È proprio ora di uno sciopero generale della conoscenza!

Uno sciopero di tutti e tutte, per le stabilizzazioni, per il contratto e contro ogni autonomia differenziata (a partire dalla legge Boccia).  

La scorsa settimana c’è stata una rottura tra il nuovo ministero dell’Istruzione e i sindacati di categoria della scuola (CGIL, CISL, UIL, SNALS e GILDA), sulle forme e le modalità del concorso straordinario per il precariato. È la conclusione annunciata di un lungo percorso, iniziato il 24 aprile dello scorso anno.

Nella scorsa primavera, infatti, questo fronte sindacale aveva proclamato per il 17 maggio uno sciopero generale di tutto il comparto della conoscenza, sulla base di una piattaforma che focalizzava le principali emergenze relative alla scuola, l’università e la ricerca: il rinnovo del contratto (con la conquista di aumenti reali che permettessero non solo di difendere il potere d’acquisto, ma di avvicinare gli stipendi alla media europea del settore), il precariato (con la conquista di un processo di stabilizzazione per le decine di migliaia di precari storici in tutto il comparto), il contrasto dell’autonomia differenziata (con la difesa dell’impianto universale e nazionale dell’istruzione e di tutti i servizi pubblici).

Quello sciopero generale fu però annullato improvvisamente alla fine di aprile, dopo aver raggiunto con il ministro Bussetti ed il premier Conte un’intesa politica: un’intesa che sin da subito avevamo denunciato come scritta sull’acqua, senza nessuna reale esigibilità. In particolare, sul contratto (essendo che la partita era ovviamente legata alle risorse della Legge di Bilancio) e sull’autonomia differenziata (essendo i generici impegni assunti nell’intesa non sufficienti a garantire l’unità dei servizi e dei diritti universali, anche solo quelli relativi all’istruzione). Sul precariato, nel quadro di un numero limitato di assunzioni, circoscritte per di più solo al personale docente della scuola (24mila sulle oltre le 150mila posizioni di fatto vacanti), veniva comunque tracciato un percorso di stabilizzazione potenzialmente rivolto a tutto il personale storicamente precario (cioè, con più di 36 mesi, allora intorno alle 50/60mila persone).

Gli impegni di quell’intesa erano comunque proprio scritti sull’acqua e infatti, da allora, sono stati più volte rivisti, proprio a partire da quelli relativi al precariato. La specifica intesa di giugno non si è infatti mai concretizzata: i bandi per i percorsi di abilitazione straordinari e semplificati, aperti a tutto il precariato storico, sono stati bloccati dalla crisi estiva della maggioranza e sono caduti con il governo Conte. Il successivo Conte bis, con il suo nuovo ministro Fioramonti, nel corso dell’ottobre ha infatti voluto rivedere quell’intesa, disegnando un nuovo percorso che prevedeva un concorso straordinario (anche abilitante) e rimandava la possibilità del percorso abilitante, tracciando comunque una possibile stabilizzazione generalizzata (anche se indebolendola ulteriormente, e significativamente, rispetto al già fragile impianto definito a giugno). I punti di quell’intesa di ottobre sono però stati rivisti e peggiorati nel percorso parlamentare, portando le organizzazioni sindacali a proclamare un successivo stato di agitazione lampo a dicembre, rientrato in 72 ore con un verbale di conciliazione firmato da un ministro (Fioramonti), che però 72 ore dopo si è dimesso! Così, oggi, dopo la definitiva approvazione della Legge di Bilancio, il nuovo ministro dell’Istruzione Azzolina ha rotto con le principali organizzazioni sindacali: il combinato disposto della cancellazione di fatto di ogni PAS straordinario e di un concorso focalizzato sulla selezione (80 quesiti in 80 minuti, 80% del punteggio per prova selettiva invece che 70% sui titoli, assenza di una banca data dei test, ecc) ha reso infatti evidente la completa fuoriuscita da ogni logica di stabilizzazione, prevendendo quindi solo l’assunzione di qualche decina di migliaia di docenti che serviranno a compensare i pensionamenti di questi anni.

Uno sciopero del precariato: uno sciopero limitato ai più deboli, uno sciopero sbagliato perché divide  lavoratori e lavoratrici invece che unirli! I principali sindacati di categoria hanno reagito proclamando uno sciopero della scuola per il prossimo 17 marzo. Uno sciopero, però che si è voluto limitare solo ed esclusivamente ai precari ed alle precarie. I lavoratori e le lavoratrici della scuola, dopo la lunga e giusta lotta contro la buonascuola, sono assunti sulla base di graduatorie e di criteri oggettivi e quindi non sono direttamente ricattabili per le loro scelte, a partire da quelle sindacali (ad eccezione, parzialmente, di quelli assunti dai Dirigenti scolastici in seguito alle Messe a Disposizione, comunque oltre ventimila nel corrente anno scolastico). Sono comunque i lavoratori e le lavoratrici più deboli: instabili, con meno legami nel proprio istituto (più giovani e spostati di anno in anno da una scuola all’altra, da un territorio all’altro), pagati di meno, senza la sicurezza di un reddito futuro. Chiamare allo sciopero solo i centocinquantamila addetti più a rischio di un settore di oltre un milione di lavoratori e lavoratrici è quindi in primo luogo un errore rispetto ai principi di fondo di un sindacato generale. Sin dike: insieme la giustizia, è un principio infatti che chiama tutti e tutte alla solidarietà, in primo luogo dei più garantiti nei confronti di quelli meno garantiti. L’errore poi non è solo di principio, ma anche di opportunità sindacale.

Lo sciopero del 17 marzo deve esser allargato a tutto il personale, a tutta la conoscenza. Come infatti è evidente ricapitolando la vicenda dalla scorsa primavera, la rottura sul concorso straordinario per il precariato scolastico avviene sul punto più avanzato delle trattative con il governo, nel quadro di una piattaforma complessiva che mostra sugli altri terreni situazioni ancora peggiori. Non solo è indicativa dell’inaffidabilità del Ministero (che ha rivisto in pochi mesi per ben tre volte gli accordi raggiunti con il sindacato), ma avviene nel quadro di una legge di Bilancio e di una politica di governo che ha evitato ogni discontinuità nei confronti dell’istruzione e della ricerca: nessun recupero di un decennio di tagli, nessun nuovo investimento, nessuna inversione di rotta rispetto ad una gestione neoliberista dei sistemi pubblici. Non a caso, i nodi in discussione oggi sono esattamente gli stessi della piattaforma dello sciopero revocato lo scorso maggio e della relativa intesa di aprile.
Il precariato. Non solo nella scuola, ma in tutto il comparto. Oltre 150mila posizioni vacanti nella scuola, che determinano il ciclico gonfiarsi di sacche di centinaia di migliaia di precari e precarie, assunti per anni in forma instabile ed intermittente, destabilizzando l’intero sistema educativo e riproducendo ciclicamente divisioni e conflitti per il riconoscimento della loro condizione e delle loro abilitazioni. Le migliaia di precari della ricerca, che nonostante i percorsi avviati con la Madia ancora caratterizzano il settore, come si vede intorno ad alcuni esempi emblematici anche nella cronaca di questi giorni. Le decine di migliaia dell’università: non solo i giovani (e oramai meno giovani) ricercatori che insegnano o che portano avanti studi e progetti (spesso con contratti individuali e forme atipiche di lavoro), ma anche quelli e quelle coinvolti/e in un’oramai diffuso processo di esternalizzazione, con appalti a portinerie, biblioteche e specifici servizi che prevedono anche stipendi a 4 euro all’ora o poco più (persino negli Atenei statali).
Il contratto nazionale. Le risorse a disposizione nella legge di Bilancio sono raddoppiate rispetto allo scorso aprile. Nonostante questo, siamo ancora ben lontani dalla semplice difesa del potere di acquisto (il mitico IPCA) o dalle famose tre cifre promesse da Bussetti e Fioramonti. Senza parlare degli obbiettivi della categoria, che dopo anni di blocco contrattuale e lo scarno rinnovo del 2018 (considerato unanimemente un acconto), attende questo contratto come l’occasione per poter realmente vedere un sostanziale aumento di stipendio, che almeno li riavvicini a quelli comuni in Europa. Un aumento poi che eviti lo sviluppo di ulteriori differenziazioni e diseguaglianze, con la sua defiscalizzazione (che sarebbe regressiva, incidendo maggiormente sui rediti più alti) o con nuovi improvvidi meccanismi di valorizzazione che premierebbero solo una parte del personale. Il problema non è solo quello del salario, ma anche dei diritti e della contrattazione nei settori pubblici, che devono finalmente superare la logica brunettiana ancora vigente nei decreti Madia.
L’autonomia differenziata. È venuto il momento di uscire dall’ambiguità di questi molti mesi: l’autonomia differenziata è un processo di frammentazione che produrrà l’aumento delle diseguaglianze tra i territori, tra le lavoratrici e i lavoratori. I principali sindacati della conoscenza, ed in primo luogo la FLC, hanno sottolineato con sempre maggior nettezza l’importanza che i diritti ed i servizi universali (sanità, trasporti, istruzione, ecc) non prevedano differenziazioni sul territorio, mantenendo quindi invariato il loro impianto nazionale (ed anzi, rafforzandolo, a partire da una significativa inversione di tendenza in quei settori che hanno già sperimentato processi e percorsi di sostanziale differenziazione tra territori e tra sedi, come nelle università). Nonostante i discorsi, le intese e gli appelli, la direzione di marcia non si è però modificata. A partire da quella di questo governo, che proprio in questi mesi ha tracciato una bozza quadro (la cosiddetta legge Boccia) che lungi da arginare le richieste di alcune regioni settentrionali, che lungi dal garantire i sistemi nazionali di welfare, apre pienamente la strada ad un loro diversificazione territoriale.

Per questo, serve ora uno sciopero di tutta la conoscenza. Come area programmatica nella FLC, come dirigenti sindacali, delegati/e, lavoratori e lavoratrici del settore, chiederemo con forza e con determinazione di allargare subito lo sciopero del 17 marzo a tutti i lavoratori e le lavoratrici, a tutto il settore della conoscenza. Il momento dello sciopero è infatti ora, non domani. Perché oggi è aperto nel paese il problema, ed il dibattito, sulla cronica assenza di investimenti nell’istruzione e nella ricerca, anche per le dimissioni di Fioramonti ed il recentemente spacchettamento del MIUR. Perché ora si definiscono ed implementano i provvedimenti previsti nella Legge di bilancio ed in quelle collegate (dai provvedimenti per i precari all’Agenzia nazionale della ricerca sino alla decisione di come impiegare e suddividere i fondi a disposizione). Perché questa prossima primavera sarà delineato il DEF e quindi la prossima legge di bilancio e quindi ora, tra febbraio e marzo, si gioca la possibilità di rivendicare e lottare per conquistare una discontinuità, se non un’inversione di tendenza. Ora quindi è il momento di chiamare tutta la categoria, e tutto il comparto, alla mobilitazione ed allo sciopero.

Per questo riteniamo importante lo sviluppo di ogni mobilitazione, ogni percorso di lotta, ogni sciopero di questa stagione. A partire dal prossimo sciopero della scuola il 14 febbraio, promossa da alcuni sindacati di base e sostenuto da alcuni coordinamenti precari (per la stabilizzazione, per il rinnovo del ccnl, contro l’autonomia differenziata). Ci auguriamo la maggior partecipazione possibile di lavoratori e lavoratrici (stabili e precari). Ce lo auguriamo perché, al di là dei suoi risultati immediati, al di là della sua focalizzazione sulla scuola, possa segnare l’inizio di una reale mobilitazione di tutto il comparto dell’istruzione e della ricerca, di tutto il mondo del lavoro. Una mobilitazione che, in ogni caso, dovrà esser ripresa e approfondita nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. E per questo ci impegneremo come area programmatica della FLC.

RT! nella FLC

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