Chiedi alla Francia, se non sai come si fa…

La relazione politica di Eliana Como al coordinamento nazionale di RT a Milano il 13 dicembre

1. Primo: l’abrogazione dei DL sicurezza

Il 12 dicembre è stato l’anniversario della strage di Piazza Fontana. Sono passati 50 anni da quella strage di Stato, con la quale i poteri forti, la destra fascista e la classe imprenditoriale reazionaria reagirono alle lotte degli operai di quei anni. Tra qualche giorno ricorrerà anche l’anniversario dell’assassinio di Pinelli.

È un anniversario importante nella nostra storia e giustamente ieri è stato ricordato in modo solenne, anche dalla nostra organizzazione. Dopo decenni di insabbiamenti e omertà, oggi si possono fare i nomi dei responsabili di quella strage. Eppure, tuttora, c’è da chiedersi se e quanto questo paese abbia davvero fatto i conti con quella storia, con il pericolo democratico e la deriva fascista che essa ha rappresentato, anche in relazione alle sacrosante lotte operaie di quegli anni.

Ha fatto bene il segretario generale della Cgil ha dichiarare ieri che quella strage fu un attacco alla democrazia nata combattendo il fascismo e che, oggi come allora, esiste quel pericolo e, quando si insulta la memoria, quando si nega l’olocausto, quando si minaccia Liliana Segre, significa che “è ora di scendere in piazza”. Sono d’accordo, ma vorrei, con altrettanta nettezza, che si scendesse davvero in piazza e subito contro i DL sicurezza, leggi che abbiamo considerato fasciste a luglio quando sono state approvate dal precedente governo e che a oggi non sono nemmeno nella agenda politica dell’attuale governo. L’abrogazione dei DL sicurezza dovrebbe essere la prima pregiudiziale della Cgil e in generale del movimento democratico nei confronti di qualsiasi governo. Se erano fascisti a luglio, lo sono ora a dicembre, in nessuna neppur minima parte modificati.

La verità è che, purtroppo, a oggi la loro abrogazione non è una priorità nemmeno per la Cgil, aldilà delle giuste quanto roboanti dichiarazioni del segretario generale sul pericolo democratico del paese e sulla necessità di mobilitarsi in piazza contro di esso.

2. Mobilitarsi per non mobilitarsi: la subalternità al governo del meno peggio e la rassegnazione a un paese in piena crisi

Temo che, quando si dichiara che “è ora di scendere in piazza”, si stia pensando piuttosto al movimento delle sardine. Ogni movimento che riempie le piazze non può che confortarci e vederci impegnati al suo fianco, sia chiaro. Con altrettanta chiarezza va detto però che questo movimento, aldilà del legame scontato con il PD tanto quanto con la Cgil (era chiaro anche dall’articolo del Fatto Quotidiano di qualche giorno fa), ha un limite evidente. Un limite che sta, prima di ogni altra considerazione, nel fatto che non ha contenuti di opposizione, nemmeno minimi. A partire dai DL sicurezza, prima taciuti, poi argomentati con una generica quanto insufficiente richiesta di parziale modifica.

Le piazze delle sardine sono belle. Sono chiaramente contro la Lega e questo è un bene. Ma la Lega non è al governo e di fatto non hanno alcun contenuto di rivendicazione. Proprio perché le sardine non si oppongono a questo governo, ma al limite, fuori tempo massimo, al precedente. Con il rischio che il messaggio che stanno passando sia “meglio qualsiasi governo, purché non sia il precedente”.

Di fatto è la stessa posizione della Cgil, che in questi ultimi giorni, con la settimana del lavoro, si è “mobilitata per non mobilitarsi“, con le tre giornate a piazza Santi Apostoli a Roma, senza sciopero e riempite perlopiù dagli apparati e dai gruppi dirigenti.

Questa finanziaria non mette risorse per il lavoro e le pensioni: non ci sono i soldi per i ccnl pubblici, né per le rivalutazioni di pensionati e pensionati, non c’é un euro in più per gli investimenti pubblici, né al sud né per la messa in sicurezza di un paese che fa letteralmente acqua da tutte le parti. Anche i soldi sul cuneo fiscale, aldilà della propaganda, sono pochi, così come sulla non-autosufficenza e, in generale, sulla sanità, aldilà della abolizione del solo superticket (illuminante, da questo punto di vista un recente articolo di Medicina Democratica). È disarmante il pragmatismo con il quale il gruppo dirigente nazionale della Cgil ammette la mancanza di risposte e di risorse di questa finanziaria, ma al tempo stesso giustifica la nostra subalternità a questo governo con la solita logica del meno peggio (“perlomeno non stiamo discutendo di Flat Tax con Salvini”) e del metodo (“non ci sono le risorse ma almeno ci chiamano al tavolo”). Non soltanto: la cosa ancora più disarmante è la logica del “secondo tempo”. Abbiamo tavoli programmati da qui al prossimo autunno, con la improbabile speranza che il governo resti in piedi e veda almeno la primavera e con la irresponsabile convinzione che, se anche fosse, il secondo tempo arrivi davvero. Non sono bastati decenni di politiche di governi cosiddetti “amici” che ci hanno chiesto sacrifici prima e anche dopo, per capire che, se non ci sono le risorse per il lavoro oggi, non ci saranno nemmeno domani e dopodomani.

Le risorse ci saranno quando finalmente il sindacato le pretenderà, come stanno perlomeno provando a fare ora in Francia, dove, per una riforma delle pensioni di certo non peggiore della Fornero, il paese è da giorni paralizzato da scioperi e lotte. Altro che le finte mobilitazioni di apparato o, peggio ancora, la proclamazione dello stato di agitazione nelle categorie del settore pubblico e della scuola, in ritardo e, nel caso della scuola, pure revocate dopo due giorni, con la promessa del solito tavolo con il governo.

Fare come in Francia deve essere la nostra parola d’ordine, consapevoli che non può essere soltanto uno slogan, né che si possa mai pensare di non confrontarsi con la realtà che viviamo qui quotidianamente o che sia facile fare in Italia quello che accade nelle piazze francesi. Ma dobbiamo avere sempre presente che, se si fa in Francia, non c’è ragione per non farlo qui in Italia.

Tanto più di fronte a un quadro drammatico del sistema industriale, non soltanto manifatturiero e produttivo, ma anche dei servizi. Con la crisi che sta tornando a mordere un po’ ovunque e le centinaia di crisi aziendali sempre più lontane da una soluzione. Auchan, Alitalia, Manital, ora anche Unicredit sono soltanto alcuni esempi. Poi c’è gran parte del settore manifatturiero, a cominciare dalla questione FCA. Più che di un accordo tra due multinazionali si è trattato di una vendita: PSA ha comprato FCA, con il rischio che, soprattutto in Italia, chiudano gli stabilimenti dell’automobile (già in cassa integrazione da anni e che producono modelli sovrapponibili a quelli francesi e generalmente più obsoleti) e insieme le centinaia di imprese dell’indotto.

E ILVA, dove, dopo decenni di scelte criminali per il lavoro e per l’ambiente, dopo aver ignorato per anni che soltanto la nazionalizzazione poteva mettere le basi per affrontare un problema che nessun privato risolverà mai, oggi rischia di non esserci più alcuna soluzione. A forno spento, tra pochi giorni, di fatto, non ci sarà più alcuna soluzione praticabile. L’unica possibile doveva essere la nazionalizzazione, per risanare lo stabilimento e fare gli investimenti necessari a produrre l’acciaio a caldo, come accade in altri paesi, senza dover mettere a rischio le vite dei bambini e impedire loro di giocare nei parchi quando tira vento. Chi ha creduto (sindacati compresi, tutti!) che la soluzione venisse dalla vendita di Arcelor Mittal non può non sapere di aver sbagliato: Arcelor Mittal compra da anni in tutto il mondo stabilimenti in crisi per chiuderli definitivamente, eliminare concorrenti, acquisire quote di mercato e decidere in modo pressoché monopolistico il prezzo dell’acciaio nel mondo. Così sta facendo con Taranto. Nessuno faccia finta di non aver capito per tempo.

3. A un anno dal Congresso: “altro che la Cgil del cambiamento”

In questo quadro, la posizione della Cgil è debolissima, sia sul piano del governo, sia su quello delle crisi aziendali e dei ccnl. A poco meno di un anno dal Congresso siamo passati da “abolire il Jobs act” a “va bene il cuneo fiscale”. Santificando un processo sempre più spinto di unità con Cisl e Uil, addirittura sbandierando sui giornali la necessità del “nuovo patto sociale con le imprese”. Passando dal compiacersi della telefonata con cui l’AD di FCA ha informato il sindacato, mezz’ora prima dell’accordo e dalla incredibile difesa dello scudo penale, quasi a nome di Arcelor Mittal.

Altro che la Cgil del cambiamento promessa con l’elezione del nuovo segretario al Congresso. A dirla fino in fondo, in realtà, quella Cgil più conflittuale non la abbiamo vista nemmeno con il precedente governo, tanto che il segretario generale è persino andato alla convocazione di Salvini al Viminale, senza proclamare lo sciopero generale quando sono stati approvati i DL sicurezza e revocando persino l’unico sciopero contro l’autonomia differenziata del settore della conoscenza.

E pure, altro che la Cgil dei movimenti contro quella della burocrazia, ricordate? Con l’effetto che oggi, come ieri, gli unici rapporti con i movimenti sono quelli che riteniamo piu o meno “compatibili”: le sardine, oggi, tanto quanto FFF, finché riusciremo a fare finta che possiamo stare dentro le mobilitazioni giuste del movimento dei giovani e giovanissimi senza porci davvero il tema di come metterle in relazione con il movimento dei lavoratori e con le nostre politiche contrattuali. E finchè riusciremo a far finta che le loro rivendicazioni non coincidono con la richiesta dello sciopero globale per il clima, che, fino ad oggi, salvo alcune realtà di base, la Cgil ha del tutto ignorato.

Come da anni rifiuta un confronto reale con lo sciopero internazionale dell’8 marzo e con il movimento di NUDM, tanto che, nemmeno quest’anno, la Cgil ha aderito alla manifestazione del 23 novembre contro la violenza maschile contro le donne.

Per non parlare delle vicende organizzative interne alla Cgil, di cui la scellerata creazione della nuova società della comunicazione è emblematica e che, nonostante i tanti maldipancia nei corridoi, di fatto siamo stati gli unici a denunciare (rimando al nostro comunicato e al mio intervento all’ultima assemblea generale nazionale).

Dobbiamo continuare, come abbiamo fatto finora, a smascherare le contraddizioni di questa linea. Sul piano dei rapporti e della democrazia interna, certamente (sempre più complicata nei nostri confronti, soprattutto in alcune categorie, dove addirittura nostri delegati vengono licenziati o sanzionati dalle imprese e le strutture territoriali rifiutano persino l’art.28 per condotta antisindacale).

Soprattutto dobbiamo smascherare le contraddizioni sul piano politico. Dobbiamo spiegare, con la coerenza che abbiamo sempre avuto, anche a chi, illusoriamente ma altrettanto sinceramente, ha creduto in un cambiamento allo scorso congresso, che dietro le dichiarazioni roboanti sulla stampa, la linea della Cgil non è affatto cambiata e anzi rischia di arretrare. Dobbiamo dire con chiarezza che la subalternità al governo del “meno peggio”, la scommessa sul “secondo tempo” o peggio ancora la concertazione con governo e imprese non paga e, purtroppo, non fa che aumentare il consenso del Salvini di turno (come già è accaduto ogni volta con Berlusconi).

Abbiamo un programma preciso, è quello del nostro documento. Affrontando tutte le difficoltà che abbiamo e che nessuno di noi può far finta di ignorare, dobbiamo provare a praticarlo, a partire dai ccnl e dalle sue principali parole d’ordine: salario, orario di lavoro, nazionalizzazione, sicurezza sui posti di lavoro contro l’impressionante strage quotidiana, democrazia e anti-fascismo. Ora più che mai dobbiamo chiedere di aprire una mobilitazione vera contro i DL sicurezza.

Altrettanto dobbiamo continuare a praticare, dal basso e coerentemente, il rapporto con i movimenti, come abbiamo fatto in questi anni. Sia con NUDM che con FFF e con il movimento contro l’autonomia differenziata (processo, anche questo, tutt’altro che arrestato dal nuovo governo). A novembre, la nostra assemblea nazionale delle compagne Ribelle ha riconfermato il nostro impegno nella costruzione dell’8 marzo. Speriamo che si decida di fare sciopero nel 2020 sia l’8 che il 9, visto che l’8 è domenica. Se così non sarà, ci impegneremo comunque nella costruzione dello sciopero in quei settori che normalmente lavorano la domenica, primo tra tutti quello della grande distribuzione commerciale.

Eliana Como

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