Per una svolta: odg di #RT all’AG FLC

L’ordine del giorno alternativo a quello della segreteria nazionale presentato da #Riconquistiamotutto all’Assemblea Generale della FLC dell’8 aprile 2021.

Giovedì 8 aprile 2021, on line, si è tenuta l’Assemblea Generale della FLC [il massimo organo decisionale della categoria, composto da circa 180 compagni/e], con la partecipazione di Maurizio Landini. La discussione si è focalizzata sull’attualità politica: la situazione delle scuole e il confronto con il Ministro Bianchi, il patto per il pubblico impiego e l’avvio del percorso contrattuale, il PNRR e i settori della conoscenza.
La relazione del segretario, Francesco Sinopoli, partendo da un’analisi generale sul difficile contesto (l’emergenza, la crisi, la competizione globale e i conflitti tra grandi potenze), ha sottolineato come l’istruzione e la ricerca siano profondamente attraversate da queste dinamiche, a partire dalla centralità di conoscenza e ricerca in questi processi e in questi conflitti. Per questo, secondo il segretario, è importante un nostro ruolo di rivendicazione generale per il rilancio di sistemi pubblici, nazionali, inclusivi e diffusi. In questo quadro, si è soffermato in particolare su due elementi. Primo, il confronto con il ministro Bianchi su sicurezza, revisione dei protocolli, nuovo anno scolastico, organici e stabilizzazioni: positivo l’atteggiamento, ma o si arriva a risultati o ci troveremo nelle stesse condizioni scorso anno (e ci sarà bisogno di una reazione sindacale). Secondo, il patto sul pubblico impiego: il segretario ha considerato positivo il risultato, perché dopo il brutto clima degli scorsi mesi ha posto nuovamente al centro il pubblico e aperto spiragli alla contrattazione. Sarà quindi ora da condurre con categoria la battaglia per il rinnovo del CCNL.
Il dibattito ha visto susseguirsi, prima delle conclusioni di Landini, oltre 40 interventi, in cui è emerso il disagio di ampi settori per il patto del pubblico impiego (sia nel merito sia nel metodo), a partire da alcune RSU e strutture dell’università, mentre il centro dell’organizzazione ha riproposto la lettura preoccupata ma positiva del segretario e i settori più moderati, con un profilo più prudente di altri periodi, si sono concentrati sulle specificità del nostro settore (in particolare la scuola) e la necessità di ottenere risultati ai tavoli di confronto.
Come #RiconquistiamoTutto siamo intervenuti con tre compagni/e: Luca Scacchi, Vincenzo Cimmino e Monica Grilli.
Nelle conclusione, Landini ha sostanzialmente risposto ai dubbi e le critiche sul patto (ribandendo il cambio di clima rispetto lo scorso inverno e l’apertura di spazi contrattuali tutti da verificare), quindi ha richiamato il quadro generale di confronto col governo nella difficile situazione del paese (vaccinazioni, blocco dei licenziamenti, PNRR, contratti pubblici, ecc).
Al termine sono stati presentati tre ordini del giorno. Il primo, quello della segreteria, articolava sostanzialmente l’asse politico proposto da relazione e conclusioni. Il secondo, proposto da un compagno di Siena (Micheli), sulla base della discussione del direttivo provinciale, sottolineava alcuni paletti generali (e forse un po’ generici) per il confronto in corso [sulla scuola la contrarietà ai licei di 4 anni, sull’università un cambio cambio di passo su tagli e controriforma Gelmini, sul contratto nazionale le vera tutela di lavoratori e lavoratrici, il contrasto alla deriva della regionalizzazione), per poi chiudere con un’aspra critica alla spinta centralista e verticista in corso nell’organizzazione, con il ridimensionamento degli organismi collettivi e la firma di testi prima dell’incontro con i lavoratori. Noi abbiamo presentato un nostro ordine del giorno, che riassume un diverso impianto politico nei confronti del governo, della sua azione (sicurezza, PNRR, patto e atto di indirizzo) e quindi chiede l’apertura di una mobilitazione (qui sotto il testo dell’ordine del giorno).
L’ordine del giorno della segreteria è stato approvato a maggioranza, quello presentato dal compagno Micheli ha ottenuto sei favorevoli (in particolare della Toscana, dell’università e il compagno di Lotta Comunista), il nostro cinque voti e inoltre si sono registrati sei astenuti (in particolare di Milano e di componenti di sinistra della maggioranza).

Qui il testo del nostro ordine del giorno in pdf.

Assemblea Generale FLC CGIL 8 aprile 2021: Ordine del giorno alternativo

SICUREZZA, DIRITTI E SALARIO: PER UNA MOBILITAZIONE DELL’ISTRUZIONE E DELLA RICERCA, PER RICOSTRUIRE L’UNITA’ DEL LAVORO, PER UNA REALE SVOLTA SOCIALE.

Per larga parte delle scuole italiane [oltre 5 milioni di studenti e studentesse, oltre 600mila lavoratori e lavoratrici], la fine delle vacanze pasquali ha segnato la ripresa delle attività in presenza. Le scorse settimane hanno infatti visto imporsi nuovamente la didattica a distanza anche nei cicli inferiori, per la ripresa di una curva epidemica segnata da varianti a maggior contagiosità tra giovani e bambini. Dopo l’acquisto di milioni di [inutili] banchi a rotelle, dopo un disastroso avvio dell’anno scolastico con centinaia di migliaia di cattedre vacanti (amplificato dalla mancata stabilizzazione dei precari e dall’improvvida revisione del sistema delle graduatorie), dopo l’affollamento nei trasporti e le diffuse chiusure di novembre, dopo le disarticolazioni regionaliste a gennaio, la scuola è stata costretta a tornare a distanza perché nulla è stato fatto per garantire l’attività in presenza [smezzamento delle classi, distanze, bolle, organici, trasporti e tracciamenti].

La didattica a distanza è stata gestita come sempre, con i propri devices e le proprie connessioni, con un enorme fatica degli studenti, moltiplicando il lavoro dei docenti. Una didattica i cui limiti sono oramai conosciuti (per esperienza) ed evidenti (nei tanti report). La scuola è formazione, apprendimento, sviluppo e socializzazione: tutto questo avviene attraverso relazioni e non può esser trasferito on line (quello che è possibile riprodurre è solo parziale ed incompleto). La scuola si è quindi trasformata in un moltiplicatore delle diseguaglianze (a partire da quelle sociali).

La scuola riapre, anche nelle zone rosse, ma nelle stesse identiche condizioni di prima. Al di là di proclami e dichiarazioni, infatti, non si è fatto nulla per sviluppare le condizioni di sicurezza, rivedere i protocolli, affrontare la terza ondata: non è stato speso un soldo e non è stato cambiato protocollo (DPI, distanze, presidi sanitari sono gli stessi, dal metro statico tra rime buccali alle mascherine chirurgiche, mentre tamponi e tracciamenti sono rimasti sulla carta).

La stessa campagna vaccinale si concluderà per lavoratori e lavoratrici dell’istruzione solo alla fine dell’anno scolastico, dominata dalle scelte discrezionali dei diversi sistemi sanitari, in una dinamica federalista che è stata imposta al paese. Per non parlare della contradditoria e approssimativa gestione Astrazeneca, come di tutto il rapporto con le multinazionali farmaceutiche, segnato da procedure opache che hanno consolidato il loro monopolio: dopo aver finanziato con enormi risorse pubbliche i loro vaccini, dopo aver permesso una loro gestione opportunista nella forniture, oggi stanno macinando decine di miliardi di profitti privati.

Non solo. Proprio in queste settimane, MEF e Ministero dell’Istruzione hanno confermato per il prossimo anno gli attuali organici della scuola. Il personale sarà cioè lo stesso (anzi, si perderanno qualche centinaio di posti in tecnici e professionali). La scelta non è solo quella di non smezzare le classi (nonostante il perdurare dell’allerta sanitaria), ma è anche quella di non smantellare le cosiddette classi pollaio. Una conferma che si collega ad un’insistente campagna mediatica, partita da alcuni giornali padronali come da alcune stanze della presidenza del Consiglio, per rivedere il CCNL dei docenti, intensificare strutturalmente il loro lavoro, estenderlo nel corso dell’anno [usando cioè la pandemia per sfondare contro quegli elementi collettivi su cui avevano tenuto i movimenti contro la Moratti, la Gelmini e la Buonascuola]. Al contrario, sarebbe oggi indispensabile ridurre il numero di studenti per classe, sia per garantire spazi e modalità di gestione più semplici in caso di eventuali nuovi picchi epidemici, sia (e forse soprattutto) per strutturare le relazioni educative in contesti più congrui, anche estendendo il tempo pieno nelle primarie: intervenendo cioè realmente sulle disuguaglianze prodotte in questa lunga emergenza [altro che i cosiddetti recuperi].

L’università e la ricerca non si trova in una situazione diversa. L’emergenza negli Atenei è stata gestita valorizzando l’autonomia, senza un protocollo nazionale di sicurezza (anzi, con misure e distanze molto diversificate tra le sedi), lasciando mano libera alle soluzioni discrezionali sulla didattica (con diverse priorità e modalità nelle diverse realtà), portando addirittura la CRUI ad assumere un ruolo istituzionale di coordinamento del settore. Così non si è garantito il personale precario e in appalto, si sono ignorate o stravolte le precise indicazioni ANVUR sulla DaD (in relazione ad attività integrative e impegno dei docenti), si sta oggi proponendo ipotesi di gerarchizzazione dell’offerta formativa, come delineato nel libro-intervista recentemente pubblicato dal presidente della CRUI. L’università e la ricerca sono sottofinanziate (sotto i fondi del 2008 in termini reali), rattrappite nelle dimensioni e nel personale, ancora segnate da bolle di precariato non assorbite negli anni (anche negli enti di ricerca, dove pure ci sarebbero gli strumenti normativi).

I settori privati della conoscenza, dentro e fuori i perimetri dei sistemi nazionali della formazione, nel frattempo stanno subendo la stessa dinamica di incertezza e scarsa protezione del lavoro di tutte le realtà private: riduzione dell’occupazione (mancato rinnovo di impieghi a termine e precari), incombente minaccia per il prossimo futuro (contrazione generalizzata degli organici possibili fallimenti o chiusure), in ogni caso l’estesa pratica di cassaintegrazioni e riduzioni di stipendio. Realtà che tra l’altro si trovano spesso con condizioni di sicurezza instabili e confuse, dal piano vaccinale (inseriti o esclusi a seconda delle Regioni) ai protocolli (come nel pubblico non adeguati all’attuale situazione pandemica). Un settore, oltretutto, segnato da dinamiche e comportamenti di sfruttamento selvaggio, come mostra (al di là delle sue conclusioni penali) la vicenda legata all’inchiesta sulla bancarotta fraudolenta del gruppo Polidori.

Il governo Draghi non ha infatti segnato alcuna discontinuità. L’impianto di questo esecutivo non si discosta dall’esperienza precedente, sia in relazione al suo profilo semibonapartista [centrato su presidenti del consiglio relativamente autonomi dalla rappresentanza politica], sia in relazione alle sue politiche [con un’evidente matrice di classe]. La nuova maggioranza, anzi, si rivela sempre più preoccupante nella sua composizione [da Forza Italia alla Lega di Salvini], nella compagine di governo [che comprende settori della destra nazionalista come di quella ultraliberista, da Stefani a Giavazzi, da Giorgetti a Brunetta], nelle sue nomine [un generale in servizio come commissario all’emergenza; un CTS con esponenti dal dubbio profilo scientifico o che hanno firmato l’indecente appello Zangrillo dello scorso giugno]. La sua azione è quindi conseguenza di questo suo profilo e di questa sua natura.

La sua politica è esemplificata dal DL Sostegni: 32 miliardi di euro che, come ha dichiarato lo stesso Draghi, per tre quarti sono destinati alle imprese e hanno riproposto la logica dei condoni. Un’azione che quindi conferma le solite politiche economiche degli ultimi decenni: non tocca patrimoni e capitali, non cancella il debito, alimenta la speculazione supportando le banche. Un’azione che ha rimandato l’estensione universale degli ammortizzatori sociali ed ha mantenuto indefiniti termini e modalità della conclusione del blocco dei licenziamenti (che rischia di precipitare su lavoratori e lavoratrici con la prossima estate). In questo quadro si colloca il PNRR, pietra angolare di questo governo: un piano di fondi e prestiti europei con interventi direzionati e condizionati, finalizzati a supportare il sistema imprenditoriale (la produttività totale dei fattori), nel quadro di una crescente competizione mondiale e di un’incipiente regionalizzazione delle filiere. Non siamo di fronte ad una manovra espansiva di stampo neokeynesiano o neanche alle semplici dimensioni della manovra delineata da Biden in USA. Lungi da rappresentare politiche di rilancio del ruolo dello Stato e della coesione sociale, tali interventi tendono infatti a confermare le solite politiche economiche UE di impianto ordoliberale [uso dello Stato per garantire il funzionamento del mercato e dell’economia capitalista]. Non a caso l’Unione Europea e il governo considerano inevitabile il proseguimento di politiche fiscali prudenti nel medio termine, assicurando la sostenibilità del debito [cioè pensano di tornare ad un avanzo primario in pareggio e ad un rapporto deficit/PIL il 3 per cento, come negli anni passati].

Questo scopo del PNRR è particolarmente evidente nell’istruzione e nella ricerca. La stessa compagine di governo, a partire da Messa (MUR), Cingolani (Transizione ecologica), Colao (Innovazione digitale) è esemplificativa di questo impianto: interventi e riforme di strutture finalizzati all’impresa (anzi, al business, come detto dalla Ministra Messa alle Camere), sia nel ridisegnare la filiera tecnico professionale (istituti superiori, ITS, lauree professionalizzanti), sia nel focalizzare la ricerca allo sviluppo imprenditoriale (a partire dallo costruzione di una serie di centri esterni dal perimetro pubblico, come IIT e HT, anche a guida privata, oltre a privilegiare poche realtà e strutture in cui concentrare massa critica). In questo quadro anche il ministro Bianchi (Istruzione) rischia di esser funzionale a questo assetto iperliberista, perché pur compensando alcune storici bachi della scuola italiana [divari territoriali, scarsità del tempo pieno, limiti della scuola dell’infanzia], delinea percorsi di riforma volti ad accompagnare la disarticolazione territoriale dei servizi all’istruzione e la loro ibridazione con i settori privati [dai patti territoriali alla revisione della struttura della scuola centrata sulle classi].

Il Patto sociale per il lavoro pubblico. In questo contesto si colloca l’intesa politica raggiunta dal presidente del Consiglio Draghi e dal Ministro Brunetta lo scorso 10 marzo con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative [CGIL, CISL e UIL]. Non ci nascondiamo alcune conseguenze contrattuali positive che possono discendere da questo accordo: il diritto soggettivo alla formazione [considerato attività lavorativa], lo stanziamento di risorse aggiuntive per la revisione degli inquadramenti, la flessibilizzazione dei tetti ai fondi per il salario accessorio ed infine, pur non facendo nessun riferimento ad una revisione delle attuali norme, l’inserimento del lavoro agile nel CCNL. Il perno di quel patto ci sembra però altro: il rilancio di quella politica della premialità impostata dal DL 150/2009 (la cosiddetta Brunetta, per l’appunto), di fatto imbrigliata dal blocco dei salari accessori in questi anni. Come recentemente affermato dallo stesso Brunetta, si vuole così distinguere furbetti e operosi [come si vede, proprio con le stesse categorie mentali di più di dieci anni fa]. A questo scopo si rilancia una logica di efficienza e merito, proponendosi una contrattazione integrativa centrata sulla produttività oggettiva e sviluppando quindi strumenti a questo scopo [estendendo al pubblico le agevolazioni fiscali previste per i settori privati]. Così, cioè, si vuole favorire lo sviluppo delle componenti variabili dello stipendio, nel pubblico basate appunto sulla logica differenziale della Brunetta. Tenendo poi conto che si conferma l’impossibilità di contrattare l’organizzazione del lavoro e si condivide la necessità di estendere il sistema degli incarichi. E tacendo sulla scelta di implementare in tutto il pubblico gli istituti del welfare contrattuale [cioè non solo la trasformazione di una parte del salario monetario in salario non monetario, ma anche determinando il paradosso di lavoratrici e lavoratori retribuiti con servizi promossi da concorrenti privati, tagliando nel contempo le entrate fiscali che sostengono il loro lavoro pubblico].

Rinnovo dei contratti nazionali. In questo contesto rientra la prossima stagione di rinnovi contrattuali del pubblico impiego. Le risorse attualmente previste dalla Legge di Bilancio sono 3,7 mld di euro [4,07% aumento medio, 3,8% con il consolidamento dell’elemento perequativo]: 98 euro medi in tutto il pubblico impiego; 89 euro medi nell’istruzione ricerca; 85 euro medi nella scuola. Siamo lontani dagli aumenti a tre cifre promessi in occasione dell’intesa del 24 aprile 2019. Nell’ultimo decennio gli aumenti sono stati del 7,55% a fronte di un inflazione [Ipca] del 14%: i rinnovi dal 2016 in poi, cioè, non stando ancora coprendo la perdita di potere d’acquisto avvenuta dopo la recessione del 2009, in una situazione di bassa inflazione. Al di là delle insufficienti risorse previste, che dovrebbero esser integrate da quelle per la revisione degli inquadramenti, in questa partita contrattuale sono aperte tutta una serie di altre questioni, dall’impianto del salario accessorio all’organizzazione del lavoro, sino alla contrattualizzazione del lavoro agile. Le prime bozze dell’atto di indirizzo generale per i rinnovi dei CCNL pubblici, in questo quadro, sembrano però confermare le peggiori interpretazioni del Patto sociale sul pubblico impiego, facendo iniziare questa contrattazione in salita: centralità della valorizzazione della performance e della differenziazione degli stipendi, introduzione generalizzata del welfare, definizione di una nuova fascia EP, imposizione di chiari limiti alla contrattazione del lavoro agile (confermando il suo ambito nell’organizzazione del lavoro e quindi esplicitamente rientrante nelle competenze esclusive del datore di lavoro).

Serve una svolta nell’istruzione e nella ricerca. L’allerta sanitaria durerà purtroppo ancora a lungo, a causa dei lunghi tempi di vaccinazione, delle varianti, delle possibili mutazioni del virus e dell’effettiva copertura dei vaccini. Le misure sanitarie saranno quindi inevitabili anche per il prossimo anno scolastico. Per questo è fondamentale conquistare rapidamente una revisione dei protocolli di sicurezza, che garantiscano distanze congrue [l’ISS ha appena indicato i due metri per mangiare, l’opportunità almeno del metro e mezzo per gli spazi chiusi], l’uso di mascherine FFP2 per il personale e di quelle chirurgiche per gli studenti; tamponi periodici frequenti e tracciamenti a tappeto in caso di contagi; trasporti pubblici sicuri. In questo quadro, sia per garantire scuole in sicurezza sia per sviluppare spazi di apprendimento più adeguati, è fondamentale prevedere un sostanziale aumento dell’organico, con la trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto e un vero e proprio piano di stabilizzazione del precariato (concorso per titoli e servizi per chi ha 36 mesi di servizio), oltre che l’apertura di un nuovo reclutamento al fine di eliminare l’imponente massa di cattedre vacanti attuali. Nelle università deve esser definito un protocollo nazionale di sicurezza (con uguale attenzione su distanze, tracciamenti e DPI) e un significativo investimento al fine di ridurre il numero di studenti per corso (sia per garantire condizioni di sicurezza, sia per riportare strutturalmente questo indice entro parametri europei). Inoltre, eventuali forme di Didattica a distanza devono ritornare nei parametri e nelle indicazioni con cui questa forma si è sviluppata negli ultimi decenni, a partire dalle indicazioni ANVUR (evitando ogni strutturazione di didattiche blended, gerarchizzate e squalificanti). Serve cioè tornare ad investire sull’istruzione e sulla ricerca, a partire da un rilancio dei fondi strutturali per il suo funzionamento (organici e MOF nelle scuole; FFO e FOE in università e ricerca, stabilizzazione dei precari e assunzioni del personale TAB, docente e di ricerca), ampliando la capacità e l’inclusività di questi servizi universali [implementazione diffusa di una scuola d’infanzia statale, sviluppo del tempo pieno, piano straordinario per l’edilizia scolastica, accesso gratuito all’istruzione universitaria con borse di studio e servizi di supporto].

Una svolta per tutto il pubblico e per il lavoro. Il lavoro deve riconquistare sicurezza, diritti e salari. Per questo è essenziale la riconquista dei servizi universali pubblici (infrastrutture, trasporti e sanità). Proprio la pandemia ha messo in evidenzia i danni delle logiche di austerità, liberalizzazione e privatizzazione degli ultimi decenni. Abbiamo visto lo stato pietoso dei trasporti pubblici, nelle metropoli come nella provincia.  Abbiamo visto gli effetti della regionalizzazione della sanità, le logiche di budget e la differenziazione dei servizi. Per questo è fondamentale avviare una campagna di revisione del titolo V della Costituzione, che riporti i servizi pubblici universali su un piano statale e nazionale, con un grande piano di investimenti di rilancio di queste strutture. Un piano che non può che partire da un intervento straordinario di assunzione nel pubblico impiego, almeno un milione di persone, che da una parte riporti il numero dei dipendenti pubblici su parametri europei, dall’altro riduca i problemi di disoccupazione e sottoccupazione tipici del mercato del lavoro italiano (dovuti proprio a questa gracilità dei settori pubblici). Un lavoro che non può esser squalificato: per questo serve definire una piattaforma per il prossimo CCNL che si proponga aumenti più significativi di quelli oggi previsti (oltre le sole tre cifre) ed uguali per tutti, cioè in grado di favorire gli stipendi più bassi [sia per alzarli ben sopra la soglia di povertà relativa, sia per ridurre l’attuale ventaglio salariale]; inoltre, è necessario smantellare le logiche di premialità e la variabilità individuale dello stipendio, riconoscendo indennità e componenti accessorie collettive [sulla base di funzioni e mansioni svolte]; infine, è importante conquistare spazi di contrattazione dell’organizzazione del lavoro. Un intervento straordinario sui servizi universali e sul lavoro pubblico che deve congiungersi all’azione su un nuovo sistema universale di welfare [cassaintegrazione e disoccupazione], oltre che ad una più generale campagna per la riconquista di diritti e salari nel lavoro. Piani straordinari di intervento da finanziarie a partire da una profonda revisione fiscale, con una significativa patrimoniale del 10% sul 10% dei patrimoni principali.

Tutto questo non si conquista semplicemente ai tavoli, si conquista mobilitando lavoratori e lavoratrici, modificando i rapporti di forza tra le classi in questo paese. Per questo serve determinazione e serve il conflitto, sindacale e sociale. Serve cioè far crescere in ogni territorio una presa di parola collettiva: discutere la piattaforma contrattuale e questa proposta di trasformazione sociale. Sviluppare in ogni istituto e realtà assemblee, ordini del giorno, documenti sottoscritti da lavoratori e lavoratrici, comitati di lotta e coordinamenti delle RSU. Diffondere lo stato di agitazione in ogni realtà della conoscenza, far lievitare la richiesta di uno sciopero generale dell’istruzione e della ricerca che si colleghi ad una vertenza generale del lavoro. Serve cioè un grande progetto di cambiamento generale che nasca dalla contrattazione nei posti di lavoro e dalle vertenze sindacali, allargandosi e coinvolgendo a studenti, precari, movimenti e figure sociali frutto delle contraddizioni di questo sistema. Un percorso in grado di creare e sviluppare nei territori comitati, coordinamenti e consigli, che crescano nei movimenti, contrastino lo sfruttamento, contestino lo storico esproprio della gestione della società operato dal capitale. Solo la mobilitazione ed il protagonismo di lavoratori e lavoratrici, infatti, può portare ad ottenere non solo scuole in presenza e in sicurezza, ma un più complessivo cambio di passa in grado di difendere salari e diritti, di trasformare questa società malata.

Vincenzo Cimmino, Anna Della Ragione, Monica Grilli, Francesco Locantore, Luca Scacchi.

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