AG FLC 16.10.20: l’autunno e la mobilitazione di istruzione e ricerca.

Venerdì 16 ottobre, on line, si è riunita l’Assemblea Generale della FLC CGIL, per fare il punto sulla complessa situazione nei settori della conoscenza e l’autunno.

Il segretario generale, Francesco Sinopoli, ha tenuto una lunga relazione, focalizzata sull’analisi di fase, a partire dalla crisi di sistema in corso [tornante decisivo per le sorti dell’umanità]. L’emergenza sanitaria è allora una lente che rende più nitidi i contorni di questa crisi, che vede in stretta connessione salute, clima, ambiente, lavoro, giustizia sociale e sistema produttivo. Serve cioè, per Sinopoli, una rivoluzione dei presupposti teorici e materiali su cui è basato l’attuale modello di creazione e distribuzione della ricchezza.
In questo quadro, sono stati sottolineati alcuni aspetti geopolitici, a partire dalle elezioni USA, con la nuova guerra fredda di Trump, e dalle contraddizioni dell’Unione Europea, tra nazionalismi contrapposti e spinte federaliste [che con il Recovery Fund potrebbero diventare, secondo Sinopoli, una breccia aperta nell’ordoliberismo UE, base di un nuovo modello sociale europeo].
Sinopoli ha anche sottolineato il pericolo dell’offensiva confindustriale, da una parte per garantire l’uso privato delle ingenti risorse pubbliche, dall’altro per costruire un nuovo patto neocorporativo di controllo dei salari (come nel ‘92). Offensiva evidente sul fronte dei contratti, a partire da quello metalmeccanico.
È inoltre importante considerare le torsioni politiche ed istituzionali in corso, un tornante storico-politico che può farsi inquietante: contrazione del ruolo del Parlamento (vedi referendum), stato d’eccezione e decretazione d’urgenza, ruolo sempre più invasivo delle Regioni.
La scuola e l’università sono oggi travolte dall’aggravamento della pandemia, a partire dalla Campania. Una dinamica che rivela errori e inadeguatezze del Governo: per riaprire e tenere aperto in sicurezza servivano presidi sanitari, esclusività del trasporto scolastico, applicazione dei protocolli, rafforzamento degli organici; abbiamo invece avuto chiamate ridotte, fallimento della call veloce, caos GPS; boom delle supplenze, didattica digitale usata per risolvere problemi di spazi.
C’è anche una specifica offensiva sull’istruzione, in cui si vuole allargare gli spazi di mercato. Si è invocata persino la necessità di riformare il sistema scolastico secondo un meccanismo duale, sulla falsariga di quello tedesco, che rilancia una selezione di classe. Una narrazione sostenuta da tv e dai grandi giornali, che pone in secondo piano le criticità nelle scuole e nelle università, oltre che attaccare i sindacati.
Il segretario ha allora sottolineato la necessità di sviluppare sia proposte concrete sia mobilitazioni. Proposte concrete, per usare le risorse europee per superare le criticità dell’Istruzione e della Ricerca: obbligo per la scuola dell’infanzia e sino a 18 anni; sviluppo istruzione adulti su Cpia, totale gratuità dei percorsi universitari, fondi di ricerca, inversione delle logiche degli ultimi 30 anni di eccellenza e autonomia competitiva. In questo quadro, la didattica digitale non può esser sostitutiva della scuola o dell’università (anzi, nel quadro di quell’offensiva prima segnalata, c’è una spinta su streaming ed obbligo di registrazione, come nuovo sistema duale contro un vero diritto allo studio e per sviluppare il mercato nell’istruzione).
Mobilitazioni. Per il segretario, è stata positiva l’iniziativa di Priorità alla Scuola, movimenti e organizzazioni sindacali. Questo percorso deve oggi proseguire, con un confronto e ascolto di lavoratrici e lavoratori (assemblee) e quindi con la richiesta di un confronto al Governo su punti precisi: in mancanza di risposte valide, ci sarà uno sciopero capillarmente organizzato, nei tempi della discussione della legge di bilancio. Uno sciopero, perché le cosiddette nuove forme di mobilitazione sono astratte e sostanzialmente insussistenti. Uno sciopero difficile, per clima e tempi, ma necessario, anche per evitare il rischio di lasciare il campo dell’azione sindacale vuoto e per contrastare la spinta, insidiosa e soffocante, a ridurci al ruolo di supporto sussidiario dei vuoti dell’amministrazione.

Il dibattito, a partire da una relazione così ampia, è stato articolato, con più di trenta interventi. Ovviamente, si sono espresse molteplici sfumature e specificità, dalla particolare condizione dei settori privati della conoscenza (dove pesa in modo particolare la crisi ed il rischio di licenziamenti, e dove Aninsei, l’associazione confindustriale, preme per l’applicazione del patto di fabbrica)alle diverse condizioni settoriali (università e ricerca). In ogni caso, si sono imposti due temi alla discussione: la mobilitazione (tempi e forme dello sciopero) e la didattica digitale.
Sulla mobilitazione. Diversi interventi delle aree più moderate hanno sottolineato condizioni oggi insussistenti per lo sciopero (incazzatura non si trasforma in partecipazione), il rischio di adesioni scarsissime (un boomerang), la necessità di costruirlo nel tempo e di verificare il pieno sostegno della CGIL, (per alcuni) soprattutto la verifica nelle assemblee del clima della categoria (niente è scontato). I settori più di sinistra della maggioranza hanno invece sottolineato la necessità della mobilitazione, nel quadro di un’offensiva padronale in cui bisogna difendere alcuni elementi cardine (sistemi nazionali contro autonomia differenziata, numero di alunni per classe, ecc), nel quadro di una crisi epocale in cui bisogna rimettere in discussione politiche di sistema: lo sciopero è allora da costruire con determinazione, nel percorso delle assemblee e (per alcuni) non in tempi storici.
Sulla Didattica digitale (ripresa in tantissimi interventi, con tantissime sfumature), alcuni hanno sottolineato il rischio di apertura di un mercato privato (piattaforme, materiali, supporti, ma persino sostituzione dei docenti come avviene in GB in alcune scuole di comunità); altri hanno marcato il ruolo innovativo della DID, che deve certo esser regolata contrattualmente ma che in forma aggiuntiva ha un ruolo (scuola) e che supporta il diritto allo studio (università); altri ancora hanno evidenziato come l’obbligo di videoregistrazione negli atenei (e la sua possibile strutturalizzazione) limita la libertà di docenza, rischia di creare una didattica a distanza approssimativa per chi non ha le risorse, permette alle amministrazioni di appropriarsi del lavoro docente.

Sono intervenuti un compagno ed una compagna di RT! nella FLC. Luca Scacchi, tra i primi interventi, ha in particolare precisato alcuni elementi analitici (per esempio, il rischio che la defiscalizzazione degli aumenti salariali diventi la base di un nuovo patto neocorporativo, o la possibilità, con questo governo e le sue politiche, che i fondi europei siano usati per rilanciare sistemi di mercato nei settori dell’istruzione), oltre che segnalare e sollecitare lo sciopero in questo tempo, in stretto rapporto con la resistenza della FIOM. Monica Grilli, ha sottolineato l’insostenibilità della situazione della scuola (la sicurezza non è garantita, ad esempio oggi in Piemonte diminuiscono tamponi e tracciature) e l’azione inaccettabile del governo, che in questo quadro ha rilanciato l’autonomia differenziata delle Regioni (inserendo il DDL Boccia tra i collegati al Nadef), difendendo prioritariamente gli interessi predatori del padronato (nell’istruzione e non solo): per questo ascolto non è sufficiente e serve sciopero.

Le conclusioni di Sinopoli, rispetto alla discussione svoltahanno sottolineato l’importanza e la centralità della prossima fase di assemblee con lavoratori e lavoratrici: da una parte per confrontarsi con quello che si vive e i problemi creati dall’azione del governo in questi mesi, dall’altra per sviluppare una prospettiva, rivendicativa e di sistema, a partire da risorse che finalmente ci sono (dopo decenni di tagli). In parallelo a queste assemblee si svilupperà il confronto con il governo: perché se oggi sottoscrivesse un patto sulla conoscenza, non di contenimento dei salari ma di investimenti, lo sciopero allora non servirebbe. Lo sciopero infatti è un mezzo, non un fine. La discussione non può esser sciopero sì o sciopero no, ma come ottenere risultati. Arriveremo all’azione collettiva per ribaltare i rapporti di forza se saremo costretti, non a freddo, ma con studenti e famiglie, in interlocuzione continua con la Cgil, ma anche con gli altri sindacati di settore e confederali.  Allora, la fase che abbiamo di fronte è quella di coinvolgimento di lavoratori e lavoratrici, proprio per preparare questo percorso di mobilitazione, in un contesto in cui è molto difficile portare avanti l’azione collettiva. Aprendo anche una riflessione, come FLC e con CGIL, sul sistema scuola, anche sui temi dello smartworking e della didattica digitale, regolandola contrattualmente (ribadendo contrarietà all’obbligo di videoregistrazione, sapendo che per l’università è in ogni caso necessario ricostruire un sistema nazionale oggi frammentato dall’autonomia).

In conclusione, si sono contrapposti due ordini del giorno.

Quello della segreteria della FLC [approvato a larga maggioranza], ha sottolineato l’accentuazione di diseguaglianze determinata dalla pandemia; il rafforzamento del governo Conte (pur in presenza di forti spinte centrifughe) e il permanente consenso alle forze sovraniste; i fallimenti e le inadeguatezza del MI [dai precari alla didattica digitale] e del MUR [enfatizzazione autonomia, assenza di un protocollo nazionale e obblighi diffusi di videoregistrazione]; la particolare condizione di Afam e ricerca, come dei settori privati; l’importanza della prossima fase relativa alle scelte sul recovery plan; la centralità delle elezioni RSU e della possibilità di fare una campagna elettorale fuori dall’emergenza; una campagna di assemblee nei luoghi di lavoro di confronto e ascolto, parallela ad un confronto con il Governo e in caso di esito negativo, “ulteriori azioni di mobilitazione ivi compresa la proclamazione dello sciopero da tenersi in concomitanza con la discussione della legge di bilancio, da preparare con ulteriori assemblee e altre forme di mobilitazione”.

Quello presentato dai compagni e dalle compagne di RT! [respinto con 4 voti ed 1 astenuto], è stato presentato da Luca Scacchi. I due ordini del giorno richiamano elementi analitici per molti versi sovrapponibili: sulla crisi e l’offensiva padronale, sul profilo dell’azione del governo e la situazione dei nostri settori. È un elemento positivo, perché rappresenta una consapevolezza condivisa, importante nel guidare l’azione dell’organizzazione. Abbiamo però deciso di presentare una risoluzione contrapposta perché c’è una divaricazione sui tempi dello sciopero. Condivido quello cha ha detto in conclusione di questo dibattito Monica [segretaria Emilia Romagna, ndr] e Francesco [segretario generale]: lo sciopero è un mezzo, non un fine. Esatto, lo sciopero è uno strumento per cambiare le cose. Io penso, noi pensiamo, che uno dei problemi più grandi degli scioperi degli ultimi anni, per la CGIL e non solo, è che sono stati scioperi di posizionamento, di dissenso [che hanno cioè segnato la posizione dell’organizzazione, ma non volevano o non potevano più incidere sulle scelte del governo]. Non a caso, più di una volta, sono scioperi avvenuti a provvedimenti già assunti. Intendiamoci, anch’essi possono avere un senso o anche una necessità, ma lo sciopero dovrebbe puntare a difendere lavoratori e lavoratrici, i loro interessi e i loro diritti, o a innescare con diversi rapporti di forza processi di trasformazione sociale. Il problema, allora, è che noi riteniamo inutile, poco sensato, uno sciopero nell’autunno inoltrato, per diversi ordini di ragioni.
In primo luogo, lo sciopero dovrebbe servire a cambiare l’attuale situazione nelle scuole e nelle università. Non serve attendere ulteriori interlocuazioni con il governo, perché quello che è da cambiare sono provvedimenti e condizioni di oggi: ad esempio, nelle scuole serve che sia ritirata la circolare Bruschi della scorsa primavera (ancora vigente e richiamata nelle Linee guida sulla DDI) o nelle università, serve un protocollo nazionale sulla sicurezza (ancora inesistente). Lo sciopero, cioè, non può esser rimandato ad altre verifiche, perché in primo luogo è un mezzo per cambiare oggi i rapporti di forza, le relazioni e le norme con cui si sta gestendo questa emergenza.
In secondo luogo, lo sciopero dovrebbe provare ad incidere sulle scelte future, cambiare gli assi e gli impianti che già stato emergendo per la Legge di bilancio o per la definizione degli interventi legati al Recovery Plan. Questi provvedimenti, però, si definiranno nelle prossime settimane, forse nei prossimi due mesi, non a dicembre. Allora a cosa potrà mai servire uno sciopero a pochi giorni, o poche ore, dalle votazioni della legge di bilancio (quando saranno già chiusi i suoi saldi definitivi e il suo impianto sostanziale)? A cosa potrà mai servire uno sciopero per le risorse, quando impianti ed indirizzi del recovery plan saranno definiti nei documenti europei e in quelli ministeriali?
In terzo luogo, perché come ha sottolineato la stessa relazione, questo sciopero non si muove nel vuoto, ma si rapporta ad un’offensiva padronale che è in corso oggi, sui contratti nazionali (con l’azione di Confindustria), ma anche nei nostri settori, sui media e non solo. Se questa offensiva è oggi in pieno corso, per provare a fermare, o almeno smorzare, questa offensiva allora la reazione deve esser oggi. Non fra due mesi, quando magari avrà ottenuto le sue prime vittorie, sul fronte dei metalmeccanici, di qualche altra categoria o dell’azione del governo (dall’impianto della legge di Bilancio al blocco dei licenziamenti). Ed allora, lo sciopero deve esser costruito ora, anche in relazione al rinnovo dei metalmeccanici e alla loro iniziativa. E per questo indichiamo come ipotesi venerdì 6 novembre, subito dopo la giornata di sciopero FIOM FIM UILM.
Certo, sappiamo che non è uno sciopero facile e non sarà facile costruirlo. Però proprio come ha detto il segretario generale nella sua relazione, è uno sciopero che bisogna costruire oggi per anche per evitare il rischio di lasciare il campo dell’azione sindacale vuoto e per contrastare la spinta, insidiosa e soffocante, a ridurci al ruolo di supporto sussidiario dei vuoti dell’amministrazione.

Report a cura di LS

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