CD FLC. Ccnl: ultima possibilità per una mobilitazione ..

Non ci sono le condizioni per un buon contratto: è ora di lottare per cambiare la trattiva

Il 18 e 19 dicembre si è tenuto il Direttivo FLC. Al centro del suo confronto, sostanzialmente, la trattativa contrattuale in corso.

La maggioranza della FLC si è presentata al tavolo con una piattaforma che non abbiamo condiviso nei suoi punti focali (in particolare nella scuola): 85 euro medi di aumenti (che soprattutto per la Struttura di comparto della scuola andavano distribuiti proporzionalmente – 3,48% dello stipendio -, mentre per la Struttura di comparto dell’università dovevano esser uguali per tutti); nella scuola spostamento delle risorse su bonus e card docente in un fondo contrattuale per la valorizzazione professionale dei docenti (scatti di anzianità anticipati anche su valutazione del lavoro d’aula); nell’università flessibilizzazione dei Fondi di Ateneo (per aumentare il salario accessorio, anche a fronte del nuovo sistema premiale delle PEO) e introduzione di meccanismi di riconoscimento dell’anzianità (come per scuola e docenti universitari). Non a caso, sin da settembre, abbiamo proposto negli organismi della FLC e presentato a lavoratori e lavoratrici un quadro di rivendicazioni molto diverse (salariali e normative).

Il punto è che la trattativa nei settori della conoscenza si è rivelata in salita, molto in salita, anche dal punto di vista della maggioranza. Il tavolo si è aperto all’Aran (l’agenzia governativa che gestisce la contrattazione nel pubblico impiego), ma in questi mesi non ci sono ancora stati particolari avanzamenti. Certo, si aspettava la definizione dell’accordo sulle funzioni centrali (ministeri, enti e agenzie), che tradizionalmente apre i rinnovi della pubblica amministrazione. Ma in ogni caso sia nella legge di Stabilità, sia nel confronto informale, non sono sembrate emergere particolari disponibilità. In questo quadro, difficilmente ci sarà una conclusione della trattativa, formale o sostanziale, in tempi brevi (nelle vacanze natalizie o dintorni). Non è solo una questione di tempi. Prima ancora di affrontare i nodi normativi (sulla 107 e non solo) e la richiesta di risorse “aggiuntive”, si è infatti posto un ulteriore problema: governo e Aran hanno calcolato gli aumenti non come 85 euro per dipendente, ma come il 3,48% dello stipendio medio del pubblico impiego (circa 31.700 euro). Questa media, però, in alcuni comparti è più alta (nei ministeri ed enti centrali, ad esempio, oltre i 33mila euro), in altri più bassa (nella scuola, intorno ai 28mila euro). Questo comporta per i settori della conoscenza un aumento medio di 75/76 euro lordi mensili, nettamente inferiori agli 85 euro “promessi” (nelle assemblee e nel senso comune della categoria). In un contesto in cui sembra non esserci particolare disponibilità neanche su risorse aggiuntive e superamento di alcuni elementi della 107 (a partire dai fondi del bonus premiale).

Nel dibattito del direttivo, anche nella maggioranza, sono emersi punti di vista diversi.
Alcuni hanno sottolineato come sia fondamentale raggiungere l’obbiettivo del rinnovo
(riavviare l’abitudine alla contrattazione, sapendo che quello che non si ottiene oggi potrà esser recuperato domani), ottenendo le risorse necessarie chiedendo un impegno per la prossima manovra finanziaria (sic!!), o ottenendo il trasferimento delle risorse oggi legate alla buona scuola (bonus e dintorni) sulla parte salariale (che per caso sono esattamente lo stesso importo, 200 milioni, che servirebbero a prevedere 85 euro medi di aumento). Inoltre, si è ribadito come comunque all’interno del comparto la gestione degli aumenti non può esser uguale per tutti, ma bisogna prevedere forme di proporzionalità con gli stipendi effettivi.
Altri interventi hanno sottolineato i limiti dell’azione unitaria e l’impossibilità di chiudere il contratto non solo con meno di 85 euro medi nel comparto, ma anche senza lo spostamento di ulteriore risorse aggiuntive, che era uno dei punti centrali della piattaforma FLC. Come alcuni errori nella gestione della trattativa, come sulla vicenda delle deleghe alla 107. Inoltre è stata ribadita la richiesta di aumenti uguali per tutti, come forma di compensazione per i salari più bassi.

Noi, come OpposizioneCgil (Anna Della Ragione e Luca Scacchi) abbiamo sottolineato le pesanti conseguenze dell’eventuale scelta di firmare un brutto contratto, come quello che si prospetta. Non solo si potrebbe aprire una profonda ferita con i lavoratori e le lavoratrici (come mostrano i diversi appelli in rete, a pochi mesi dalle elezioni delle RSU), ma si rischia anche di consolidare il terreno per progressivi arretramenti e scomposizioni nella categoria (a partire dall’introduzione di differenziazioni nel salario e nell’orario). Non è quindi solo un problema di soldi (gli 85 euro), che pure esiste ed è molto significativo, ma la necessità di un’impostazione diversa.

In questo quadro, abbiamo rimarcato anche il ruolo del contesto: il quadro generale della contrattazione e del rapporto di forza tra le classi nel nostro paese. La Conoscenza (scuola, università, ricerca e Afam) sarà probabilmente l’ultimo rinnovo della stagione in corso (2015-2017). Una stagione segnata da uno scambio, senza coordinamento e quindi “sregolato”, tra il mantenimento del Ccnl (con aumenti salariali ridottissimi) e uno sfondamento padronale su composizione del salario e organizzazione del lavoro (definizione dei premi di risultato, introduzione di welfare e benefit; rigidità di gestione della legge 104 e flessibilità, se non aumenti, degli orari). Nel quadro di un diffuso arretramento delle condizioni di lavoro, si è quindi sviluppata una profonda divaricazione tra le categorie, anche con inedite contrapposizioni (i chimici che prevedono aumenti ex ante da verificare sulla base dell’inflazione reale, e che si sono trovati a scioperare per evitare di restituire parte degli aumenti come previsto dal contratto; i metalmeccanici con aumenti ex post, che hanno visto sino ad oggi un incremento di ben 1,50 euro mensili e che rischiano di non toccare mai i 50 previsti). Questa trattativa infatti porta tutte le tracce di questa dinamica (a partire dalla stessa definizione degli aumenti, i famosi “85 euro”, che non sono il risultato matematico di qualche algoritmo ma una media “politica” degli aumenti contrattuali della stagione, tra i centoerotti degli alimentaristi e la possibile cinquantina dei metalmeccanici, in rapporto anche agli 80 euro di Renzi).
Confindustria vorrebbe oggi imporre il modello “metalmeccanico” a tutte le categorie (aumenti ex-post solo su inflazione; benefit e welfare, ingabbiamento accordi aziendali secondo limiti precisi). Un possibile punto di caduta, è la costruzione di un accordo quadro per tutta l’industria, contrattato confederalmente, che stabilisca a priori un unico sistema di calcolo e composizione dei salari. Una sorta di terzo livello, che non solo stabilisce le materie dei diversi livelli contrattuali, ma indica anche limiti e proporzioni generali degli aumenti. Su questo infatti è già avviato un confronto in CGIL e con le controparti (basta vedere gli ordini del giorno pubblici dell’ultimo CC FIOM e CD FILCTEM). Nulla di particolarmente nuovo. È quanto già avvenuto nella pubblica amministrazione con l’accordo del 30 novembre scorso: lì infatti è stato deciso un quantum (85 euro medi, e quindi non per tutti), come altri elementi centrali della loro composizione e del quadro contrattuale (welfare integrativo, incentivazione presenza, ecc).
Il contratto della Conoscenza rischia quindi di non esser solo l’ultimo della stagione precedente, ma anche uno dei primi di quella nuova, segnata dalla centralizzazione confederale. Un Ccnl di transizione. Non però tra il lungo blocco e la piena ripresa della contrattazione (come vorrebbe la maggioranza FLC), ma tra una stagione contrattuale sregolata ed una centralizzata, in cui è la confederazione che stabilisce a priori gli elementi centrali degli aumenti e della composizione salariale (come, in fondo, è stato per diverso tempo nel dopoguerra). La CGIL infatti non solo ha gestito l’accordo del 30 novembre, ma ha imposto tono e andamento a tutta la contrattazione sino ad oggi. Il basso profilo nella mobilitazione contro la Madia e contro il governo, la gestione di una trattativa principalmente sui tavoli che nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici (a partire dall’assenza di un reale confronto e di una vera consultazione sulla piattaforma contrattuale). Un anno, soprattutto, senza un’ora di sciopero e senza nessuna vera lotta, per cercare di imporre tempi più serrati o maggiori avanzamenti salariali e normativi.

Come OpposizioneCgil, allora, riteniamo che non ci siano le condizioni minimali per chiudere questo contratto. E neanche per proseguire la trattativa. Né di merito (risorse e disponibilità a rivedere le proposte normative), né di rapporti di forza.
Il risultato di una trattativa non è infatti solo determinato dalla sua dinamica sui tavoli della contrattazione. Anzi. È segnato soprattutto dal confronto tra la volontà e la determinazione delle parti coinvolte: da un lato (nella fattispecie) l’Aran ed il governo, dall’altro l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola, dell’università, degli enti di ricerca e degli Afam. In questo confronto, quindi, è centrale il rapporto delle organizzazioni sindacali con l’insieme della categoria, per sviluppare coscienza e consapevolezza sullo scontro in corso. Noi riteniamo che oggi questo rapporto con lavoratori e lavoratrici sia a rischio e che questi rapporti di forza non siano mai stati messi neanche alla prova. Vediamo quindi una priorità, un’urgenza: alzarsi dal tavolo e aprire veramente una trattativa, su basi diverse, dopo aver costruito una reale mobilitazione della categoria.

Anche la maggioranza, o almeno un suo ampio settore, ritiene che oggi non ci siano le condizioni per chiudere il contratto. Bene. È allora il momento di resistere alle pressioni, di uscire dal solco tracciato dagli altri settori pubblici, e iniziare la mobilitazione. Anche se si sarà l’unico comparto pubblico a uscire dai ranghi

In questo quadro, ci siamo astenuti sull’ordine del giorno conclusivo (PS come abbiamo votato a favore di un odg sull’antifascismo, di cui condividevamo sostanzialmente contenuti e taglio mobilitativo). L’ordine del giorno ha infatti chiarito che non c’è nessuna intenzione di andare a chiudere il contratto entro il periodo festivo e soprattutto che in questo quadro si chiedeva al Direttivo un mandato per aprire un percorso di mobilitazione della categoria, anche con uno sciopero generale. Le conclusioni del segretario (Francesco Sinopoli), che hanno presentato questo ordine del giorno, hanno ribadito con chiarezza questi concetti, riprendendo molti interventi e osservazioni di compagni e compagne della maggioranza, come ricordando che anche nel passato ci sono state occasioni in cui nella scuola e nei settori della conoscenza non si è firmato il contratto, e che ad oggi queste condizioni non si danno.

Non condividevamo e non abbiamo condiviso l’impostazione della trattativa. Come abbiamo più volte sottolineato, non siamo d’accordo sulla piattaforma della FLC (in particolare per la scuola): non bisogna rivendicare 85 euro, ma un recupero sostanziale almeno di quanto perso in questi anni (300 euro lordi al mese); non ci vuole nessun fondo premiale per la valorizzazione, bisogna mantenere e conquistare scatti di anzianità per tutti; bisogna soprattutto inserire nel contratto elementi di contrasto della 107 (dalla chiamata diretta all’alternanza scuola-lavoro) e delle altre controriforme liberiste (in università, ricerca e alta formazione). L’ordine del giorno ribadisce invece quell’impianto, ed anzi ripropone ancora oggi formulazioni ambigue e sbagliate sugli aumenti (“non inferiore a 85 euro medi per tutti”), che abbiamo già visto il 30 novembre e che rischiano di creare fratture profonde tra i settori della scuola e dell’università (in quello che dovrebbe essere il primo contratto della conoscenza).
Oggi però riteniamo prioritario non cadere nel solco tracciato dalla stagione contrattuale, dalle dinamiche confederale, dalle urgenze del governo. Questo ordine del giorno apre la possibilità ed un possibile percorso per arrivare ad uno sciopero generale della conoscenza. Apre la possibilità di una dinamica in cui la FLC non accetta queste condizioni contrattuali e innesca, finalmente, un percorso di lotta concreto. Lo sappiamo, è solo una possibilità ed assolutamente non una certezza. Per noi, nonostante le differenze, questa è un’occasione troppo importante. Per questo ci siamo astenuti.

Alziamoci quindi dal tavolo e andiamo allo sciopero generale. Con nuovi rapporti di forza, in una via certo stretta e difficile, forse si apriranno anche gli spazi per cambiare il tracciato di una trattativa sin dall’inizio impostata su binari sbagliati.

La FLC, in questi pochi giorni passati dal direttivo, ha iniziato a battere entrambe le vie: quella della ripresa della mobilitazione e quella della ripresa della trattativa. Da una parte ha chiesto un incontro al MIUR (con il ministero politicamente competente per la trattativa) sulle risorse aggiuntive (“per onorare il patto del 30 novembre 2016 per il Comparto Istruzione e Ricerca e per le fasce lavorative più svantaggiate”) e “sull’impegno a ricondurre alla disciplina negoziale tutto ciò che riguarda la gestione del rapporto di lavoro dal punto di vista economico e normativo”. A sostegno di tale richiesta, ha interrotto ogni confronto (mobilità e MOF in primo luogo) e avvisata la controparte che senza adeguate risposte si attiveranno, unitariamente, le procedure di raffreddamento con le conseguenti iniziative (primo passo formale per arrivare allo sciopero). Dall’altra, nell’incontro con il MIUR del 21 e 22 dicembre, si è tracciato un percorso per proseguire la trattativa, a partire dal prossimo 4 gennaio e comprensiva di alcuni negativi elementi della stessa piattaforma FLC (un nuovo Fondo per la valorizzazione della professionalità, seppur riempito con cifre ad oggi ridicole) ed in un panorama che sarà segnato anche dalla firma di questa notte del contratto per i dipendenti delle funzioni centrali (ministeri, enti ed agenzie).

A questo punto abbiamo di fronte due possibili esiti.
O la FLC-CGIL, dopo l’incontro nei primi giorni del 2018, rompe il tavolo di trattativa e proclama lo sciopero generale della conoscenza (con chi è disponibile). In questo caso, da noi auspicato, ci batteremo per la sua massima riuscita, e nel percorso per la sua costruzione, per estendere e cambiare la piattaforma rivendicativa, sia sul salario sia sull’organizzazione del lavoro.
O la FLC-CGIL cederà alle pressioni del contesto, a quelle della Cgil, alle offerte del governo, nel quadro dei limiti e delle subordinazioni imposte dall’accordo del 30 novembre, delle norme della “Madia”, delle risorse a disposizione nella Legge di stabilità. Firmerà cioè un contratto molto negativo, non solo sulla parte economica, ma anche sulla composizione salariale ed i diritti di lavoratori e lavoratrici. Ed allora non solo ci opporremo nei direttivi e negli organismi dirigenti dell’organizzazione, ma chiederemo un referendum tra lavoratori e lavoratrici e organizzeremo una campagna nazionale per il NO, perché la resistenza a questa deriva, da un punto di vista generale e di classe, sia la più forte ed estesa possibile.

Sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil nella FLC

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