Contratto alimentaristi: uno scambio ineguale!

di Sergio Bellavita

Il contratto sottoscritto dagli alimentaristi è un capolavoro di ipocrisia sindacale (leggi il testo e la nostra scheda con i punti principali di dissenso). Dal punto di vista salariale si conquista un importo che nessuna altra categoria oggi ha ottenuto in questa fase di rinnovi, nemmeno i bancari, ed è pur vero che si difendono gli scatti di anzianità, inizialmente messi in discussione dalle associazioni padronali. Ma dal punto di vista sostanziale le organizzazioni sindacali fanno una serie di concessioni che  cancellano completamente il valore di quella conquista salariale e vanno ben oltre. Sebbene sia stata  respinta la cancellazione degli scatti di anzianità, lo scambio è netto e inequivocabile e si realizza tra grandi imprese e sindacato. Dietro l’ideologia dello spostamento del peso della contrattazione sul secondo livello si compie una sorta di livello unico contrattuale in cui ogni livello è prescrittivo contro l’altro con  beneficio delle grandi imprese appunto. Chi ha sostenuto che la svalorizzazione del contratto nazionale avrebbe aperto spazi a quella aziendale dovrà ricredersi. Ogni livello è giocato contro l’altro con l’obbiettivo di sancire la non sovrapponibilità dei costi tra i due livelli. I 105 euro di adeguamento salariale saranno pagati a peso d’oro dai lavoratori, soprattutto da quelli che fanno la contrattazione aziendale. Non solo c’è un anno di moratoria dei contratti in scadenza sino al 31.12.2017 ma si predetermina che non potranno esserci ulteriori richieste economiche per tutti quelli che scadranno dopo il 1.1.2018. Una contrattazione di sussistenza in uno dei settori meno colpiti dalla crisi. La durata  del contratto nazionale viene posta a 4 anni. Si passa così dal biennio economico, varato nel 1993 dopo la resa sulla scala mobile, alla triennalità  dell’accordo separato Cisl Uil del 2009, per finire oggi al quadriennio degli alimentaristi. In virtù di questa presunta innovazione un lavoratore della Barilla è già in grado di dire oggi quanto guadagnerà sino a tutto il 2019 e non ha più modo, se non nella contrattazione individuale, di aumentare il suo salario. In barba all’ideologia del premio di risultato, di produttività!! L’impresa è libera di crescere e guadagnare quanto vuole, mentre il lavoratore non potrà neanche più chiedere nulla. Si concedono 16 ore in più di flessibilità dell’orario di lavoro (da 72 a 88) e un aumento del 50% del periodo di calcolo dell’orario plurisettimanale che arriva così a sei mesi, in deroga alla già pesantissima legge 66 sugli orari di lavoro del governo Berlusconi. Per la Cgil è particolarmente controversa l’accettazione del demansionamento libero da parte dell’azienda, esattamente come previsto nel Jobs Act che a parole si vuole abolire. Le aziende potranno assegnare a un lavoratore mansioni inferiori a quelle del livello di appartenenza in caso di riorganizzazione.
La bilateralità di settore assume altri obbiettivi, oltre il welfare contrattuale, come il sostegno al reddito dei licenziati, e lo fa in una logica corporativa e di privatizzazione del servizio pubblico, dalla sanità agli ammortizzatori sociali. Tutto riservato solo ai lavoratori iscritti al fondo. Un altro colpo al sindacato quale soggetto di rappresentanza generale. Dai servizi agli iscritti al contratto degli iscritti il passo è breve.
In sostanza il giudizio è negativo. Con questo accordo al contratto nazionale si affida un ruolo prescrittivo e autoritario sulla libertà sindacale dei lavoratori nel secondo livello mentre si mantiene intatta e si rafforza la libertà dei padroni di derogare in peggio da esso. Un modello contrattuale del tutto particolare quello che si profila in questa intesa, un modello che schiaccia i due livelli formali in un solo livello sostanziale. Uno più uno è uguale a due in matematica ma può fare anche solo uno, o peggio zero nella contrattazione.  Il sindacato potrà appuntarsi la medaglietta di aver rinnovato il contratto ma questa medaglietta è pagata dai lavoratori. Nessuno può pensare seriamente che questo sia il rafforzamento del ruolo del contratto nazionale che serve ai lavoratori. Risparmiamoci almeno l’ipocrisia.

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