Alitalia: una firma sbagliata, una vittoria (per ora) dispersa…

A proposito di accordi, lotte e cassaintegrazioni.

Cagliari, Italy 16/10/2016: Alitalia Airbus A319 at sunset taxing to arrive at gate at Cagliari Elmas Airport

Sei mesi fa Alitalia tentò di imporre un accordo sindacale scandaloso. Provò cioè a scaricare tutti i suoi problemi, come spesso accade, sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. Nei vent’anni della sua quotazione, nei quasi dieci della sua privatizzazione, si è infatti proseguito e perseguito le gestioni predatorie del passato, con le mani più libere di prima. Non solo con i “capitani coraggiosi” (che avevano in primo luogo sistemato i propri interessi, a partire da Air-one), ma anche con il cosiddetto “principe azzurro” straniero (Ethiad e soci, a partire da Intesa e le altre banche). I conti di Alitalia, di conseguenza, hanno continuato a non tornare: l’azienda nel 2016 e nei primi mesi del 2017, pur in una fase molto positiva per i profitti di tutto il settore aereo, perdeva decine di milioni ogni mese (come con la CAI o con la precedente proprietà pubbliche). Come riconoscono tutti gli analisti, un disastro causato soprattutto da un piano industriale sbagliato ed insostenibile (tutto centrato sui voli a medio raggio, con una flotta anziana e molto diversificata), a fronte di un costo del lavoro in linea, se non addirittura inferiore, a quello di tutte le cosiddette compagnie di bandiere europee. Come tutti i padroni, però, quando qualcosa non torna lo si scarica subito su lavoratori e lavoratrici: Alitalia propose quindi un accordo che prevedeva ulteriori licenziamenti (più di 1600, dopo le molte migliaia del 2008 con la CAI e del 2014 con Ethiad), una nuova forte riduzione dello stipendio (sia di quello fisso che di quello accessorio), salari di ingresso e aumento della produttività (ritmi e intensità del lavoro).

CGIL CISL e UIL (oltre che UGL e i sindacati del personale di volo, ANPAV e ANPAC) accettarono quell’ipotesi di accordo, sottoscrivendo un verbale di intesa. Piegandosi quindi subito, come spesso fanno, alle compatibilità e le necessità imposte dal padrone.

Quell’accordo, però, fu fermato. Le lavoratrici ed i lavoratori di Alitalia lo bocciarono sonoramente: 10.184 votanti (87,24%), 151 bianche e nulle, 3.206 SI (31,99%) e 6.816 NO (68,01%). In cielo (con ben il 91,24%) come in terra (con il 55,71%). Fu messo un freno all’arroganza padronale in Alitalia, con il sostegno dei settori conflittuali del sindacato, a partire dai sindacati di base (CUB e USB) e da quelli nella CGIL. Quel referendum fu quindi una vittoria. Di fronte ad un ricatto “in stile Marchionne” (o accetti delle condizioni di lavoro fuori dai contratti di riferimento, o togliamo gli investimenti, chiudiamo gli stabilimenti, facciamo fallire le imprese), migliaia di NO davano il segnale che un punto di rottura era stato raggiunto. Come ad Almaviva qualche mese prima (con il suo tragico correlato di 1600 licenziamenti), in aziende significative e conosciute veniva affermato che il degrado contrattuale ha un limite. Un segnale di resistenza importante, per tutto il mondo del lavoro, per l’insieme della classe lavoratrice.

Alitalia, a quel punto, ha avviato la procedura fallimentare con il relativo commissariamento. A giugno i commissari hanno imposto la cassa integrazione per quasi 1400 lavoratori e lavoratrici. Quella cassa non fu condivisa dai sindacati, da nessun sindacato. Pesava ancora con forza il risultato del referendum che si era appena tenuto. CGIL CISL e UIL, in particolare, sottolinearono che era inaccettabile che più di 300 lavoratori e lavoratrici fossero messi in cassa a zero ore (quindi di fatto, da subito, espulsi dal perimetro aziendale).

In quelle settimane e nei mesi successivi si è anche sviluppato un percorso di lotta: il corteo del 27 maggio (a cui abbiamo partecipato come OpposizioneCGIL di Roma e del Lazio), gli scioperi del 5 aprile, del 27 maggio, del 16 giugno (tutto il settore trasporti), del 26 luglio. Nonostante ripetuti tentativi, però, non si è riusciti a sviluppare un movimento di massa in grado di imporre il tema della nazionalizzazione, con la relativa difesa dei servizi, dell’occupazione e delle condizioni di lavoro.

Governo e commissari hanno quindi proseguito sulla strada della cessione d’azienda (nel suo complesso o per parti, sulla base delle offerte ricevute). Il destino di questa vendita, però, non è ancora tracciato. Nessuna delle proposte in campo punta a valorizzare l’azienda, ma solo a spartirsene le spoglie. L’azzeramento di fatto del ruolo di Alitalia, in uno dei mercati aerei più significativi del continente, è un passo che lo stesso governo fatica a compiere, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni. Nel contempo la gestione commissariale vanta nel 2017 un ritorno al pareggio operativo. I conti di Alitalia, in realtà, non sono proprio trasparenti. L’unica azione concreta portata avanti sembra quella di riduzione dei costi sul personale: non c’è chiarezza sulla revisione dei contratti di manutenzione, carburante e leasing degli apparecchi (particolarmente onerosi), mentre in questi mesi si sono bloccati gli scatti e si è ridotto il personale con la cassa integrazione!

In questo quadro complesso, settimana scorsa è stato firmato un accordo che rinnova per altri sei mesi la cassa integrazione. Alitalia chiedeva di coinvolgere 1800 lavoratori e lavoratrici, aumentando anche la cassa a zero ore a più di 400 dipendenti. Il 30 ottobre si è chiuso un accordo che la prevede per 1600 persone (oltre al rinvio del rinnovo del contratto sino a maggio 2018): 320 lavoratori e lavoratrici rimangono a zero ore!! Quello che a giugno, sotto l’influenza del referendum, non era assolutamente firmabile, oggi magicamente lo diventa. Non solo per le organizzazioni di categoria di CGIL, CISL e UIL, ma questa volta anche per USB (nel fronte del No lo scorso aprile).

Questa firma è un grave errore. L’accordo infatti concede oggi quello che si è negato a giugno. Legittima una gestione commissariale ed un “risanamento dei conti” centrato proprio sul controllo del costo del lavoro, pensata esplicitamente per facilitare la ricerca di un vero acquirente. Di fatto, quindi, al di là di ogni intenzione rende aleatoria la stessa prospettiva della nazionalizzazione. Non solo. Questa firma, che non coinvolge solo le organizzazioni che hanno sottoscritto il verbale di intesa lo scorso aprile, rende nel contempo evidente il logoramento del fronte del NO, che in questi mesi non è riuscito a imporre nell’azienda e soprattutto nel paese questa vertenza per la nazionalizzazione. Questa accordo segna quindi il primo vero scompaginamento di quella vittoria al referendum.

Quel risultato, e le lotte di questi mesi, sono state comunque utili ed importanti. Non solo su un piano simbolico ed esemplificativo. Anche da un punto di vista concreto, hanno fatto emergere la resilienza dei lavoratori e delle lavoratrici di Alitalia, la difficoltà a gestire l’azienda basandosi semplicemente sulla compressione dei loro stipendi e dei loro diritti. Una strategia industriale che nel mondo del trasporto aereo, proprio in questi stessi mesi, ha iniziato a mostrare la corda, a partire dalle difficoltà operative autunnali di Ryan Air e dalla montante denuncia delle condizioni di iper-sfruttamento che la caratterizzano (oltre che dalla vittoria alla  Corte di giustizia europea di Lussemburgo, che ha sancito come illegittimo l’utilizzo di contratti di lavoro irlandesi per lavoratori e lavoratrici che operano stabilmente presso sedi presenti in altre nazioni).

Questo patrimonio di lotte e di resistenza non deve quindi esser disperso oggi da questo accordo, ma occorre rilanciarlo al più presto, rivendicando con la lotta il mantenimento pubblico della proprietà Alitalia, una sua vera nazionalizzazione.

Sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil

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