dei confronti congressuali. Sono d’accordo con la relazione quando sottolinea che questa dinamica non è scontata. Non è comunque da escludere e soprattutto non può esser sottovalutata.

Ecco, a fronte di questo, noi siamo piccoli e subiamo le derive nella situazione. Siamo cioè subalterni alla corrente nella quale siamo immersi, subendone i flussi, le dinamiche e la pressioni. Le nostre difficoltà sono visibili dal nostro sito (basta guardarlo e guardarne le differenze rispetto a qualche tempo fa). Nel quadro generale di un arretramento delle condizioni di classe, nel quadro specifico del ritiro sociale che segna questa stagione, la nostra area è cioè segnata da sfrangiamenti in categorie e territori. Nel contempo, è evidente la nostra difficoltà ad esser un soggetto attivo di collegamento tra i diversi settori e i diversi conflitti. Certo, se guardiamo il nostro sito possiamo anche vedere resistenze e potenzialità: la forza che abbiamo in alcune fabbriche, l’azione che conduciamo in alcune categorie, la tessitura comunque di una critica, un dissenso e un’opposizione alla linea di maggioranza della CGIL. Qualche mese fa ho scritto una lunga riflessione sulla nostra storia, le nostre radici e la difficoltà a dispiegare le nostre ali. La confermo oggi, tanto più alla luce degli ultimi mesi. Io credo che si debba proprio ripartire dai nostri fondamenti: un’area sindacale di classe, plurale, che non solo interviene nella CGIL ma anche nelle lotte.

Io penso però che noi oggi rischiamo di dare una risposta sbagliata. La relazione di Eliana, la proposta presentata, non mi convince. In primo luogo, rischiamo di subire e accompagnare le divisioni di classe di questa fase, attestandosi nelle fabbriche e nelle realtà in cui siamo presenti, non ponendoci il problema di una risposta generale. Agendo cioè come avanguardie nei nostri posti di lavoro, non come un’area sindacale. In questi mesi abbiamo cioè rinunciato a porci il problema di collegare e generalizzare il conflitto. In secondo luogo, in relazione alla prossima conferenza di organizzazione e in prospettiva del congresso, si propone la ricerca di un rapporto privilegiato con un’altra area programmatica, Democrazia e lavoro. Intendiamoci, io non penso che dobbiamo escludere un rapporto con loro, come non credo dobbiamo farlo con qualsivoglia altra area della CGIL (come invece propone di fatto la relazione per le giornate di marzo). Però io penso che il punto di partenza non sia quello della costruzione di un percorso comune tra alcune aree, a freddo, senza una verifica su analisi e obbiettivi, senza almeno provare a coinvolgere il quadro più ampio dei diversi dissensi e delle diverse critiche presenti in CGIL.

Noi dobbiamo cioè in primo luogo avere la capacità di stare attivamente nei processi di collegamento e ricomposizione dei conflitti sociali. So che è difficile. A partire proprio dalla scomposizione dei cicli di lotta, dalle divisioni del lavoro, dall’isolamento avanguardistico di chi pratica il conflitto, dai settarismi e le autocentrature che spesso accompagnano queste dinamiche. Stare in questo campo vuol dire avere la capacità di articolare analisi, critiche, proposte, rivendicazioni e piattaforme su contratti, accordi, la crisi e i suoi tentativi di gestione capitalistica. Bisogna cioè saper articolare e praticare rivendicazioni generali e trasversali che da sempre caratterizzano una sinistra sindacale classista: la riduzione dell’orario di lavoro e la sua redistribuzione; la patrimoniale sulle grandi ricchezze; la difesa del salario e la rivendicazione di un controllo sull’organizzazione del lavoro; un sistema universale di ammortizzatori e il diritto ad una pensione pubblica, adeguata negli importi e nei tempi di accesso. Serve quindi oggi che un’area come la nostra, con queste parole e queste rivendicazioni, attraverso tutte le diverse piazze e i diversi percorsi di lotta, impegnandosi attivamente e in prima persona in coordinamenti, comitati, assemblee e processi di autorganizzazione. L’ho detto nella scorsa primavera e poi in autunno, lo ribadisco oggi proprio alla luce dei problemi e delle difficoltà emerse in questi mesi, in tutti i tentativi che sono stati portati avanti.

Così dobbiamo praticare la critica e il dissenso in Cgil. Nel nostro sindacato, però, non c’è solo Democrazia e Lavoro, non ci sono solo le aree programmatiche. Ci sono cioè da sempre diverse sinistre sindacali: DeL, LeS, Giornate di marzo, settori della maggioranza critici, spesso che vedono protagonisti delegati e delegate (lo abbiamo visto proprio in questi mesi in FLC, con appelli e dichiarazioni RSU che sul merito, nelle rivendicazioni, hanno visto la convergenza di compagni/e con diverse collocazioni in CGIL). Queste diverse sinistre sindacali hanno percorsi, modalità e prassi diverse. Abbiamo presente il radicamento nell’apparato di LeS (che la porta talvolta a dissentire, spesso negli ultimi mesi, ma poi a votare con le segreterie). Abbiamo presente la leggerezza di DeL (prima con Camusso, poi con il Landini della coalizione sociale, ieri con Colla, oggi contro su Draghi e sul PNRR). Abbiamo presente il settarismo delle giornate di marzo, che si è divisa da noi su un’ipotesi fantasiosa (l’imminente esplosione sociale) e soprattutto la rivendicazione di una sua identità di componente. Abbiamo presente la difficoltà a rapportarci con il dissenso di settori della maggioranza e di delegati/e, talvolta timorosi a segnare la critica e a praticarla in modo organizzato. Però Io credo sia importante evitare la costruzione di una relazione privilegiata solo con uno di questi soggetti, a partire dalla proposta di trovarci insieme e non da quello che pensiamo e che vogliamo fare insieme.

Per questo ritengo sbagliato entrare nella conferenza di organizzazione a partire da un’assemblea e una posizione comune con DeL. Vuol dire avviare un percorso a freddo, sulla base di relazioni e rapporti tra gruppi dirigenti, che costruiscono un’assemblea comune prima ancora di sapere su cosa e per cosa lo fanno. Per me sarebbe invece opportuno partire dalle posizioni e dai percorsi, chiarendo quello che si pensa sulla situazione in cui siamo e dove vogliamo andare, con una modalità aperta e rivolta all’insieme delle diverse sinistre sindacali. Cioè concretamente, per me sarebbe necessario definire in primo luogo un nostro contributo sulla conferenza organizzazione, come #RT, con un’analisi e delle proposte sui temi sindacali e politici che la sottendono. Sulla base di questo testo e nel percorso della conferenza, nel confronto e nel dibattito con le posizioni della segretaria, sarebbe allora possibile aprire con tutti una verifica e confronto. Negli CGIL, nelle dinamiche della conferenza e delle sue decisioni, come nei percorsi di lotta e di autorganizzazione che sono in corso e che speriamo si sviluppino nei prossimi mesi. Poi dopo la conferenza di organizzazione, anche nel quadro del regolamento congressuale che sarà quindi definito, ci porremo il problema di come far vivere nel congresso, nelle sue dinamiche organizzative e in quelle politiche, una proposta alternativa e classista. Avendo anche verificato posizioni e obbiettivi delle altre aree e degli altri settori, in modo aperto e chiaro, nella conferenza di organizzazione. A partire, come sempre, dai nostri fondamenti e dalle nostre pluralità.

Luca Scacchi

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