La guerra cambia ogni cosa: uno sciopero per provare a cambiare noi stessi e le cose.

Intervento di Luca Scacchi all’Assemblea Generale FLC del 12 maggio 2022, sulla mobilitazione della scuola per il prossimo 30 maggio.

Lo scorso giovedì 12 maggio si è riunita a Roma, nella sede del CNR, l’Assemblea generale della FLC, per discutere delle recenti elezioni RSU ma soprattutto del prossimo sciopero generale della scuola. Oltre al compagno Scacchi, sono intervenute anche le compagne Monica Grilli e Anna Della Ragione (e Lillo Fasciana per Democrazia e Lavoro). Al termine dei lavori, come area RiconquistiamoTutto abbiamo deciso di votare l’ordine del giorno conclusivo proposto dalla segreteria (dopo aver proposto due emendamenti, sulla convergenza con i movimenti e contro l’invio alle armi in Ucraina), con una dichiarazione di voto. L’ordine del giorno conclusivo, infatti, si è focalizzato in particolare sullo sciopero del 30 maggio e il rinnovo del contratto nazionale, che riteniamo non solo importante ma cruciale, come abbiamo sottolineato negli interventi in AG come più in generale nei comunicati di queste settimane. Per questo lo abbiamo votato, nonostante abbiamo sottolineato la netta divergenza rispetto alcune analisi e considerazioni sulla situazione internazionale, in particolare sul ruolo dell’Unione Europea, che per noi non ha mai avuto un ruolo e una strategia di pace ma è una struttura incompiuta del molteplice imperialismo europeo: un dissenso già registrato qualche mese fa sul PNRR, con un documento alternativo presentato in AG FLC, e che sarà occasione dopo lo sciopero di un confronto più generale sulla linea del sindacato, anche nel quadro del percorso del XIX congresso CGIL.

Grazie Renato [Comanducci, presidente AG FLC],

la guerra ha cambiato ogni cosa ed ognuno di noi. È la frase di un famoso psicologo americano [Seymour Bernard Sarason, riportata in World War II and schools, un capitolo di The Roots of Educational Change. Springer, Dordrecht, 2005. p. 11-24] col quale mi è capitato negli anni scorsi di aprire una delle mie lezioni che è dedicata alla seconda guerra mondiale, alla costruzione della psicologia di massa e dei sistemi sanitari di massa. Io credo che veramente questa guerra è una guerra diversa da quelle che abbiamo conosciuto nella stessa Ucraina qualche anno fa, in Iraq, nel Medioriente o in Afghanistan, nel Nordafrica o in Bosnia negli ultimi venti o trent’anni. Io credo che veramente questa guerra sta cambiando ogni cosa ed ognuno di noi.

Perché questa guerra è in grado di impattare sugli equilibri e sulle dinamiche mondiali, io credo riprendendo, accelerando, radicalizzando quelle che sono alcune tendenze che sono state, come dire, innescate e prodotte dalla grande recessione del 2008/2009.

Innanzitutto, quella che potremmo definire, che è stata definita, la fratturazione della globalizzazione. Questa guerra accelera e stringe alleanze internazionali, blocchi continentali, aree politiche e militari. Rompe quell’unità del continente euroasiatico che la Cina ha perseguito nell’ultimo decennio con One road one belt. In realtà, questo processo è in corso da un decennio. Qualche tempo fa, in piena pandemia, l’Ufficio studi di Confindustria è uscito con un rapporto sulle tendenze nei sistemi industriali e nella manifattura, che segnalava come le filiere internazionali si stessero orami accorciando e ci fossero fenomeni di reshoring continentale nei grandi processi di delocalizzazione.

Questa guerra è segnata dall’inflazione. Lo sappiamo, è evidente, la segnala l’ISTAT più o meno al 6% annuo, con possibilità che arrivi anche all’8%. L’ISTAT ci dice anche che quel 6% di inflazione per i redditi bassi, da lavoro dipendente, vale in realtà il 9/10%, perché ovviamente alimentari, energia, carburanti [cioè i prodotti il cui costi è esploso in questi mesi] pesano molto di più su quei salari. Questa inflazione però non nasce dalla guerra: l’inflazione negli Stati Uniti nel 2021 era del 7,1%, l’inflazione italiana nel dicembre 2021 era al 5%. Questa inflazione, sì, certo, è spinta e sospinta da alcuni fenomeni congiunturali, il rimbalzo economico e alcune strettoie come quelle sui chip e sui porti (conseguenti un po’ alla dinamica tumultuosa della pandemia e appunto del rimbalzo posto pandemico), ma quello che rende l’inflazione un elemento non congiunturale, che pesa sul lavoro dipendente, è la gestione capitalistica della crisi: il gonfiarsi della bolla del debito nell’ultimo decennio (oggi nel mondo ci sono 300mila miliardi di dollari di debiti, tre volte il PIL mondiale, se sommiamo debiti pubblici e privati); il fatto che i bilanci delle cinque principali banche centrali sono pari a circa 30mila miliardi annui (cioè quasi il 50% del PIL annuo mondiale) e inondando tutta l’economia di liquidità e quindi pongono le basi su cui poi l’inflazione si determina e cresce.

O, per ultimo, quel processo di mobilitazione nazionale e nazionalistica: una dinamica che conosciamo tutti/e, che conosciamo dentro l’università, che abbiamo visto alla Bicocca sulla vicenda Nori, che conosciamo in questo ente [il Consiglio Nazionale delle Ricerche] sulla rottura delle relazioni di ricerca con la Russia, che abbiamo visto alla LUISS nei confronti di un docente universitario (che al di là di quello che dice e sostiene, vede una repressione dell’ateneo senza precedenti). E’ un clima, questo di oggi, che nasce e si sviluppo sulla crescita di un nazionalismo, di un movimento sovranista e reazionario che ha dimensioni di massa da un decennio.

Sottolineo tutte queste cose perché noi, noi sindacato, noi CGIL, io credo che davanti a questi grandi processi di accelerazione rischiamo di essere nudi. Nudi. Perché da dieci anni, da quando questa crisi si è dispiegata, è cambiata la situazione ed è stata travolta la capacità di resistenza del sindacato. Ad esempio, solo un esempio per velocità, si è disarticolato il sistema nazionale della contrattazione. Guardate, noi non solo rinnoviamo i contratti con l’IPCA, ma non c’è più una durata unica dei contratti [come era fino al 2009, quando c’era un sistema quadriennale, con rinnovo economico biennale]: alcuni contratti dei privati si rinnovano ogni quattro anni, alcuni ogni cinque, alcuni ogni tre anni. Il pubblico impiego, iniziamo a dirlo, ha contratti triennali che si rinnovano oramai stabilmente alla fine del periodo di vigenza: è successo così nel 2018, succede così in questo, nel DEF c’è già scritto che succederà così nel 2025.

Davanti a questa situazione, noi fatichiamo a reagire. E reagiamo soprattutto cercando di applicare gli schemi, le modalità di fare sindacato, le strategie che abbiamo applicato nei decenni passati. Anche noi, noi FLC. Guardiamo alla storia del patto con Bassetti nel 2019, della gestione con Azzolina nel 2020, della relazione con Bianchi oggi [i diversi ministri della pubblica amministrazione dei governi Conte e Draghi, con i quali si sono stretti più volte accordi e intese, sempre scritte sull’acqua e travolte da una prassi ministeriale ripetutamente antisindacale, al di là delle diverse personalità e configurazioni politiche]. Abbiamo firmato degli accordi e abbiamo pensato, ci siamo aspettati, ci siamo illusi, che questo producesse dei risultati. Non è così. Oggi lo vediamo nel DEF. L’economia di guerra che lì si descrive, il taglio delle risorse alla sanità e alla scuola [il taglio!!!], un taglio strutturale per i prossimi anni (che è la vera risposta dell’attuale gestione capitalistica della crisi anche alla pandemia e a tutto quello che è successo negli ultimi due anni), ci descrive un’accelerazione, un cambio di fase, che va esattamente nella direzione opposta a quella che noi vorremmo.

Ed allora, per concludere, lo sciopero a cui noi siamo di fronte. Giustamente Francesco [il segretario generale della FLC] ha detto che è la priorità su cui dobbiamo concentrarci nei prossimi venti giorni. Io segnalo un’altra cosa. Questo sciopero delinea uno scenario, un cambio di fase, una ridefinizione dei rapporti di forza che chiama tutta l’organizzazione: non è solo un impegno su cui dobbiamo concentrarci da qui al 30 maggio [anche se ovviamente sarà fondamentale il massimo impegno in queste tre settimane]. È uno sciopero cruciale, attraverso cui imbastire, costruire e proiettare il cambiamento di questa organizzazione sindacale all’interno di un mondo che è cambiato dalla guerra. O noi entriamo nella logica che questo sciopero ci serve per conquistare tempo sul contratto nazionale, arrivare ad autunno [dopo la lunga chiusura estiva delle scuole] e costruire un movimento di massa, una capacità determinata e continuativa di mobilitazione, un conflitto sociale in grado di ribaltare i rapporti di forza, o noi subiremo pesantemente questa nuova fase. Io ricordo Francesco, al direttivo nazionale, all’Assemblea Generale, prima dello sciopero del 10 dicembre, ricordare come quello sciopero serviva per un cambiamento sostanziale nei processi democratici (era il periodo in cui la CGIL era sotto attacco fisicamente a corso Italia, in cui diventava sempre più evidente il profilo semibonapartista di Draghi), per cambiare le politiche economiche del governo. Ricordo cioè Francesco sostenere che quello sciopero, quello del 10 dicembre, non doveva essere uno sciopero isolato ma doveva continuare nel tempo.

Lo sciopero del 10 e del 16 dicembre è invece stato uno sciopero isolato e abbandonato. Noi dobbiamo avere la capacità di riprenderlo. Di fare del 30 maggio una data in grado di essere ponte, di riprendere una mobilitazione di massa che ci dia la forza di rinviare la firma del contratto nazionale oltre l’estate, di riaprire e cambiare i rapporti di forza. Perché, e chiudo, la battaglia che abbiamo di fronte è cruciale, nei contenuti e negli elementi che tutti conosciamo: non solo e non tanto la metodologia, la scelta di cambiare le cose per legge sopra il contratto nazionale e per di più per decreto, quanto nel merito, nella scelta di re introdurre il salario differenziale e premiale, radicalizzando la Buonascuola, nella concezione generale che c’è nel DEF e nel PNRR della sanità e della scuola. O noi ci predisponiamo ad una battaglia di lunga durata per cambiare i rapporti di forza, o noi siamo travolti. La guerra cambia ogni cosa ed ognuno di noi: o noi entriamo nella logica di cambiare noi stessi e soprattutto di cercare di cambiare le cose nella nostra direzione, o rischiamo semplicemente, come sindacato, di essere travolti.

Luca Scacchi

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