L’autunno che verrà

Documento approvato dal coordinamento nazionale #RiconquistiamoTutto, 11 settembre 2020, Bologna.

Qui in PDF.

Stiamo vivendo un periodo di straordinaria difficoltà, a causa della crisi sanitaria e di quella economica. Il prezzo più alto lo abbiamo pagato e ancora lo pagheremo noi: il mondo del lavoro e del precariato, i pensionati e le pensionate, gli uomini e le donne migranti, gli studenti e le studentesse, in generale le donne.

 

1 La crisi sanitaria

La gestione dell’emergenza Covid, fin dall’inizio ha subordinato la nostra salute agli interessi delle imprese. Le pressioni degli industriali per non chiudere la Val Seriana a Bergamo, così come i ritardi del governo nel disporre il lockdown e le relative successive deroghe, hanno trasformato una epidemia in una crisi umanitaria. L’intero sistema si è inchinato agli interessi economici del profitto, anche quando in gioco era la vita di una intera comunità.

A nessun livello, né istituzionale né sindacale, si sono fatti i conti con questa vicenda. Lo dimostrano, recentemente, l’incuria e le contraddizioni con cui è stata gestita, in particolare in alcuni territori, l’industria del turismo e del divertimento durante questa estate. Così come la gestione di alcuni nuovi focolai, in particolare nella logistica, nella macellazione e nell’agricoltura. Il caso AIA è eclatante. Bene fanno i nostri compagni e compagne di Treviso a denunciare, anche alla magistratura, quello che sta avvenendo in quel sito. A marzo, siamo stati tra i pochi a denunciare subito ciò che stava avvenendo nelle fabbriche (a partire dalle zone più colpite di Bergamo e Brescia ma non soltanto) e nelle RSA, dove migliaia di anziani e anziane sono morti a causa di decisioni scellerate e criminali. Lo abbiamo fatto con ostinazione. Dobbiamo continuare a farlo, per non permettere a nessuno di voltare pagina e cancellare le responsabilità di quanto è avvenuto e soprattutto, come a Treviso, per impedire il rischio che possa accadere di nuovo.

Da questo punto di vista, centrale è il ruolo della sanità pubblica. Dobbiamo denunciare che questa strage si poteva evitare o perlomeno limitare, se per decenni il sistema non avesse tagliato risorse alla sanità pubblica per dirottarle verso quella privata, dando in pasto al mercato uno dei beni primari di ogni popolazione e svuotando il controllo sanitario del territorio. La Lombardia si è ritrovata nel pieno della emergenza sanitaria senza posti letto in terapia intensiva, senza medici di base, senza bombole di ossigeno, senza tamponi, persino senza mascherine. Da modello di “eccellenza”, come veniva propagandata, è diventata modello di inefficienza e, disgraziatamente, di morte. Il personale medico e sanitario è stato impegnato per mesi a tentare di salvare vite umane in condizioni disperate, con turni massacranti, in molti casi senza le necessarie protezioni individuali, a rischio della propria salute. Oltre 200 tra medici, infermieri/e e OSS sono morti sul lavoro, a causa dell’inesistenza di un piano generale di prevenzione pandemico, di non rispetto di protocolli, di mancanza o insufficienza di DPI.

Tutto ciò non deve accadere mai più. Mai più tagli alla sanità pubblica, mai più un euro di risorse pubbliche a quella privata, compresa quella integrativa, ormai sdoganata da tutti i contratti nazionali. La difesa della sanità pubblica è per noi una priorità inderogabile.

Altrettanto importante è la difesa dell’intero sistema pubblico, a partire dalla scuola. È inaccettabile che, per mesi, nella fretta di tornare a produrre profitto, il Governo si sia scapicollato per riaprire fabbriche, centri commerciali e turismo, dimenticando le scuole e lasciando una intera generazione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi alla amara esperienza di mesi di abbandono. Tra pochi giorni, la scuola riaprirà nel caos, senza un piano serio di investimenti e di assunzioni. E senza alcuna garanzia di sicurezza sul trasporto pubblico locale.

 

2 La crisi economica

La primavera è stata dura, ma altrettanto rischia di esserlo l’autunno e non soltanto perché non è escluso un possibile ritorno della emergenza sanitaria. Nei prossimi mesi pagheremo, ancora più salato, il conto della crisi economica. Prezzo che hanno già pagato centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici precarie rimasti senza lavoro e senza reddito (in particolare al Sud e in alcuni settori, già molto precari, come il turismo, il terziario, il commercio e in generale il settore di arte, cultura e spettacolo). Prezzo pagato anche dalla gran parte del mondo del lavoro dipendente, a causa della bassa copertura della cassa integrazione (che, aldilà della retorica, copre mediamente appena la metà di salari già bassi) e dei ritardi cronici nei pagamenti, in particolare per la cassa in deroga.

Nei prossimi mesi e ancora più quando finirà il blocco dei licenziamenti, questa situazione rischia di esplodere e di cascarci addosso come una valanga. Confindustria ha già annunciato un milione di licenziamenti. La crisi rischia di travolgere tanto i settori manifatturieri che quelli di servizio e di cura, compresi quelli che non si sono mai fermati durante l’emergenza, come la grande distribuzione commerciale e in generale gli appalti di pulizie e servizio: lavoratori e soprattutto lavoratrici prima costrette a lavorare, anche in condizioni di scarsa sicurezza, ora considerate esubero.

Di fronte a questo, il blocco dei licenziamenti e la riforma degli ammortizzatori sociali (per esempio, rendere universale per tutti i lavoratori e le lavoratrici l’accesso alla cassa integrazione e la relativa contribuzione per tutte le aziende, innalzare in maniera consistente i massimali e le percentuali di copertura, a partire dai redditi più bassi), per quanto necessari, non bastano da soli. Serve una seria politica industriale, che abbia il coraggio di nazionalizzare senza indennizzo i settori strategici, a partire dall’acciaio e dalle infrastrutture. Serve una lotta vera alle delocalizzazioni e alle privatizzazioni. Serve oggi, finalmente, un grande piano di redistribuzione del lavoro, principalmente attraverso la riduzione dell’età pensionabile e dell’orario di lavoro a parità di salario. In entrambi i casi, sia come strumento di difesa dell’occupazione, che come risposta alle condizioni di lavoro rese ancora più gravose dall’uso dei mezzi di protezione individuale imposti dal Covid. Siano tutti consapevoli però che la riduzione dell’orario di lavoro non si ottiene a parole e non basta scriverla nei documenti, come fa pure la Cgil. Se vogliamo ottenerla davvero è necessario costruire una vertenza generale e radicale.

È necessario porre anche il tema del cosiddetto smartworking, che sempre più le imprese chiederanno di utilizzare, anche passata l’emergenza sanitaria (forse sarebbe più opportuno chiamarlo telelavoro senza regole, perché così è stato usato durante l’emergenza). In questi mesi, è saltato il principio di volontarietà, possibilità di recesso e obbligo dell’accordo scritto e il costo dello smartworking, nella maggior parte dei casi, è cascato sulle spalle di chi lavora: dalla postazione di lavoro, ai costi di connessione, in alcuni casi persino ai dispositivi informatici, fino a orari di lavoro fuori controllo, riunioni a ogni ora e nessun “diritto” né tantomeno “obbligo” alla disconnessione, come finalmente andrebbe rivendicato. Tutto questo mentre le imprese hanno risparmiato sui costi energetici di illuminazione, gestione e pulizia delle sedi, riscaldamento e aria condizionata, sulle mense e, salvo eccezioni, sui buoni pasto. Quello dello smartworking è un tema delicato, da affrontare con rigore e intelligenza. Occorre ripristinare il principio basilare della volontarietà, impedire che il suo costo si scarichi interamente sui lavoratori e essere consapevoli dei rischi di destrutturazione della prestazione di lavoro, dall’orario fino ai rischi legati alla salute e alla sicurezza (anche alla luce delle fughe in avanti in alcuni settori, come il forworking nel comparto chimico-farmaceutico), nonché i diritti sindacali e la possibilità di controllo delle condizioni di lavoro da parte dei delegati/e degli RLS. Anche in questo caso, sono state le lavoratrici ad aver pagato il prezzo più alto durante la crisi, così come rischiano ora di essere costrette a “sceglierlo” come male minore, soffocate come sempre tra lavoro produttivo e riproduttivo.

Se la crisi sanitaria ha avuto i suoi effetti più drammatici al nord, quella economica rischia di travolgere il sud, cioè quelle aree del paese già più deboli dal punto di vista economico e infrastrutturale. Peraltro, la crisi del Covid ha reso più espliciti i danni dei processi di regionalizzazione e di privatizzazione a essi connessi. Siamo sempre più convinti del nostro impegno contro ogni forma di autonomia differenziata. Anche per questo, riconfermiamo l’impegno per ricostruire un nostro radicamento al sud, a partire dalla assemblea nazionale a Napoli che avremmo dovuto tenere a marzo e che purtroppo abbiamo dovuto spostare per l’emergenza Covid.

 

3 L’attacco di Confindustria

In tutto questo, l’attacco che Confindustria ha formalizzato nella lettera ai suoi associati di poche settimane fa è una vera e propria «dichiarazione di guerra». Contro il sindacato e i contratti nazionali, ma anche, in modo inedito, contro il governo, non a caso a ridosso di elezioni regionali dall’esito incerto, che potrebbero rimettere in discussione l’attuale maggioranza.

La lettera di Bonomi fa seguito alla ferocia che Confindustria ha dimostrato durante tutta l’emergenza sanitaria. Ferocia rispetto alla quale la posizione della Cgil è stata troppo debole, come abbiamo denunciato nei mesi dell’emergenza sanitaria. Debole sul protocollo sicurezza, debole sul ritardo nel lockdown, debole sulle deroghe al dpcm del 22 marzo. Debole non soltanto rispetto alla portata della catastrofe umanitaria che era in corso in alcune aree del paese, ma soprattutto rispetto al tiro di forza messo in campo dalle nostre controparti.

Altrettanto, rischia di essere debole la posizione oggi di fronte al fatto che Confindustria, con ogni evidenza, pretende di liquidare i contratti nazionali (fino a mettere in discussione la relazione tra orario e salario) e mettere le mani sulle risorse del Recovery Fund, nonostante abbia già incassato risorse a pioggia con il decreto agosto.

Quelle del Recovery Fund non sono risorse a fondo perduto ed è sbagliato crearsi illusioni, come fa la Cgil chiedendo tavoli al governo. Quelle risorse, sono un prestito, come il MES, condizionato al ricatto delle politiche di austerità dell’Unione Europea. Prestito che rischiamo di pagare noi in futuro in termini di controriforme, senza oggi vederne un euro, né sulla scuola e sui trasporti pubblici, né sulla difesa dell’occupazione e quindi sulla riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile, ma nemmeno, purtroppo, sulla sanità pubblica, nonostante tutto quello che è avvenuto. Prestito che, di fronte a una Confindustria tanto rapace, rischiamo di pagare noi in futuro in termini di controriforme, senza oggi vedere un euro dove sarebbe necessario. Anche per questo è necessario rivendicare la necessità di una tassa patrimoniale, a partire dai grandi patrimoni, interventi reali sull’evasione e l’elusione fiscale e la drastica riduzione della spesa militare.

Con questa Confindustria, altrettanto forte deve essere la nostra reazione. Invece, ad oggi, la risposta della Cgil, a partire dalla mobilitazione del solo gruppo dirigente e senza sciopero generale del 18 settembre, è del tutto inadeguata, stretta dalla tenuta dei rapporti unitari con Cisl e Uil da un lato, dall’appoggio incondizionato al Governo dall’altro. Non pensiamo sia facile. Gli effetti della crisi economica e l’incertezza di questi mesi hanno reso sempre più difficile il quadro in cui ci muoviamo, ma, per quanto complicato, nessuna risposta sarà all’altezza, se non «alziamo la voce» tanto quanto la Confindustria.

Dobbiamo lavorare affinché si apra una stagione di conflitto ampia nel paese, a partire dai contratti nazionali e dal salario, la cui difesa non può ridursi ai temi posti come centrali dalla Cgil, cioè la legge sulla rappresentanza e la detassazione degli aumenti contrattuali. Se, come giustamente diciamo, è centrale la difesa dello stato sociale, a partire dalla sanità pubblica, noi dobbiamo difendere il salario diretto insieme a quello indiretto: i salari devono aumentare a prescindere dalla detassazione, che sarebbe solo illusoria e drenerebbe invece risorse pubbliche.

Dobbiamo contrattaccare, non basta difenderci, tanto meno serve difendere il Governo, rispolverando il solito vecchio e fallimentare argomento che un governo alternativo a quello attuale sarebbe comunque peggiore. Dobbiamo rivendicare che la Cgil lanci nelle categorie e in senso più generale una grande campagna di lotte e mobilitazioni, fino allo sciopero generale. Bisogna attaccare Confindustria, smascherando anche le responsabilità dell’intero sistema capitalistico italiano, che con una mano abbraccia la bandiera dell’ultraliberismo, con l’altra, continua a chiedere risorse dello Stato, piangendo miseria per averne altre ancora. È emblematico il caso della garanzia del prestito di 6.3 miliardi a FCA, tanto più in assenza di alcuna garanzia reale di difesa degli stabilimenti italiani del gruppo. Così come lo scandalo delle truffe all’INPS, con quasi il 30% delle erogazioni per cassa integrazione richiesta da aziende che non hanno avuto cali di fatturato o addirittura hanno avuto incrementi.

Se è vero che il quadro è difficile, c’è una cosa che, nel bene e nel male, che la crisi sanitaria del Covid ci ha ricordato: senza di noi, dalle fabbriche non esce un bullone. E quando a marzo ce n’è stato bisogno, dove i rapporti di forza ce lo hanno consentito, tante fabbriche le abbiamo fermate con gli scioperi. Non è bastato, certo: tante fabbriche sono rimaste aperte, soprattutto dove non c’è il sindacato. Altre hanno persino continuato a chiedere straordinari. Tante però, grazie alla mobilitazione e al protagonismo di molti delegati, sono riuscite a chiudere. Laddove il governo non si muoveva e i vertici sindacali ritardavano o facevano altre scelte, i lavoratori e le lavoratrici si sono mossi da soli, costringendo poi le stesse organizzazioni sindacali a corrergli dietro. Questa deve diventare una lezione per tutti e tutte.

 

4 I nostri impegni nei prossimi mesi. La necessità di far vivere una piattaforma di lotta

Con questa consapevolezza, affronteremo gli impegni e le sfide dei prossimi mesi, con l’obiettivo principale della ricostruzione dei rapporti di forza nei posti di lavoro e nella società. Lo faremo, riconfermando i contenuti, sempre più attuali, del nostro documento congressuale RiconquistiamoTutto, nel quadro delle scelte e delle ragioni che ci hanno portato a presentarlo e sostenerlo all’interno dell’organizzazione. Lo faremo sulle principali parole d’ordine che qui abbiamo enunciato: per difendere il sistema pubblico, a cominciare da scuola e sanità, per mettere la sicurezza e la salute prima di ogni profitto o interesse economico, per redistribuire il lavoro, ridurre l’età pensionabile e l’orario di lavoro a parità di salario, per difendere i contratti nazionali e aumentare i salari.

Ci impegniamo a far vivere queste nostre parole d’ordine e a costruire la nostra pratica sindacale, consapevoli delle enormi difficoltà del momento, sul terreno della crisi sanitaria e economica, dei rapporti di forza, della frammentazione del mondo del lavoro e del sempre più preoccupante consolidamento della destra e del blocco reazionario, razzista, fascista, sessista e omofobo che la sostiene.

Dobbiamo riprendere il nostro lavoro, con un percorso di iniziative diffuse, territoriali e di categoria che porti fino a una nostra assemblea nazionale in autunno, compatibilmente con le difficoltà organizzative legate ai problemi sanitari.

Faremo vivere il nostro punto di vista nella vita interna della nostra organizzazione, anche in relazione alle prossime scadenze (conferenza di programma e di organizzazione), ma soprattutto in rapporto con la società e i movimenti in cui siamo da sempre impegnati, in particolare sulla sanità e sulla scuola (già a partire dalla manifestazione del 26 settembre, lanciata dal movimento Priorità alla scuola e continuando a chiedere, come stiamo facendo da settimane, lo sciopero generale del mondo della scuola). Altrettanto, confermiamo il nostro impegno nel rapporto con il movimento ambientalista (considerando la questione ambientale sempre più urgente, tanto più dopo quello che è accaduto con il Covid) e con quello antirazzista di Black Live Matter. Centrale nelle prossime settimane sarà per noi l’impegno per la campagna per il NO al referendum del 20 e 21 settembre, convinti che la riduzione del numero dei parlamentari finirebbe per introdurre una ulteriore torsione maggioritaria e autoritaria, riducendo ulteriormente gli spazi di rappresentanza e di pluralismo. E consapevoli che occorrerebbe piuttosto ridurre gli stipendi dei parlamentari, i loro privilegi, gli sprechi e la corruzione. È stata una scelta sbagliata quella della segreteria della Cgil di non schierarsi apertamente per il NO (qui il nostro appello per il NO).

Ancora, saremo impegnati con i movimenti femministi, anche verso lo sciopero dell’8 marzo del prossimo anno, nel quadro della elaborazione e della pratica che in questi anni abbiamo costruito e portato avanti come #RIBelleCiao, contro ogni discriminazione, sessismo e omo-transfobia.

Pur nella nostra differente collocazione organizzativa e impegnati nel rafforzamento di una pratica sindacale combattiva e conflittuale in Cgil, continuiamo a ritenere importante il confronto con gli altri soggetti del sindacalismo di classe, tanto più nella prospettiva delle lotte che ci aspettano nella prossima fase, rispetto alle quali sempre più pensiamo che si debba cercare di non disperdere le energie ma provare a farle convergere, perché una delle difficoltà che da anni abbiamo è determinata, oltre che dai rapporti di forza, dalle divisioni delle lotte e dalla frammentazione di settori sociali. Come sempre, lavoreremo per lo sviluppo delle vertenze, a prescindere dalle sigle sindacali di appartenenza, e perché si possano sviluppare percorsi di autentica democrazia sindacale e di autorganizzazione.

Resta per noi centrale il radicamento e la costruzione dei rapporti di forza nei posti di lavoro e il rapporto con quei delegati/e e militanti sindacali della Cgil che condividono la necessità di rafforzare all’interno della nostra organizzazione un punto di vista e una pratica combattiva, autonoma dai palazzi della politica, realmente democratica e libera dai condizionamenti sempre più forti della burocrazia. Il nostro impegno per i prossimi mesi è quello di costruire occasioni di confronto il più inclusive possibile, sul terreno del merito, delle vertenze e delle lotte. Con il rigore di sempre, ma anche con l’ambizione di non farci chiudere dalla burocrazia in un angolino minoritario né tanto meno di restare imprigionati in un settarismo inconcludente.

#RiconquistiamoTutto – opposizione in Cgil

 

 

Il documento è stato votato nel coordinamento nazionale di #RiconquistiamoTutto a Bologna (in presenza e con collegamento online). Nel momento di massima partecipazione, erano presenti (fisicamente e collegati) circa 60 tra compagne e compagni, oltre 4/5 del coordinamento.

Il documento è stato approvato con 24 favorevoli, 5 contrari e 1 astenuto

 

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