Cd FLC. Il nostro no al CCNI sulla didattica digitale.

Resoconto del direttivo nazionale FLC del 9 novembre e posizione di #Riconquistiamotutto sul contratto nazionale integrativo.

Lunedì scorso, 9 novembre, si è tenuta una riunione on line, straordinaria e urgente, del Direttivo nazionale della FLC. All’ordine del giorno, sostanzialmente, la firma del contratto nazionale integrativo per regolare la didattica a distanza, integrata o meno. Il CCNI era stato definito il 24 e 25 ottobre scorso, dopo una veloce trattativa imposta dal ministero, e in un primo tempo era stato firmato solo dalla CISL e dall’ANIEF.

Sin dall’inizio erano evidenti forzature e imposizioni di quel passaggio [abbiamo qui già espresso un parere]. Quel contratto integrativo (al di là di vuoti e assenze cruciali) era ed è ambiguo in diversi passaggi, subito interpretati dall’amministrazione in direzione sfavorevole a lavoratrici e lavoratori (con la cosiddetta nota Bruschi del 26 ottobre 2020, che non solo interveniva su orario, quarantene, sede di lavoro, ma esplicitava anche ringraziamenti alle organizzazioni firmatarie). E’ stato un contratto costruito in fretta (senza alcun coinvolgimento di lavoratori e lavoratrici nella definizione di una piattaforma) e nel contempo tardivo (quando la scuola era ripartita da oltre un mese, dopo l’atto unilaterale estivo del ministero che aveva emanato in splendida solitudine le sue linee guida sulla didattica digitale). E’ stato un contratto integrativo anche prodotto con evidenti pasticci procedurali, che rivelano tutta la sua fragilità sostanziale (firmato da un’organizzazione che non ha sottoscritto il CCNL, oltre e contro il comma 5 dell’articolo 43 del DGLS 165/2001 ed il comma 2, lettera a, dell’art 22 del vigente CCNL istruzione e ricerca; senza il consenso della maggioranza delle rappresentanze del comparto e neanche di chi ha firmato il CCNL). Forzature e pasticci procedurali che hanno rivelato la fretta e l’approssimazione di un Ministero che da una parte ha condotto per mesi una chiara politica antisindacale (vedi atto unilaterale sulla mobilità, la vicenda del concorso precari, lo sciopero dell’8 giugno, ecc), dall’altra ha previsto un piano di riapertura delle scuole inadeguato ad affrontare la prevedibile ripresa del contagio (senza risorse sufficienti, senza organici, senza spazi, senza interventi sui trasporti) ed ora si trova a dover gestire d’urgenza una nuova didattica a distanza emergenziale (e non una didattica integrata).

Le due settimane trascorse dalla prima sottoscrizione sono state segnate da nuovi e intensi confronti tra il Ministero e le organizzazioni non firmatarie. Di fronte ad un’evidente spaccatura sindacale (che ha attraversato anche CGIL CISL e UIL), di fronte ad un contratto separato sottoscritto da un’evidente minoranza delle rappresentanze, il Ministero ha cercato di sanare la situazione, cercando di dare continuità alla sua iniziativa e di non smentire le organizzazioni che lo hanno sostenuto (CISL e Anief). Per questo ha scelto di non riaprire la contrattazione (intervenendo sui punti critici del CCNI) e non ha neanche voluto intervenire attraverso una sua interpretazione autentica (art. 7, comma 2 del CCNL istruzione e ricerca), che permette appunto di chiarire e sostituire le clausole controverse di un accordo. Si è quindi sviluppata l’ipotesi di due strumenti di accompagnamento del contratto, senza modificarne il testo: da una parte un’intesa politica, sotto forma di dichiarazione congiunta del Ministero e delle Organizzazioni sindacali firmatarie del CCNI, dall’altra una nuova nota ministeriale, in qualche modo sostitutiva della precedente.

Nel Direttivo nazionale, il segretario ha quindi proposto la sottoscrizione anche della FLC al CCNI originario. Nella sua relazione, Francesco Sinopoli ha ricostruito la trattativa e le sue vicende: il lavoro della delegazione trattante al secondo piano del ministero (che ha cercato di strappare il massimo possibile sul piano tecnico), le critiche su alcuni punti ambigui del CCNI emerse sin dalla prima discussione in FLC, la necessità di un intervento anche sulle risorse e quindi di una trattativa politica [rifiutata però inizialmente dal ministero], l’emanazione della nota ministeriale che ha interpretato negativamente i punti ambigui del contratto. Nel contempo, il segretario ha sottolineato l’importanza di un intervento negoziale, di una contrattazione della didattica digitale, dal momento che questa forma di lavoro sta prepotentemente entrando in tutte le scuole del paese. Per questo si è proseguito il confronto, consapevoli che ora non bastava più l’intesa politica, ma era necessario anche un intervento sull’interpretazione ministeriale del CCNI che lo rivedesse. In questo quadro, il segretario ha avanzato una valutazione positiva sia dell’intesa (che secondo la segreteria interviene non solo sulle risorse per la didattica digitale, ben oltre i precari, ma anche sul ristabilimento di corrette relazioni sindacali) sia della nuova nota ministeriale, condivisa esplicitamente con le organizzazioni sindacali (che secondo la segreteria prevede il non recupero delle pause, la possibilità di svolgere l’attività didattica digitale anche da casa, l’assenza di automatismi nell’impiego dei docenti in quarantena se le condizioni familiari o personali non lo consentono). Il CCNI, nel quadro dell’intesa e della nuova nota, permette quindi per la segreteria di inserire dei paletti sulla didattica digitale, superando l’attuale giungla nelle scuole. Infine, il segretario ha valutato come grave la spaccatura che si è determinata sul CCNI, un errore di tutti (anche con sottovalutazioni personali) ma di cui la responsabilità maggiore rimane a chi ha scelto di non sottoscrivere per ragioni politiche e non di merito. Ora la parola passa ai lavoratori e lavoratrici, in assemblee che si svilupperanno inevitabilmente in forma separata.

Il dibattito in direttivo è stato intenso. Si sono susseguiti 32 interventi. I settori più moderati dell’organizzazione (anche se molti non sono intervenuti) hanno sottolineato che il CCNI è un buon contratto (con un testo buono sin dall’inizio, grazie alla delegazione trattante, a cui mancava solamente l’impegno sulle risorse), e nel contempo una generica preoccupazione per il venir meno dell’unità sindacale. Diversi gli interventi critici provenienti dalla maggioranza, in particolare sui limiti del CCNI e le sue ambiguità, sulla scelta corretta di non firmare il 26 ottobre, sulla difficoltà a proseguire una stagione di mobilitazione con questa frattura sindacale. Anche se molti hanno comunque sottolineato che una volta rotte le uova, è importante limitare i danni: intesa e nuova nota ci provano, aprono una porta per uscire dall’angolo, creano uno spazio per agire le relazioni sindacali e avanzare nella ricontrattazione dell’organizzazione del lavoro. Alcuni (come si vedrà nel voto) hanno comunque sottolineato il problema che intesa e nota sono strumenti transitori, fuori e oltre un contratto che poi rimane e che mantiene diversi elementi problematici. Nelle sue conclusioni il segretario ha poi ribadito la valutazione positiva sul complesso di CCNI, intesa e nota, che a suo giudizio entra nell’organizzazione del lavoro e pone delle limitazioni chiare sull’uso della didattica digitale. Sulle risorse, invece, si agirà l’intesa affinché siano coperti i costi per tutti e non solo per i precari.

Tutti i compagni e le compagne di #Riconquistiamotutto in direttivo sono intervenuti: Luca Scacchi, Francesco Locantore e Anna Della Ragione. Nei loro diversi interventi, hanno sottolineato tutti gli elementi negativi di questa sottoscrizione.

IL CCNI È VAGO E AMBIGUO NEI SUOI ASPETTI ESSENZIALI. Un contratto ha in genere una caratteristica sinallagmatica: cioè prevede un nesso di reciprocità, tale per cui una prestazione di una delle due parti è scambiata con delle obbligazioni da parte dell’altra. In tutto il testo di questo accordo sono invece previsti chiaramente degli obblighi a carico di lavoratori e lavoratrici (su orario di servizio, didattica sincrona e quindi connessione, rilevazione delle presenze, ecc) senza nessun scambio reciproco (in termini di limitazioni, diritti o ricompense) al di là di quanto già oggi previsto per legge (in termini di privacy, salute e diritti sindacali).
La didattica digitale, infatti, è una forma di lavoro a distanza che implica inevitabilmente dei costi (devices, programmi informatici, connessioni internet) e che prevede inoltre un impegno lavorativa particolarmente gravoso, più intenso e più ampio rispetto alla didattica in presenza. Questa osservazione non è solo senso comune, o il risultato di indagini che pure ci sono state, ma è codificata anche in regolamenti e linee guida ministeriali, per esempio nell’università, dove un’ora di DAD erogata è considerata come due o anche tre ore di didattica in presenza, a seconda degli atenei, proprio in considerazione del maggior lavoro di preparazione che questa necessita. Un contratto sulla didattica digitale, allora, avrebbe dovuto prevedere un chiaro intervento di limitazione della didattica erogata (facendosi carico di questo diverso carico di lavoro), remunerazioni aggiuntive per l’eventuale prolungamento dell’orario (con chiare procedure e limitazioni che difendano non solo un generico diritto alle deconnessione di lavoratori e lavoratrici, ma un limite assoluto nell’orario settimanale di lavoro), riconoscimento a carico del datore di lavoro dei costi per erogare a distanza la prestazione lavorativa (devices, programmi, connessioni). Invece, questo CCNI, solo per ricordarne i punti critici principali:

  • non prevede oneri aggiuntivi (premessa), nonostante al governo siano bastate 48 ore per trovare cinque miliardi di euro per altre categorie, tracciando di fatto una nuova forma di lavoro, oltre il telelavoro e lo smartworking, in cui il dipendente mantiene integro i suoi obblighi di servizio, ma la cura della connessione, degli strumenti ed i relativi costi sono a suo carico e non a carico del datore di lavoro [un elemento sindacalmente pesante, in uno dei primi contratti nazionali che regola le nuove modalità di lavoro a distanza, in quanto apre nel pubblico una breccia che potrebbe esser seguita da altri settori];
  • riconferma l’orario di servizio dei docenti [18, 22, 25 ore], non solo stabilendo contrattualmente una piena parificazione tra didattica digitale e didattica in presenza, ma prevedendo che in caso di riduzione della didattica erogata (come indicato nelle Linee guida ministeriali) le ore risparmiate possano esser impiegate in attività asincrone o altre attività previste nei propri piani didattici (di fatto, con una banca ore settimanali a disposizione delle scuole, che potrebbero ad esempio prevedere queste ore per registrazione di lezione, lezioni a PEI, BES o piccoli gruppi, ecc);
  • ingloba nel suo testo, in uno specifico articolo, le linee guida e piani didattici di scuola, di fatto quindi rendono obbligo contrattuale quanto è stato previsto prima dalla definizione del CCNI nelle diverse scuole, ognuna in modo diverso e disarticolato dalle altre [secondo quanto disposto dal Piano per la riapertura del governo, che ha valorizzato l’autonomia scolastica e territoriale dando totali margini di libertà nella gestione su orari, organizzazione didattica e organizzazione del lavoro];
  • definisce un obbligo di insegnamento a distanza per i docenti in quarantena, al di là delle loro condizioni effettive di salute e di lavoro, prevedendo persino l’istituzione di fatto di un docente sorvegliante (la compresenza didattica è altra cosa, essendo didattica progettata e condivisa a priori):
  • limita la libertà di insegnamento, non prevedendo obblighi di erogazione della didattica, ma confermando in sede contrattuale quegli obblighi previsti dalle Linee guida sulle forme didattiche (i metodi) attraverso cui devono esser erogate le lezioni a distanza (sincrone, asincrone).

L’INTESA POLITICA [LA DICHIARAZIONE CONGIUNTA] NON È SOLO UNA PROMESSA, MA È ANCHE VUOTA. Controbilanciare un contratto (che prevede obblighi e prestazioni immediate e immediatamente esigibili) con una promessa politica è sempre molto discutibile: lo dimostrano gli ultimi decenni di storia sindacale (dalla politica dei sacrifici in poi, in cui il secondo tempo di investimenti non è poi mai giunto realmente), come la recente intesa del 24 aprile 2019 (ne abbiamo visto gli effetti su precariato e CCNL).
A sconcertare poi è proprio il contenuto dell’intesa. Al di là della nuova nota ministeriale [vedi dopo], si rintraccia ben poca cosa.

  • Un vaghissimo impegno a finalizzare le risorse sulla formazione del personale a sostegno della professionalità docente, a implementare la connettività delle scuole e supportare l’erogazione della DDI dei docenti a tempo determinato. Dal cui combinato disposto, al di là dell’assenza di cifre e tempi, si deduce chiaramente che non sono previste risorse per i docenti di ruolo, su cui evidentemente si ritiene sufficiente la card docente, che avrebbe dovuto coprire altre esigenze di formazione e aggiornamento, non l’erogazione della didattica digitale.
  • Si sottolinea poi l‘importanza di proseguire nella strada intrapresa dal Ministero volta alla dotazione di una piattaforma per la didattica digitale[qui non c’è neanche un vago impegno].
  • Infine, ci sono una serie di generici impegni politici. Alcuni, sinceramente poco comprensibili (vedi la prima frase dell’intesa, che afferma una volontà di investire nella reciprocità (per il diritto allo studio e la valorizzazione della scuola), che francamente si fatica a capire cosa voglia dire effettivamente. Altri, persino sindacalmente inopportuni o poco accettabili. Ad esempio, si afferma che si intende dare continuità ad un sistema di relazioni stabili tra l’amministrazione scolastica e le organizzazioni sindacali: questa frase dichiara quindi che in questi ultimi mesi c’è stato un sistema di relazioni sindacali stabili [davvero?] che deve esser semplicemente proseguito [!!!!]. O si afferma in altro punto che ci sarebbe nell’annunciata nota ministeriale un’interpretazione vincolante del CCNI sulla DDI per l’Amministrazione e per le OO.SS: cioè, si vincola un comportamento sindacale ad una nota ministeriale? Insomma, in sintesi, l’intesa appare proprio una scatola vuota non solo nella forma, ma soprattutto nel contenuto.

LA NUOVA NOTA BRUSCHI, INFINE, PONE ALCUNI FRENI MA NON DEFINISCE DIRITTI. Comeè stato segnalato da più parti, le ambiguità del CCNI sono state sciolte il 26 ottobre da una nota ministeriale che su diversi aspetti rivelava pienamente le intenzioni ministeriali (dal recupero delle riduzioni orarie all’obbligo di presenza in scuola per erogare la DAD). La nuova nota del 9 novembre archivia la precedente disposizione e quindi mette un freno ad alcune delle peggiori interpretazioni del CCNI agite nelle scuole in queste settimane. Il suo contenuto effettivo è comunque distante dalle aspettative e dall’interpretazione della FLC.

  • In primo luogo, non sono declinati diritti ma facoltà del Dirigente scolastico. Ad esempio sulla possibilità di erogare la didattica digitale da casa o nella possibilità di considerare le difficoltà in quarantena, la nota prevede che il soggetto che agisce è il DS: la dirigenza scolastica…adotta, comunque, ogni disposizione organizzativa atta a creare le migliori condizioni per l’attuazione delle disposizioni normative a tutela della sicurezza e della salute della collettività, nonché per l’erogazione della didattica in DDI, anche autorizzando l’attività non in presenza; il dirigente scolastico, in presenza di difficoltà organizzative personali o familiari del docente in quarantena o isolamento fiduciario, ne favorirà il superamento anche attraverso la concessione in comodato d’uso della necessaria strumentazione tecnologica. In pratica, queste sono possibilità discrezionali del DS, non diritti a cui possono ricorrere lavoratrici e lavoratori (è la differenza, in alcuni casi, è sostanziale). L’obbligo di informazione alle RSU, sul punto, non cambia la questione (essendo appunto…informativo). Oltre al fatto che in quarantena il superamento delle difficoltà [formulazione assai vaga] appare declinata sostanzialmente come messa a disposizione di devices (mentre ben altre sono le problematiche connesse, dalla disponibilità di spazi alle loro effettive condizioni di salute).
  • In secondo luogo, sull’orario, prevedendo la conferma dell’orario di servizio, anche nel caso in cui siano state adottate unità orarie inferiori a 60 minuti, con gli eventuali recuperi. Quindi si conferma che se il proprio Piano didattico ha previsto riduzioni delle unità didattiche, per i docenti questo tempo dovrà esser messo a disposizione come recupero. Tale obbligo è solo parzialmente compensato dalla conferma della facoltà di introdurre, come in presenza, gli opportuni momenti di pausa nel corso della lezione in DDI [in quanto questi dovrebbero esser nel corso di una lezione e se programmati rischiano di esser interpretati come riduzione delle unità orarie].
  • In terzo luogo, conferma l’obbligo di completare in modalità asincrona il proprio orario di servizio, sulla base di quanto previsto nel Piano DDI, con la possibilità di significative differenziazioni dei rapporti di lavoro nelle diverse scuole, sia in relazione alla tipologia di attività asincrone previste (anche con carichi rilevanti di lavoro, come le videoregistrazioni), sia con l’inserimento tra esse (e nelle relative modalità di verifica) di attività improprie.

In conclusione, il combinato disposto della nuova nota e dell’intesa politica non corregge ambiguità ed assenze del CCNI. Non solo. La scelta di firmare il CCNI da parte della FLC apre evidenti problemi politici. Da una parte conferma la tendenza della CGIL a farsi carico delle esigenze di tenuta di questo governo, al di là del merito e dei suoi comportamenti effettivi. Dall’altro, contribuendo ad una verticale spaccatura sindacale (stante la scelta di Uil, Snals e Gilda di non firmare il CCNI), contribuisce a bloccare ogni dinamica di mobilitazione nella prossima stagione (in cui si giocano partite fondamentali sul CCNL, la legge di Bilancio, gli investimenti su istruzione e ricerca, la stabilizzazione del precariato): dinamica ben diversa da quella che sarebbe conseguita ad un isolamento della CISL (con Anief) nella firma al CCNI.

Sulla base di queste considerazioni, il nostro giudizio nel direttivo nazionale è stato netto, contro l’ipotesi di sottoscrivere questo contratto integrativo. Perevitare di irregimentare il confronto sulle diverse appartenenze congressuali, contando che nel merito si sono espresse altre considerazioni e critiche convergenti con le nostre, abbiamo deciso di non presentare ordini del giorno alternativi a quelli della segreteria, ma di votare contro, sulla base delle motivazioni espresse nei nostri interventi. L’odg della segreteria, e quindi la firma del CCNI, è stata comunque approvata a larga maggioranza, con 5 voti contrari e 3 astensioni (su circa 100 componenti).

Ora la parola, come detto dal segretario, passa alle assemblee, nelle quali confermeremo le nostre valutazioni ed il nostro giudizio negativo sul CCNI, chiedendo di respingere questa intesa.

LS

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