Di L.Mortara. Opposizione o sostegno critico alla Fiom?

Rielaborazione critica dell’intervento di Lorenzo Mortara all’assemblea dei metalmeccanici di Rt e spunti di riflessione in merito.

Compagne e compagni,

la Fiom al momento è il fanalino di coda della Cgil. La Fiom viene da una tornata contrattuale in cui ha firmato il peggior contratto della storia, il rinnovo di quello separato di Fim e Uilm tanto contestato per anni. Il primo in pratica completamente gratuito per i padroni. Quello che come sempre, ha fatto da battistrada per l’estensione del modello in tutte la categorie, col famigerato indice IPCA che sterilizza ogni reale richiesta di aumenti. Durante il lockdown della prima ondata di covid, la Fiom ha replicato in Fca l’accordo sulla sicurezza con cui Landini ha protetto Conte e li padroni per lasciar fare a loro praticamente quello che han voluto. Se abbiamo ottenuto qualcosina, lo dobbiamo agli scioperi: non grazie a Landini ma nonostante Landini che li ha stoppati e depotenziati per lo più vanificandoli. La Fiom ha dato il via libera al prestito a fondo perduto a Fca, riuscendo nell’impresa non da poco di un sindacato che riesce a far aver miliardi ai padroni, ma non ottiene il becco di un quattrino per i suoi tesserati. Questa è la Fiom attuale. Una Fiom che da cinque anni è tutta protesa a difesa del suo apparato, nei fatti contro i lavoratori.

Eppure nonostante questi fatti incontrovertibili, al primo comitato centrale in presenza, il 15 Luglio, noi ci siamo astenuti, cioè abbiamo detto che la linea della Fiom va abbastanza bene, bisogna solo fare di più. Ma di più di niente e di più di zero fa sempre zero e fa sempre niente. Mi domando cosa debba fare di più contro i metalmeccanici, la Fiom, per avere qualcuno nel CC che gli voti contro? Qualcuno, negli interventi, ha scambiato l’astensione del 15 Luglio, per l’astensione sulla piattaforma, giustificandola con la “copertura” dei compagni di SCR (il solo Brini per altro) che allora vollero votare a favore a tutti i costi. L’astensione sulla piattaforma e quella al comitato centrale son due cose diverse, ma visto che al comitato centrale Brini si era già presentato con la nuova maglia delle “giornate di Marzo”, ora che non c’era nulla da “coprire”, che ci siamo astenuti a fare?

Perciò io penso che prima di tutto dobbiamo decidere se facciamo opposizione alla Cgil e quindi alla Fiom, come scriviamo di essere, o se facciamo una pressione critica sui dirigenti per spingerli più a sinistra che è quello che fanno le “giornate di marzo”. Son due cose diverse. Una pressione critica dice che questo sciopero è solo l’inizio e cerca di spingere avanti la linea della Fiom. Ma un’opposizione vera dice che ci vuole un’altra linea, radicalmente diversa, tanto più che un conto è la nostra speranza, un conto sono le intenzioni della burocrazia Fiom.

Per la burocrazia Fiom la speranza è che sia l’ultimo. Lo dimostrano i comunicati tutti intenti a spiegare che è Federmeccanica ad aver rotto; lo spostamento al cinque novembre dello sciopero, per fare il meno male possibile alle aziende e nella speranza di ricucire prima lo strappo. Guai a mostrarsi pubblicamente come quelli che rompono, cosa potrebbe pensare la stampa padronale? Non da oggi, ma almeno da cinque anni a questa parte, non ci sarebbe stato altro da fare che prendere atto della chiusura padronale e rompere qualsiasi trattativa. Eppure anche così l’unica preoccupazione della burocrazia della Fiom, è quella di non mostrarsi troppo conflittuale.

La Fiom che oggi assieme a Fim e Uilm proclama sciopero è la stessa che cinque anni fa proclamò se non vado errato 3 giorni di sciopero per firmare il capostipite dei contratti bidone, abbandonando la sua stessa piattaforma più che modesta alla prima curva. È la stessa Fiom che ha abbandonato i lavoratori della Whirlpool al loro destino e che oggi fa finta di sostenere azioni più forti ma non ha ancora detto la sola parola che va detta forte e chiara in questo momento: la Whirlpool va occupata, compagni e compagne, occupata e nazionalizzata. Va occupata subito ed è strano che sul nostro sito non campeggi a caratteri cubitali tale elementare rivendicazione, però a marzo la chiusura delle fabbriche senza un solo cenno ai salari era un inno martellante. Se non lo diciamo noi che la Whirlpool va occupata chi lo deve dire in Cgil? Ma un’opposizione che non dice una parola sulla vertenza simbolo del momento, che opposizione fa?

Questa è la Fiom che sta preparando ai lavoratori l’ennesimo accordo bidone. E questo va detto ai lavoratori. Va detto che questa è la linea, la stessa che ha portato, a seconda del livello, ai 30/40 euro di aumento in cinque anni, e che oggi viene sostanzialmente riproposta e che nella migliore delle ipotesi porterà a 100-120 euro di aumento come negli alimentaristi in 4 anni, cioè 90 su 150 richiesti in tre. Una pena oltreché una miseria. E siccome il vertice più alto è già stato raggiunto, appunto da alimentaristi e sanità privata, è probabile che ai meccanici tocchi ancora il fanalino di coda o un gradino intermedio comunque più basso di quella cifra modesta.

È vero, rispetto a cinque anni fa c’è una novità, il covid con le sue conseguenze, in primis la spaccatura in Confindustria. Perché il covid ha creato danni inenarrabili in fabbrica. Ma avendo fatto fuori tutti gli interinali a marzo, le fabbriche con la nuova ondata e i primi focolai che decimano i reparti, sono per lo più con i lavoratori contati. È anche per questo che molti padroni hanno paura di uno scontro. Perché al momento, in molte fabbriche, bastano un pugno di lavoratori in sciopero per mettere in ginocchio i padroni. E da questo punto di vista c’è indubbiamente qualche speranza in più per un rinnovo. Noi dobbiamo appunto infilarci in questa contraddizione, senza però scordarci che la nostra burocrazia è pronta a stoppare le mobilitazioni alla prima offerta padronale in linea col contratto degli alimentaristi. E senza dimenticare che Federmeccanica non è Federalimentare. Macellerie, fabbriche di cioccolata, eccetera, restano aperte durante i lockdown, totali o parziali, perché anche durante il covid bisogna mangiare. Gli alimentaristi hanno più di un motivo per firmare contratti. Ma le auto e molti prodotti meccanici non si mangiano durante un possibile nuovo lockdown, è difficile quindi che Federmeccanica si spacchi come Federalimentare, tanto più che i padroni metalmeccanici hanno piena coscienza del ruolo specifico che hanno in questo paese. Sanno che non possono cedere come gli alimentaristi. In breve saranno un osso molto più duro.

Se noi queste cose non le diciamo, se non mettiamo in guardia i lavoratori dalla linea fallimentare della Fiom, facciamo come le neonate giornate di marzo, l’alternativa per le anime belle della Cgil. Quelli che esaltano come frutto della lotta che paga i contratti degli alimentaristi e quello della sanità privata. Il primo, per altro al momento firmato solo da poche realtà, porta 119 euro in quattro anni e regala il multiservizi alle aziende, cioè la possibilità di subappaltare al 40% in meno del salario i lavoratori; il secondo porta 154 euro dopo 14 anni di vacanza contrattuale, ed è pagato al 50% dalle regioni, cioè dai lavoratori. Se questi contratti sono figli della lotta che paga, allora anche quelli di quattro anni fa lo erano. Eppure andate a vedere che cosa dicevamo noi del contratto degli alimentaristi (Articolo di Bellavita, qui e scheda qui). Per noi, allora, era negativo. Poiché oggi è quasi uguale, è negativo anche oggi. Del resto, la lotta paga quando inverte la rotta, facendo arretrare i padroni, non quando sancisce le loro vittorie, tuttalpiù addolcendo la pillola ai lavoratori con qualche spicciolo, come nel contratto della sanità privata che, visto il covid e la situazione sanitaria, era nelle cose che venisse in qualche modo firmato. Nessuna lotta può pagare con uno sciopero telefonato, proclamato dalla burocrazia per poter firmare subito dopo alla prima offerta.

Questa è stata la linea nella sanità e questa grosso modo è la linea di Fiom-Fim-Uilm. Cosa dunque dovremmo proporre noi di Rt? Noi dovremmo nei direttivi proporre di rompere con Fim e Uilm. Dovremmo cioè riavvolgere il nastro all’indietro e ripartire dalla capitolazione di 4 anni fa che pose fine alla nostra battaglia. Perché quello che resta da rinnovare per noi, non è il contratto separato di Fim e Uilm, cioè quello firmato anche da noi quattro anni fa, ma quello ormai sepolto nella polvere del 2008 (che non era il Re dei contratti, ma era ovviamente diecimila volte meglio degli altri e sopratutto rappresentava la linea della Fiom). È chiaro che non si può rompere così d’un tratto con Fim e Uilm senza averle sfidate davanti ai lavoratori. In questo senso è giusto mettere pressione a Fim e Uilm come richiamato dalla portavoce nel suo intervento. Ma che significa in concreto mettere pressione addosso a FIM e UILM? Beh, innanzitutto non dare per scontato che solo FIM e UILM si vogliano sfilare. Perché il nostro gruppo dirigente non è tanto diverso, come dimostra proprio il contratto appena scaduto con la Fiom rientrata nei ranghi senza un briciolo di vergogna. Re David non dà molte più garanzie di tenuta di Fim e Uilm. Fim e Uilm vanno stanate in fabbrica, costringendole ad alzare il tiro, di modo che in caso di rottura, siano delegittimate davanti ai lavoratori. Finché si decide tutto nella stanza dei bottoni delle burocrazie, si va avanti col metodo preferito da Fim e Uilm, quello della delega. Così si sfilano di sicuro, anzi avranno tutti i vantaggi per poterlo fare, per non fare le assemblee e far fallire gli scioperi ancora prima del tempo (in molte fabbriche le assemblee sono già saltate). La Fiom dopo questo sciopero, che è la solita passerella già vista, finta, proclamata in ritardo per dare tutto il tempo ai padroni di renderla ancora più vana di quel che già rischia di essere, deve pretendere che tutto sia deciso assieme ai lavoratori. Solo così abbiamo qualche speranza di ottenere qualcosa.

Termino con un riferimento alla polemica interna di RT, tra il grosso dell’esecutivo e il gruppo del PCL di cui faccio parte sulla vicenda dell’assemblea dei lavoratori combattivi. Io credo che nel momento in cui si parte sempre dal presupposto assiomatico e non dimostrato che qualcuno abbia un secondo fine (le tessere, i volantini più rivoluzionari eccetera), l’esecutivo si preclude da solo di comprendere quanto meno il motivo del disaccordo. Io non credo di essere un genio, ma nemmeno di essere deficiente, e solo un deficiente può fare trecento chilometri per andare a Bologna al coordinamento nazionale a dire che il problema sono i volantini poco rivoluzionari. Bene ha fatto il compagno Breda a ricordare che una critica non è un attacco e che troppe volte chi critica la maggioranza è visto come un nemico. Nessuno più di noi lo sa bene, visto che Landini è stato maestro nell’uso di questo basso espediente. Però poi non capisco per quale motivo Breda abbia concluso dicendo che nella nostra critica si dica che il nemico sembri più l’esecutivo che i padroni. Ma dove l’ha letta una cosa del genere? Nessuno di noi può pensare un’aberrazione simile. Rifletta Breda sul fatto che questo è più o meno quello che ci hanno sempre detto in maggioranza, che noi facevamo la guerra più a loro che ai padroni. Così come il discorso di Serafino Biondo porta alle stesse conclusioni di Landini. Il compagno Biondo ha spiegato le sue contrarietà alla pubblicazione del testo, dando per scontato che se lui ci vede un attacco alla portavoce, questo sia un dato oggettivo. E quindi ha concluso come Landini quando diceva che il problema non era essere in disaccordo con lui, ma il modo in cui si era in disaccordo, cioè che in sostanza il dissenso era ammesso solo se approvato preventivamente da lui. Nel discorso del compagno Biondo ho sentito la stessa identica logica. E il dubbio che qualcuno la possa pensare diverso? Chi decide se una una critica all’esecutivo è un attacco? Io spero chiunque tranne l’esecutivo perché è parte in causa e, come ha ricordato la compagna Di Pietro, essendo un esecutivo dovrebbe eseguire le decisioni prese collettivamente non dare gli ordini.

Per ora rilevo che nei tanti interventi contro i presunti attacchi all’esecutivo, alla portavoce (addirittura perché donna), nessuno di chi è intervenuto è stato in grado di citare un solo passo del testo “incriminato”. È strano, si parla di accuse così gravi che nessuno è in grado di circostanziarle testo alla mano. Allora forse il problema è inverso. Più che il rispetto delle donne, noi avremmo bisogno di un esecutivo che recuperasse un po’ di sana virilità. Perché è poco dignitoso per l’esecutivo stesso, presentarsi regolarmente alle assemblee piagnucolando come una prefica e facendo sempre la vittima.

Ora, siccome io non parto mai dal presupposto che qualcuno abbia un secondo fine, dico che a volte ci si può venire incontro, prendendo semplicemente atto di quello che qualcuno dice considerandolo semplicemente la sua rispettabilissima opinione. Quando sento un buon compagno come Serafino Biondo contrario alla pubblicazione di un testo, io penso che se abbiamo un canale in più di democrazia si può anche, in determinati casi, venirgli incontro. Per questo nel coordinamento abbiamo presentato un ordine del giorno per chiedere che la mailing-list del coordinamento nazionale diventi orizzontale, accessibile a tutti i membri del coordinamento, sia in lettura che in invio, e non solo ai gestori. Questo ordine del giorno è stato acquisito dalla presidenza e quindi approvato all’unanimità dal coordinamento. Fermo restando che io sono per la pubblicazione di tutti i contributi, in via del tutto eccezionale non ci si deve impuntare per una pubblicazione. A un testo però deve essere data garanzia, in quel caso eccezionale, di una capillare circolazione interna. Riflettano perciò quelli che hanno parlato di attacchi personali, di maschilismo eccetera, sul fatto che a due mesi dal coordinamento, dopo essere stati invitati dalla portavoce a “praticare la democrazia”, l’esecutivo non solo non abbia ancora messo in pratica l’ordine del giorno approvato, ma nemmeno si sia degnato di pubblicarlo o menzionarlo. Forse se la democrazia fosse stata davvero messa in pratica, dando attivazione (si può fare in due minuti) al dispositivo approvato, avremmo senz’altro gestito meglio la querelle.

Chi critica, come si vede, fa tutt’altro che attacchi gratuiti. Chi critica fa soprattutto proposte per raddrizzare la nostra opposizione. Anche questa assemblea è stata da me espressamente chiesta a Bologna. E qui vi annuncio che all’assemblea nazionale presenterò un nuovo ordine del giorno sempre per migliorare la democrazia interna, che è quello che più ci serve per rilanciarci. E chiedo (non l’ho fatto in assemblea perché me lo sono scordato), che anche i metalmeccanici di RT abbiano, come tante altre categorie, la loro chat su Whatsapp o Telegram, perché dobbiamo discutere tra noi nel vivo della trattativa. Non possiamo affidarci solo agli interventi della portavoce. Bisogna darle una mano. Tanto più che un’assemblea come questa è stata importante, ma non si può nascondere che aver visto solo 25-30 persone in collegamento, compreso il generoso compagno Zasso non metalmeccanico, indica più di ogni altra cosa lo stato di estrema difficoltà di RT.

Sono contento che nelle conclusioni la portavoce abbia ravvisato un clima più disteso rispetto a Bologna. Ma, almeno io, non mi sono smosso di un millimetro dalle posizioni assunte a Bologna. Solo forse, trattandosi della mia categoria ed avendo più tempo rispetto ai cinque striminziti minuti di Bologna, ho potuto esprimere più chiaramente la mia contrarietà. Forse la ragioni del dissenso ora cominciano ad essere comprese anche da chi non le condivide. È il mio augurio per tutti.

Da Bologna a oggi confermo tutto. L’impressione è che abbiamo una critica puntuale, precisa e millimetrica, e una replica che all’opposto è sempre grossolana, imprecisa e un tanto al chilo. Una replica che ricostruisce a braccio le posizioni altrui, distorcendole regolarmente, quando non capovolgendole.

La portavoce non mi ha nominato nelle conclusioni, ma senza voler essere presuntuoso, credo si sia riferita a me per ben tre volte.

La portavoce ha respinto la mia analisi, dicendo che trova sbagliato andare nelle fabbriche a dire che la “Fiom tradirà” (testuale). Io la parola tradimento non l’ho neanche usata. E non l’ho usata per la semplice ragione che non si capisce cosa debba tradire la Fiom, con una piattaforma che è mezza welfare, fondi integrativi ed enti bilaterali, quindi mezza spazzatura e mezza richiesta di aumenti salariali modesti in linea con le piattaforme delle altre categorie. Gli alimentaristi infatti, per portare a casa 119 euro, ne hanno chiesti 200 in 4 anni. Come i 150 dei meccanici in tre. Chiamereste tradimento un contratto che ha portato un euro in meno della sufficienza? No, nessuno lo può fare. “Dignitoso” è stata infatti la parola usata dai delegati migliori della maggioranza all’ultimo direttivo Fiom di Vercelli. E anche la Fiom ne portasse a casa 80-90, nessuno potrebbe accusarla di tradimento. Tanto più che il covid le fornirebbe facilmente un’attenuante insperata. Non sarà facile ottenere nemmeno quella miseria a due cifre, ma per farlo la Fiom non deve affatto tradire, basta che segua l’iter burocratico della piattaforma. La Fiom ha tradito cinque anni fa, per tornare a tradire dovrebbe tornare sui suoi passi e chiedere almeno 200 euro in tre anni come faceva prima. Allora sì che portandone a casa 70-80 apparirebbe come una traditrice. Finché sta sul piano di Fim e Uilm, non si tratta di andare a dire ai lavoratori che tradirà, si tratta solo di dire loro la verità, non mezza come vuol fare Rt.

Anche il mio discorso sulle 16 ore di sciopero, è stato trasformato dalla portavoce in una linea avventurista in contrasto con le 8 ore proposte da RT. È l’esatto opposto. Io ho parlato dopo Dario Salvetti che ha criticato le 8 ore indiscriminate di sciopero senza tener conto delle varie realtà. Il rischio per lui è mandare allo sbaraglio i lavoratori. Io ho ripreso il discorso di Salvetti, condividendolo appieno e precisandolo. Ho detto chiaro e tondo che non possiamo permetterci, dopo 24 ore di sciopero per un contratto bucato, 8 ore l’anno scorso in estate (qualcuno le ha dimenticate?) per passerella, 4 a novembre 2019, altre 4 o 8 ore di sciopero oggi senza che ai lavoratori ne venga in tasca nulla. È deleterio per il prosieguo della trattativa che i lavoratori alla fine di ogni sciopero si trovino sempre e solo la busta paga più bassa. Noi dobbiamo impedirlo a tutti i costi. Perciò ho proposto che ognuno valuti, cercando, dove possibile, di proseguire non fino alle 8 ore, ma fino a ottenere al secondo livello qualche cosa, per esempio un premio che manca, un sussidio aggiuntivo alla cassa integrazione, eccetera. E ho fatto l’esempio delle 16 ore di marzo all’YKK, perché hanno fruttato la paga al 100% durante il lockdown. Dove evidentemente non si intraveda una qualche possibilità di vittoria, almeno al secondo livello, è inutile incaponirsi nelle 8 ore. Ho consigliato cioè prudenza in reale opposizione alla linea perdente della Fiom. La Fiom dice sostanzialmente buttiamo quattro ore, Rt dice buttiamone 8, raddoppiando lo sciopero telefonato. Il risultato sarà più o meno lo stesso: massimo sforzo per minimo risultato. Io ho consigliato l’opposto: minimo sforzo e quanto più mirato possibile per il massimo risultato. Non è dal proseguire sulla linea della Fiom, assecondandola, che verrà un buon contratto, ma dallo scardinarla. Noi dobbiamo spingere i lavoratori a questo. Perché se si accodano e basta si infileranno in un vicolo cieco. E che nessuno mi dica ora che io ho detto di non scioperare. Non esiste un’opposizione che non sciopera, come diceva Bellavita, il problema è come scioperi, senza testa come la maggioranza o cum grano salis come un’opposizione che ce l’ha sul collo.

Infine un’occupazione di una fabbrica ben precisa, la Whirlpool, con anche molti lavoratori stessi pronti a farlo (mentre scrivo stanno occupando l’autostrada), diventa nelle conclusioni della portavoce un discorso su numerose e generiche occupazioni. Ed io penso che quando prendi le distanze, o meglio eviti pure la questione occupazione della Whirlpool, trasformando una rivendicazione elementare in una specie di generale assalto al cielo, vuol dire che gli attacchi alla persona non c’entrano nulla, perché significa che ci sono serie divergenze strategiche e programmatiche, di merito, dentro RT. Ed è per questo che ci batteremo anzitutto per la democrazia interna, perché dobbiamo affrontarle con calma ma a viso aperto. Perché questa linea semi-destrorsa, di accompagnamento alla maggioranza, è radicalmente sbagliata e va messa in minoranza con una battaglia cristallina e trasparente per le idee. Perché non è una linea di classe. È qualcosa di amorfo che non promette nulla di buono. Almeno per chi sa vedere le nuvole nere all’orizzonte che prepara.

Lorenzo Mortara

Direttivo Fiom Vercelli

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