CD FLC. L.Scacchi: In un tempo sospeso, costruiamo lo sciopero generale!

Intervento di Luca Scacchi al CD FLC del 18 dicembre 2019.

Ho l’impressione che stiamo vivendo in un tempo sospeso. Siamo in una fase di stagnazione economica, senza che si delinei nessuna prospettiva di uscita dalla Grande Crisi apertasi nel 2007/08, con molteplici segnali di una prossima incipiente recessione (dall’inversione dei tassi sui titoli di stato USA alla frenata della produzione industriale europea), ma senza che questa nuova ulteriore rottura della dinamica capitalista si palesi concretamente. Con una gestione capitalistica della crisi di impianto neoliberista che ha evidenziato tutti i suoi limiti e le sue insufficienze nel riavviare il ciclo, ma senza che una diversa gestione capitalistica della crisi di impianto nazionalista riesca ancora ad imporsi (e senza che tantomeno emerga una prospettiva alternativa, più o meno radicale). Con un governo ed una maggioranza che ha oramai palesato con evidenza le sue contraddizioni e la sua inconsistenza, in attesa di una nuova compagine reazionaria che si staglia all’orizzonte senza ancora emergere concretamente.

In questo tempo sospeso, la nostra categoria è quindi ancora bloccata sui diversi nodi che hanno segnato l’intesa del 24 aprile e la sciagurata revoca dello sciopero di maggio.
Sui precari, è evidente l’estrema parzialità di quanto ottenuto. Il precariato rimane un dato strutturale di tutti i settori della conoscenza, a partire dalla scuola: non si intacca infatti con i 50mila posti dei concorsi ordinario e straordinario la quota significativa di posti vacanti nell’organico di fatto e, come ha sottolineato Massimiliano, è ancora da costruire la prospettiva di un percorso di stabilizzazione certo per l’insieme di tutto il precariato.
Sull’autonomia differenziata, il nodo oggi è quello della bozza Boccia. Un nodo già problematico in sé, perché un governo che ha al suo interno il centrosinistra (PD) e la sinistra (LeU) posiziona l’argine in una legge quadro che marginalizza il Parlamento (chiamato di fatto a ratificare intese raggiunte tra Governo e Regioni) e che presuppone di definire i LEP entro un anno (altrimenti ritorna in campo il concetto di spesa storica: ora, io ho più volte ricordato come i LEP siano concepiti secondo un criterio neoliberale di controllo della spesa e subordinazione dei diritti alle logiche di bilancio, ma qui è proprio l’argine dei LEP che evapora nel nulla). Una bozza quindi che non solo definisce un argine inesistente, ma che rischia di costruire un binario attraverso cui si impone la logica federalista. E così sarà poi più difficile bloccare la sua progressiva implementazione da parte dei successivi governi (compresi eventualmente quelli della Lega).
In questa contrasto all’autonomia differenziata, infine, al contrario di quello che pensa Monica ritengo che sono evidenti le nostre differenze con la CGIL: basti guardare le differenze tra i comunicati della nostra categoria e quelli della CGIL proprio in merito alla bozza Boccia.
Sul rinnovo del contratto, certo, si sono conquistate alcune risorse in questa legge di bilancio. Però non solo sono insufficienti (come detto da Francesco nella relazione), non solo sulla questione salariale c’è un evidente urgenza della categoria e del lavoro in generale (come sottolineato da Raffaele), non solo ad oggi non si è visto nessun segnale di disponibilità sul quadro normativo (ritorno alla contrattazione dell’organizzazione del lavoro oltre e contro Madia e Brunetta), ma di fatto si è imposta una tempistica che vedrà il rinnovo concretizzarsi solo alla fine del prossimo anno. Come lo scorso, cioè, si è schiacciato il rinnovo al termine del triennio di vigenza, definendo così una nuova prassi ed una nuova tempistica dei rinnovi contrattuali pubblici (a ridosso della loro scadenza e non del loro avvio). Per di più in una dinamica politica, ed in un quadro economico, su cui in ogni caso si addensano evidenti nubi e tempeste.

Tutto questo, nel quadro di un’ulteriore incertezza e ambiguità: la dimostrata inaffidabilità della controparte. Nel corso del 2019, infatti, più volte abbiamo visto smentire intese già firmate. Non solo tra il Conte uno e Conte due (l’intesa di aprile e poi l’intesa di ottobre), ma persino nel quadro dello stesso governo sono emerse evidenti arretramenti. Tra l’intesa di ottobre e il successivo decreto legge. Sino ad una discussione parlamentare che è arrivata a regolare per legge materie attinenti alla trattativa, come la mobilità. Le intese sono sempre più scritte sull’acqua, con una prassi che rischia di imporsi e rendere di fatto inesigibile ogni intesa eventualmente raggiunta con il governo.

In questo quadro, è il nostro atteggiamento generale verso il governo che è particolarmente problematico. Non ne abbiamo infatti sostenuto solo la nascita (come ha ricordato Francesco nella sua relazione). Ne abbiamo soprattutto salvaguardato in questi mesi la sopravvivenza, ha partire dalla titubanza con cui abbiamo sviluppato la mobilitazione su contratto, autonomia e precariato. Come ha sottolineato Raffaele lo abbiamo infatti fatto tardi e in tono minore: abbiamo cioè cercato di evitare ogni rischio di eventuale fibrillazione e messa in discussione di questo quadro politico, subordinando quindi la nostra azione alle compatibilità generali della situazione.
Abbiamo salvaguardato il governo nell’azione e persino nella parola. Prendiamo la stessa legge di Bilancio: questo agosto ci siamo spesi per la centralità ed il rispetto del Parlamento e della fondazione parlamentare della nostra democrazia; questo dicembre non abbiamo trovato un minuto per denunciare che la Camera dei Deputati, come lo scorso anno (ma quest’anno senza la scusa della trattativa con la UE) sia stata espropriata dalla possibilità di emendare o anche solo discutere il testo, dovendo approvare a scatola chiusa in pochi giorni, in poche ore, quanto definito al Senato.
E voglio qui sottolineare che, tra le altre cose, questo governo e questa maggioranza hanno proposto in questa Legge di Bilancio un intervento pesantissimo nei confronti dell’università e della ricerca: l’istituzione di un Agenzia nazionale della Ricerca a controllo politico, il cui pericolo è stato sottolineato unanimemente dalla comunità scientifica e persino dalla Corte dei conti. Nonostante questo, si è voluto imporre questa soluzione che rischia di concentrare sotto di sé tutti i finanziamenti nazionali alla ricerca di base e applicata, da una parte attivando uno strumento potentissimo di indirizzo e controllo, dall’altra cancellando ogni autonomia e libertà di ricerca nel paese.

Contro questa legge di bilancio, arriviamo oggi a proclamare lo stato di agitazione. Cioè, lo facciamo esattamente quando termina di fatto il suo percorso parlamentare. È paradossale. L’iniziativa andava costruita e sviluppata, con determinazione e forza, nelle settimane e nei mesi precedenti. Avendo al centro gli interessi del lavoro e cercando di imporli nell’agenda politica e sociale del paese.

Tutta l’iniziativa sindacale rischia cioè di subordinarsi ad una strategia sbagliata e inconcludente. Massimiliano ha qui ricordato e stigmatizzato una mia riflessione, pubblicata sul sito dell’area, che ritiene offensiva nei confronti del segretario generale della CGIL. La rivendico pienamente nei suoi contenuti politici. Non penso però che sia offensiva: il termine saldatore della patria non è mio, è stato inventato (e ripreso ancora poche settimane fa su FB) da Fortebraccio. E’ stato il segretario generale della CGIL, proprio pochi giorni dopo l’Assemblea Generale, che ha deciso di rilanciare una proposta strategica con un intervista ai giornali, riportando in auge un metodo che ho visto in altre epoche e quadri politici (Berlinguer ed i suoi ultimi travagliati anni alla guida del PCI). Non mi sembra una proposta che chieda un nuovo grande protagonismo pubblico, a partire da investimenti sulla conoscenza (come tratteggiato da Francesco nella relazione): quello al limite era il piano del lavoro. Mi è sembrato al contrario proprio il rilancio di una strategia concertativa, di un nuovo patto neo corporativo. Del resto, questo è in fondo il contenuto della stessa proposta di defiscalizzazione dei salari, dove si scambia una richiesta di aumenti stipendiali più contenuta (salario diretto) con una maggior spesa pubblica (salario sociale sotto forma di sgravi fiscali al lavoro). Questa politica contingente si propone ora, in modo un po’ improvvisato e gridato dalle pagine di Repubblica, come nuova strategia.

Anche perché qualche problema strategico mi sembra che la CGIL lo abbia. Monica ha poco fa ricordato l’importanza e la centralità dell’unità sindacale e del suo processo di rafforzamento (e, in questo quadro, l’attenzione che ad essa dobbiamo avere). Non mi sembra che questo sia il quadro ed è importante che nel gruppo dirigente se ne discuta esplicitamente, con consapevolezza. Il percorso di rafforzamento dell’unità sindacale rilanciato al congresso CGIL e poi nell’intervista del primo maggio di Landini prevedeva dall’autunno (dopo i direttivi unitari CGIL CISL UIL di Matera) una verifica ed un approfondimento. Quella verifica e quell’approfondimento in questi mesi sono mancati. E quell’unità d’azione che pure si è mantenuta, inizia forse a mostrare qualche crepa, che può anche svilupparsi in linee di frattura (a partire delle prossime possibili dinamiche politiche). Ed allora, quella strategia mi sembra oggi segnare il passo.

Serve allora rompere con urgenza questo tempo sospeso. In molti, in CGIL e qui tra di noi, hanno pensato che le sardine possano rappresentare questa rottura: un nuovo movimento e un nuovo protagonismo in grado di spezzare questa impasse sociale e l’egemonia incipiente delle destre reazionarie. Io non penso sia così. Perché da quelle piazze è espunta la questione sociale, ogni minimo riferimento alle rivendicazioni del lavoro. Sono piazze che non parlano alle classi subalterne e che, soprattutto, non mettono al centro le loro rivendicazioni ed i loro interessi.

Per questo è invece necessario che riconquistiamo subito, e concretamente, un’azione ed una mobilitazione di massa. Per la stabilizzazione dei precari, per il rinnovo del contratto nazionale (sulla parte salariale e sulla revisione di Madie e Brunetta), contro ogni autonomia rafforzata (a partire dalla cancellazione della bozza Boccia). Da gennaio dobbiamo coinvolgere lavoratori e lavoratrici di tutto il comparto, costruendo da subito e concretamente, con percorsi chiari e scadenze definite, uno sciopero generale del comparto.

Luca Scacchi

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