Assemblea nazionale. Il nostro autunno

Alla assemblea online hanno partecipato circa 230 compagni e compagne. Sono stati 36 gli interventi (9 di compagne, 27 di compagni). Pubblichiamo la relazione introduttiva di Eliana Como e il video delle sue conclusioni.

Il video delle conclusioni

Il video della introduzione, a seguire la trascrizione

Care compagne e compagni, sono contenta di questa assemblea, ma altrettanto dispiaciuta che non sia in presenza, come avevamo sperato. Per me è una sofferenza essere costretti a questa modalità. Dobbiamo fare di necessità virtù, è fuori discussione, ma non abituiamoci a considerarla la normalità e speriamo di tornare a guardarci presto negli occhi.

Provo a risparmiare un po’ di tempo, dando per assodato che tutti abbiate letto il documento che il coordinamento nazionale, a larga maggioranza, ha approvato a Bologna (vedi qui). Letto e discusso soprattutto, nelle tante riunioni che ci hanno portato a questa assemblea, in tanti territori (Piemonte, Puglia, Marche, Liguria, Toscana) e in quasi tutte le categorie (Fiom, Filctem, Fp, Spi, Flc).

Questo ci ha permesso di arrivare qui, oggi, dopo oltre 10 riunioni, avendo condiviso in modo diffuso le rivendicazioni e le parole d’ordine di quel documento, che qui sintetizzo soltanto:

La difesa del sistema pubblico, a cominciare dalla sanità (che, lo dico per inciso, per brevità, significa anche contrasto alla contrattazione della sanità e del welfare integrativo), la difesa della scuola, del trasporto pubblico, in generale dello stato sociale.

Il principio che la sicurezza e la salute vengano sempre e comunque prima di ogni profitto o interesse economico.

La necessità di redistribuire le risorse attraverso una legge patrimoniale, una vera lotta all’evasione fiscale e la drastica riduzione delle spese militari.

La necessità di redistribuire il lavoro, attraverso la riduzione dell’età pensionabile, da un lato, e dell’orario di lavoro, dall’altro.

La difesa dei contratti nazionali, pretendendo l’aumento dei salari dai padroni, non dalla detassazione degli aumenti che graverebbe di nuovo sulle risorse pubbliche e sulla collettività.

La necessità di contrattare lo smartworking e impedire che come è accaduto si scarichi tutto interamente sulle spalle dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici.

Finalmente la riforma degli ammortizzatori sociali, perché con la cassa integrazione non si campa, arriva tardissimo, non va tutti. Serve la garanzia di un reddito a tutti i lavoratori e alle lavoratrici costrette a fermarsi per la crisi sanitaria.

Tutto questo, consapevoli che non mezza di queste rivendicazioni può essere ottenuta da un tavolo con il governo, senza una reale mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da settembre, quando abbiamo iniziato a discutere questo documento e queste parole d’ordine sono accadute varie cose e mi concentro su queste.

La prima è certamente la ricaduta della crisi sanitaria, di fronte alla quale, come a marzo, il paese si è trovato del tutto impreparato. La differenza è che questa volta non era imprevedibile, ammesso e non concesso che questo giustificasse i ritardi di marzo. La ricaduta in autunno/inverno era certa. Eppure nemmeno il vantaggio che stavolta abbiamo avuto sugli altri paesi europei, ha suggerito al Governo di correre ai ripari prima che fosse troppo tardi.

Se siamo arrivati qui, ci sono delle responsabilità. Tra fine febbraio e inizio marzo, si decise di non fare la zona rossa in Val Seriana perché le imprese di un territorio di qualche decina di migliaia di persone non dovevano chiudere. Il virus è stato libero di diffondersi in tutta la bergamasca e la Lombardia, perché i vari Bonomi, Bonometti e Bombassei dovevano continuare a fare profitto. Per settimane, abbiamo implorato un lockdown che è arrivato con un ritardo criminale solo il 22 marzo, quando era ormai troppo tardi, salvo poi le migliaia di deroghe al DPCM.

Nei mesi successivi, quando siamo tornati più o meno alla «normalità», chi ha fatto i conti con le responsabilità di quanto era accaduto? Nessuno, nemmeno per le vicende più eclatanti, come l’ospedale di Alzano e la vera e propria strage di anziani/e nelle RSA. Sono ancora tutti lì a prendere decisioni contradditorie e assurde. Ricommettendo gli stessi drammatici errori.

Se siamo arrivati qui, è perché nessuno ha pagato per quanto è avvenuto a marzo. Perché le risorse messe a disposizione non sono andate alla sanità, ai tamponi, al controllo sanitario del territorio, ma altrove, principalmente alle imprese, a partire dal taglio dell’IRAP, che finanzia proprio la sanità pubblica. Perché nel frattempo, si sono allentati controlli: qualcuno ha pensato che fosse più importante far ripartire l’industria del turismo. Qualcuno ha cercato persino di far aprire le discoteche. E mentre l’opposizione delirava le peggiori infamie negazioniste, come se niente fosse, il Governo ha perso tempo a compiacersi e intanto non ha investito sul sistema pubblico. Per mesi si è fatta una discussione surreale sulla scuola, parlando di banchi a rotelle invece che investire per assumere personale e trovare nuovi spazi. Clamorosamente non si è investito sul trasporto pubblico locale, si è discusso (male) di come si stava a scuola senza pensare a come si arrivava a scuola. Per settimane abbiamo assistito a scene di assembramento incredibili sul trasporto pubblico locale, con la ministra ci spiegava che era un effetto ottico.

Non so se questa situazione sia già quella di marzo, magari anche no (lo dico avendo vissuto cosa è stata Bergamo in quelle settimane, non avevamo nemmeno le mascherine). Ma so per certo invece che questa seconda ondata è anche più preoccupante, perché a differenza della prima, si sta diffondendo in tutto il paese, anche al Sud, dove i tagli alla sanità di questi decenni hanno già messo in ginocchio gli ospedali.
Il sistema delle privatizzazioni lombardo non ha funzionato. Ma nemmeno ha funzionato il sistema delle autonomie regionali, che in questi decenni ha allargato a dismisura il gap tra Nord e Sud.

Il punto non è se siano giuste o meno le misure del nuovo dpcm, differenziate per regione. Anzi, a marzo se si fosse chiusa subito la Val Seriana e Bergamo i danni sarebbero stati più contenuti, sia dal punto di vista sanitario che economico. Applicare alla Sicilia le stesse misure della Lombardia ha finito per essere non abbastanza per il Nord e troppo per il Sud, soprattutto per il contraccolpo economico. Dietro questo c’è una idea stessa di paese. Gli amministratori delle regioni del Nord che oggi sbraitano per avere misure uguali in tutto il paese (gli stessi che per 20 anni hanno fatto propaganda per la secessione e che tuttora sostengono l’autonomia differenziata, che, per inciso, va avanti nelle pieghe della legge di bilancio), lo farebbero a parti invertite? Cioè, Fontana sosterrebbe ancora la chiusura di tutto il paese, se fosse una regione del Sud ad avere questi livelli di emergenza? Oppure rivendicherebbe di chiudere solo dove serve, minacciando barricate se qualcuno osasse chiudere anche il Nord e fermare il grande «sforzo produttivo» del motore economico d’Italia?

Anche per questo, riconfermo la necessità di organizzare, appena sarà possibile, o se riteniamo online, una nostra assemblea nazionale interamente dedicata al Sud, quella che avevamo in programma per il 13 marzo e che, purtroppo, abbiamo dovuto disdire.

Il vero problema delle misure differenziate per regione è che anche le zone cosiddette rosse, di rosso non hanno niente. Il modello è ancora quello dei coprifuoco di notte, mentre il paese continua più o meno a correre a tutta velocità di giorno sui mezzi pubblici. Cioè di nuovo il lavoro non si ferma, nemmeno nelle aree più critiche, come l’area metropolitana di Milano, che andava chiusa già settimane fa, se non fosse che, di nuovo, il profitto viene prima di ogni altra cosa. Con delle contraddizioni incredibili, come la Campania zona gialla, mentre Napoli è nel caos.

Siamo noi a pagare l’irresponsabilità di questa classe politica ma ancora prima, l’irresponsabilità di questo sistema. Paga prima di tutto il personale sanitario negli ospedali e nelle RSA (compresi appalti e subappalti). Di nuovo si sacrifica la didattica in presenza (peraltro, ora con un bruttissimo accordo separato sulla DAD, firmato da Cisl e Cgil, di cui poi ci parleranno i compagni/e della scuola). Di nuovo si sacrificano alcuni settori come i teatri e i musei, indipendentemente dai rischi reali, che sono minimi. Se servisse a ridurre i rischi sanitari sarei la prima a chiedere la chiusura dei teatri. Sarebbero loro, i lavoratori e le lavoratrici stesse a chiederne la chiusura. Ma non è così. Non possono venirci a raccontare che, mentre gli uffici restano aperti, chiudono musei e teatri per ridurre la pressione sui mezzi di trasporto. Davvero, non è accettabile.

La verità è che il Governo ha fallito! Le Regioni anche. A me fanno paura le piazze di queste settimane, ovviamente soprattutto quelle della più schifosa destra negazionista. Ma in generale, quelle che si accodano all’idea dominante che l’economia sia importante più o tanto quanto la salute. È una follia. Noi dobbiamo dirlo con chiarezza.
Ma non mi stupiscono le esplosioni di rabbia. Chi semina vento, raccoglie tempesta. Semplicemente quello che stiamo vivendo ora, non doveva accadere. Io non so darmi pace, compagni/e. Come è possibile che la tragedia di marzo non abbia insegnato niente.

Guardate, se non avessi fatto altro, insieme a voi, in tutti questi mesi, sciopero della fame compreso, che denunciare quanto era accaduto, a tutti i livelli, compreso all’interno della nostra organizzazione (sui ritardi del lockdown, le deroghe, i documenti con la Confindustria), anche quando nei primi direttivi in presenza era tutto un dire quanto era andata bene (qui il mio intervento al primo direttivo nazionale Cgil in presenza dopo il lockdown). Se non lo avessi fatto a ogni maledetta occasione, mi direi che è anche colpa mia, colpa nostra. Ma no, noi nel nostro piccolo o piccolissimo abbiamo fatto di tutto. È che non ci hanno ascoltato. E ora siamo di nuovo qui a sentire chi si interroga se sia più importante la salute e l’economia, mentre ogni giorno che passa Milano e Napoli bruciano.


Può sembrare frustrante, ma credo che invece deve servire a farci dire che, come abbiamo fatto a marzo, continueremo ora a denunciare a quello che sta accadendo. Incredibilmente, a giugno, una mia intervista è arrivata in Giappone, su un quotidiano, Yomiuri Shimbun, che è l’equivalente del nostro Corriere della Sera. Non smettiamo di denunciare, quanto è accaduto e quanto sta accadendo.

Secondo punto, da quando ci siamo riuniti con il coordinamento a Bologna, sono successe anche cose positive. Soprattutto, si sono mobilitate varie categorie di lavoratori e lavoratrici.

A partire, dai lavoratori e delle lavoratrici degli appalti, oggi, finalmente in sciopero dopo lo stato di agitazione delle scorse settimane, per il rinnovo di un ccnl, quello dei multiservizi, scaduto da ben 7 anni. È una vertenza che ci riguarda tutte/i. Sono quei lavoratori e quelle lavoratrici troppo spesso invisibili che gestiscono servizi senza i quali si fermerebbero moltissime attività, private e pubbliche. A proposito di sanità, un ospedale senza di loro andrebbe nel caos in poche ore (ascolta qui un approfondimento su Radio Quarantena).
Eppure hanno salari da fame, orari spezzati e part time involontari, una condizione di precarietà strutturale per il continuo ricatto dei cambi appalto. Il loro sciopero dovrebbe essere lo sciopero di tutti/e! E non soltanto per la naturale solidarietà di classe, ma anche per impedire che le loro condizioni contrattuali facciano dumping a tutte/i. Quindi, siamo con voi! Tra poco, daremo loro direttamente la parola. Purtroppo, in molte regioni i presidi sono stati vietati, ma come ho già avuto modo dire in fondo meglio uno sciopero senza piazza, che una piazza senza sciopero.

Nelle scorse settimane, si è mobilitato anche il mondo dello spettacolo, per la ragioni che dicevo prima. Un settore che è stato travolto dalla crisi sanitaria, con tantissimi/e che non hanno alcuna garanzia contrattuale e torneranno senza reddito. Un settore (come il turismo) in cui l’emergenza sanitaria ha soltanto scoperchiato il vaso di Pandora, dentro il quale si nascondeva molto prima una condizione strutturale di precarietà, discontinuità, lavoro nero e gratuito, appalti e subappalti, privatizzazioni (ascolta qui un approfondimento su radio Quarantena). Poi daremo la parola a Pierina Trivero, del Teatro Regio di Torino e ci racconterà lei stessa. Ne approfitto per salutare e dare il benvenuto ai compagni e alle compagne attrici che sono entrati nella nostra area e nella stessa Cgil, da poco, proprio grazie al nostro impegno su questo settore e in particolare al lavoro prezioso che fa per noi Pierina. Anche su questo, credo che dovremmo riconfermare il nostro impegno per organizzare, anche online, i nostri Stati generali della cultura, quelli che avremmo dovuto fare a marzo.

Si sono mobilitati i metalmeccanici e le metalmeccaniche. Di solito il tavolo lo rompono i sindacati, stavolta l’ha rotto Federmeccanica. Lo scontro è prima di tutto sul salario, come sapete, con i padroni metalmeccanici indisponibili a dare aumenti salariali sui minimi della busta paga, sostituendoli invece con il welfare aziendale e rendendo variabili gli aumenti del salario, spostandoli alla contrattazione aziendale, dove e se si riesce a fare, cioè in una minima parte delle aziende, molte delle quali ora la stanno persino disdettando (ascolta qui un approfondimento su Radio Quarantena).

Non era facile questo sciopero, né scontato, ma è riuscito e ha avuto effetto, visto che Federmeccanica ha annunciato che, a breve, richierà i sindacati al tavolo. Dico che non era facile, anche perché i lavoratori e le lavoratrici sanno che, nel loro attacco, i padroni si trovano la strada spianata, grazie anche ai contratti nazionali firmati negli ultimi anni dai sindacati, a partire dal contratto del 2016 e dal Patto della Fabbrica, firmato nel 2018 da Cgil Cisl Uil, e che ora “candidamente” Bonomi rivendica.

La stessa Federmeccanica di fatto pretende “soltanto” l’applicazione del ccnl del 2016, al quale Fim Fiom Uilm non si sono opposte allora, anzi: hanno fatto passare come una vittoria quella che era una disastrosa sconfitta. Si può dire che i metalmeccanici hanno scioperato con 4 anni di distanza e in una situazione, sia economica che sanitaria, evidentemente disastrosa, quasi surreale.

Noi siamo stati tra chi, fin da subito, ha criticato il Patto per la fabbrica e, ancora prima, il contratto dei metalmeccanici del 2016. Ma, lo dico francamente, non mi basta dire ai nostri dirigenti “ve l’avevamo detto”. Il punto che mi interessa, oggi, è come andare avanti rispetto al 5 novembre. Il messaggio deve essere che non ci si deve fermare ora, perché c’è di nuovo il tavolo, né tantomeno alla prima concessione di facciata da parte di Federmeccanica. Tra l’iniziale posizione dei padroni (non un euro in più oltre l’IPCA) e la richiesta sindacale (l’8% di aumenti sui minimi) c’é di mezzo un oceano. Anzi, c’é di mezzo il patto per la fabbrica. Per questo serve mantenere alto il livello di mobilitazione, a partire dal mantenere il blocco dello straordinario, che, immagino, Fim e Uilm forzeranno per ritirare.

Il punto è anche intrecciare la vertenza dei metalmeccanici con le altre vertenze contrattuali, quelle del privato ma anche del pubblico, a cominciare dalla scuola e dalla sanità pubblica, quegli stessi che oggi stanno pagando il prezzo più alto della crisi sanitaria. Bisogna creare un clima di mobilitazione generale di tutto il mondo del lavoro sul piano contrattuale, intrecciandolo, al tempo stesso, alle rivendicazioni su salute, sicurezza e reddito di fronte a questa seconda ondata. Proprio ieri, i compagni FCA di Melfi sono tornati pubblicamente a minacciare lo sciopero per le condizioni di sicurezza in fabbrica, a partire dal rischio sui mezzi di trasporto per arrivare al lavoro e dalle mascherine messe in dotazione da FCA, assolutamente inadeguate (leggi qui e vedi foto sotto).


La Cgil sta però seguendo un’altra strada: quella della responsabilità e della ricerca in un tavolo. Pochi giorni fa, il segretario della Cgil ha detto che «è l’ora dell’unità». E domani, ha invitato Bonomi nel salotto online delle giornate del lavoro. Premetto che non sono d’accordo proprio con questo tipo di iniziative: mentre noi sperimentiamo i format televisivi online, la destra è in piazza e a cavalcare il disagio sociale! Che poi si inviti Bonomi a una iniziativa della Cgil a parlare di innovazione, francamente, la dico con una battuta, è come invitare Dracula a un convegno dell’AVIS.

Davvero, non è per questo che hanno scioperato i metalmeccanici! NO, non è il momento dell’unità, non lo è mai stato, tanto meno con questa Confindustria e con le piazze occupate dalla destra. È proprio il momento, invece, di rivendicare più sicurezza, più sanità, più risorse, più reddito. Questa situazione di caos sanitario la pagheranno soprattutto quelli che noi rappresentiamo. Mai come ora, non stiamo sulla stessa barca. Né quella di Confindustria, né quella del Governo.

Abbiamo già condiviso nel documento di settembre l’idea che fosse sbagliato non dare a Confindustria una risposta all’altezza dell’attacco. E che fosse sbagliato inseguire le risorse del Recovery Fund come una illusione, chiedendo tavoli per spartire risorse che forse saranno disponibili a fine 2021. Risorse che in ogni caso finiremo per pagare noi, probabilmente senza averne visto un euro. Perché, mentre per settimane la Cgil si è esercitata a scrivere documenti sul Recovery Fund, Confindustria ha sbraitato per avere quelle risorse tutte per sé.

Nel frattempo, si discuteva una legge di bilancio, dove a noi non verrà un euro. Né per i ccnl pubblici, né per le rivalutazioni delle pensioni, né per la legge sull’autosufficienza. E nemmeno per la riduzione dell’età pensionabile, anzi, il Governo ha già annunciato la fine di quota 100 a fine 2021. A monte, non ci sono risorse nella legge di bilancio nemmeno per la sanità: o meglio, ci sono 4 miliardi, tanti quanti quelli per gli sgravi fiscali per le imprese sulle nuove assunzioni.
Nel frattempo, altri miliardi del decreto ristori vanno a negozi e attività. Soldi di nuovo a debito che pagheremo di nuovo noi, per settori a grandissima evasione fiscale.
Come non vedere che c’è un problema in questo paese. Come non vedere che il problema non si risolve con un dannatissimo tavolo.

Certo, in tutto questo Cgil Cisl Uil hanno ottenuto il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Si è spesa la parola sciopero per questo! Bene, benissimo. Ma davvero qualcuno pensa che dopo aver posticipato il blocco alla primavera, tutto il resto vada bene. Prima o poi il blocco dei licenziamenti finisce e ci travolgerà. Centinaia di migliaia di precari che hanno già perso lavoro e reddito non hanno nemmeno saputo che c’era. Per non parlare delle grandi crisi industriali, a partire dalla drammatica vicenda di Whirlpool.

Bene la proroga del blocco dei licenziamenti, ma ottenuta questa, passiamo dalla minaccia di sciopero alla unità nazionale e al salotto online con Bonomi? Mentre la destra è in piazza e giustamente metalmeccanici, appalti, persino i riders si mobilitano e sono in sciopero?

Chi se non la Cgil e ora deve dire a questo paese che mai come oggi serve fare sul serio, subito. Se i medici e la comunità scientifica chiedono misure più severe di chiusura, si chiuda, non si aspettino altri morti, soprattutto nei territori più a rischio. Mai come ora vale lo slogan che i profitti sono i loro, ma i morti sono i nostri. Le risorse le trovino facendo pagare a chi ha di più. Ed è proprio ora di dire basta alle incredibili spese militari di questi decenni. Basta F35 e portaerei. Servono ospedali, personale nelle scuole, trasporti pubblici, tamponi, servono i vaccini, servono misure di sicurezza reali per tutti quei settori che sono costretti a continuare a lavorare. Servono risorse per nazionalizzare i settori strategici in crisi.

Io so bene che questo governo è comunque migliore della sua alternativa. È talmente grande la distanza morale che ho da quel ciarpame fascista, negazionista e no mask, che non serve nemmeno dirlo. Ma non mi ha mai convinto il governo del meno peggio. Proprio perché l’alternativa è quella, non possiamo lasciare la rabbia e il disagio sociale a questa destra. È un errore imperdonabile. Lo abbiamo già fatto troppe volte, a partire dalle pensioni. Tanto più che questo governo non ha cancellato nemmeno i decreti sicurezza, né dal punto di vista della criminalizzazione del soccorso in mare, né tanto meno su quello della gestione securitaria dell’ordine pubblico.

Ecco, questo è il nostro autunno. E probabilmente anche il nostro inverno. Le idee non ci mancano, credo, nemmeno le ragioni. Abbiamo però bisogno di rafforzare noi stessi. Per noi è centrale, non smetterò mai di ripeterlo, il radicamento e la costruzione dei rapporti di forza nei posti di lavoro e il rapporto con quei delegati/e e militanti sindacali della Cgil che condividono la necessità di un punto di vista e di una pratica sindacale combattiva, conflittuale e autonoma dai palazzi della politica. Anche quelli che anche iniziano a essere delusi da quella prospettiva di cambiamento che il nuovo segretario aveva promesso e alla quale noi, per fortuna, non abbiamo mai creduto. Il nostro impegno per i prossimi mesi credo che debba sempre di più essere quello di costruire occasioni di convergenza, il più inclusive possibile, sul terreno del merito, delle vertenze e delle lotte. Anche ovviamente, dove possibile, con gli altri soggetti del sindacalismo di classe e in generale con i movimenti, come facciamo con Nudm, come facciamo con il mondo dello spettacolo, con la scuola e sul tema della sanità (come poi ci diranno i compagni/e dello Spi che nella loro assemblea hanno deciso l’adesione al documento Dico32, di cui poi vi parleranno. Qui il loro volantino sulla difesa della sanità pubblica).

Facciamolo con il rigore e la coerenza di sempre, ma anche con l’ambizione di non farci chiudere da nessuno in un angolino né tanto meno di restare imprigionati in un settarismo minoritario e inconcludente. In questi mesi, tante e tanti compagni della Cgil, pur non appartenendo alla nostra area, si sono trovati nelle nostre posizioni. Tanti si sono avvicinati a noi. Alcuni sono qui oggi per la prima volta (li saluto tutte/i), altri pensano di venire. Costruiamo consenso intorno a noi. Non basta avere ragione, bisogna convincere gli altri, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici nei posti di lavoro. E questo, secondo me, è il principale compito che abbiamo davanti nel prossimo periodo.

Lo faremo ovviamente anche in relazione alle prossime scadenze della Cgil, per quanto noiose possano essere (sono io la prima a dirlo e a pensarlo): principalmente la conferenza di programma (che verosimilmente slitterà oltre la fine dell’anno) e poi quella di organizzazione. Decideremo, quando sarà più chiaro il quadro e il funzionamento come presentarci a questa scadenza.

Chiudo citando soltanto due cose.
La settimana prossima è il 25 novembre. Siamo impegnate tutte e tutti contro la violenza maschile sulle donne, consapevoli della difficoltà di mobilitarsi in questo periodo, ma anche della necessità di tenere alta questa tematica, resa più dura anche dalle condizioni imposte dal Covid. Per me è anche l’occasione per ribadire che siamo contro ogni sessismo e omofobia, contente quindi che le enormi mobilitazioni delle donne polacche abbiano imposto al governo di ritirare le misure antiaborto (leggi qui il nostro comunicato). Purtroppo è soltanto un piccolissimo passo su un cammino lungo nel quale è in discussione un intero sistema patriarcale. Un piccolo passo, importante e soprattutto pieno di dignità.

A proposito, sono certamente contenta che Trump abbia perso, ma non festeggio la vittoria di Biden.

Ultima cosa. L’affermazione sugli anziani di Toti, il presidente della Liguria, non è stata soltanto una scivolata. È una ideologia, quella che considera il profitto come valore morale superiore a qualsiasi altra cosa. È il sintomo di un sistema malato, che a me fa orrore. Quindi fatemi chiudere, abbracciando virtualmente tutti/e, ma soprattutto i nostri pensionati e le nostre pensionate. Altro che improduttivi. Siete una ricchezza inestimabile per il paese e per noi, dentro questa nostra piccola area. Resistete, abbiate cura di voi, come tutti. Noi vi staremo accanto.

Eliana Como – portavoce nazionale di #RiconquistiamoTutto

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