Alitalia: il falò delle tante vanità.

Sul risultato del referendum e la necessità di aprire rapidamente una mobilitazione!

Con il 70% di No, bruciate le aspettative di banche ed Ethiad di rilanciare i loro profitti sulla pelle dei lavoratori.

Il No ha vinto. Lavoratrici e lavoratori di Alitalia hanno sonoramente e trasversalmente bocciato l’ipotesi di accordo. 10.184 votanti su 11.673 aventi diritto (87,24%), 151 bianche e nulle, 3.206 SI (31,99%) e 6.816 NO (68,01%). Il No ha vinto in cielo (con ben il 91,24%) come in terra (con il 55,71%, il SI è prevalso solo in due seggi: Mensa e Manutenzione). Un risultato che evita contrapposizioni tra lavoratori e lavoratori. Il padronato ha infatti sempre fatto questo gioco in tutte le grandi vertenze (da Almaviva a Electrolux, da FCA all’Ilva). Anche questa volta si è provato a ventilarlo, contrapponendo il personale di volo a quello a terra. Il voto, allora, ha in primo luogo incenerito questo tentativo di dividere lavoratori e lavoratrici tra le diversi sedi o tipologie di impiego.

In ogni caso, il futuro è appeso ad un filo..di ragnatela. Dopo una privatizzazione e due grandi ristrutturazioni, dopo aver lasciato a casa il 50% dei dipendenti, tagliando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, oggi è a rischio la stessa sopravvivenza di Alitalia. Si moltiplicano infatti le voci di amministrazione straordinaria e procedure fallimentari. Sono in gioco altri 12mila posti di lavoro, più decine di migliaia nell’indotto. Quando lavoratori e lavoratrici sono chiamati a votare sotto ricatto, non c’è nulla da festeggiare qualunque sia il risultato. Il voto, in ogni caso, ha incenerito anche questa malintesa aria di festa, con cui tanti si preparavano a salutare l’ennesimo farlocco rilancio di Alitalia.

Come abbiamo detto, questo era il risultato che ci siamo augurati. Il nuovo piano industriale centrava tutta la sua strategia su una “significativa riduzione dei costi, di cui circa 1/3 sarà riferibile al costo del lavoro”. Conseguentemente, prevedeva di lavorare in meno (quasi 1700 licenziamenti), più intensamente e con meno salario (taglio del salario variabile e contratti di inserimento per i neoassunti). Il voto allora ha incenerito anche un piano fantoccio, un’ipotesi senza fiato fatta per esser applaudita e accompagnare alla morte l’azienda con l’ennesima ristrutturazione fra un paio d’anni.

Oggi, allora, abbracciamo i lavoratori e le lavoratrici di Alitalia. Tutti e tutte. Li ringraziamo per il loro coraggio e la loro determinazione. Sappiamo, per averlo vissuto tante volte (da Pomigliano a Mirafiori, da Grugliasco ad Almaviva), che non era facile sottrarsi al ricatto della perdita del lavoro. Questo voto, allora, è un segnale importante per tutti. Segna che esiste un limite. Salari e diritti non sono una variabile totalmente dipendente, non possono essere ristretti a piacimento. Davanti alla Grande crisi, di fronte ai vincoli dell’Unione Europea, il capitale italiano sta infatti cercando di deflazionare diritti e salari: ampliando la quota di stipendio variabile, intensificando i ritmi di lavoro, riducendo il salario differito (TFR e pensione), comprimendo quello sociale (welfare state e detrazioni). Il voto allora ha incenerito anche l’ennesima tentazione di scaricare nuovamente su lavoratori e lavoratrici i costi di un rilancio industriale del nostro paese.

Questo voto, infine, ha forse incenerito anche qualcosa d’altro: la credibilità dei sindacati confederali. La FILT è stata protagonista di tutta la trattativa, senza chiedere mai un mandato a lavoratori e lavoratrici Alitalia. Susanna Camusso, insieme agli altri segretari, ha preso in mano la trattativa con governo e azienda nella sua fase finale, siglando il verbale d’intesa e quindi caricando tutto il sindacato confederale della responsabilità di quella soluzione. Questo risultato non è un semplice errore di valutazione (sul merito dell’accordo o sull’opinione dei dipendenti). E’ il frutto di una strategia con cui si stanno affrontando crisi e rinnovi contrattuali. Qualche mese fa in Fincantieri si è proposto un accordo aziendale che flessibilizzava i salari e peggiorava le condizioni di lavoro: ha ottenuto più del 40% di no. Lo stesso risultato si è ottenuto qualche settimana dopo nel rinnovo dell’Igiene Ambientale (settore pubblico), dove si proponeva una scarso aumento salariale a fronte dell’aumento dell’orario di lavoro. Più del 40% di No ha ottenuto l’ipotesi di rinnovo del CCNL metalmeccanico nelle grandi fabbriche, con l’acquisizione del CCNL separato del 2012, il welfare e il buono carrello, aumenti limitati al recupero ex-post dell’inflazione. Più del 40% ha preso il No anche in Almaviva a Roma, con le lettere di licenziamento in mano e la chiusura dell’azienda oramai evidente, su un accordo che prevedeva la riduzione dei salari e l’aumento dei ritmi di lavoro. Oggi, con quasi il 70%, è respinta l’ipotesi di accordo sostenuta da CGIL e FILT in Alitalia. Tutto questo rende evidente che qualcosa non funziona. La linea di questi anni, centrata su uno scambio tra pochi soldi e un pieno controllo padronale della prestazione lavorativa, non è capita da larghi settori di lavoratori e lavoratrici. Sono spesso proprio i lavoratori e le lavoratrici più organizzati e sindacalizzati. Su 17 milioni di dipendenti nel nostro paese, più di 5 milioni (metalmeccanici e pubblici) non otterranno aumenti oltre l’inflazione, molti di loro vedranno anzi ridursi significativamente il loro potere d’acquisto, nonostante l’evidente peggioramento delle condizioni di lavoro. Tutto questo, in una fase storica in cui forze politiche di governo e di opposizione stanno attaccando il ruolo stesso del sindacato, i suoi diritti e la sua concreta possibilità di organizzazione. E’ allora necessaria una riflessione. E’ allora necessaria una svolta. Per questo, come sta avvenendo in SLC dopo il caso Almaviva, riteniamo necessario che il gruppo dirigente della FILT si metta in discussione per la gestione di questa trattativa e si dimetta. Per questo riteniamo necessario una convocazione, rapida e straordinaria, del CDN della CGIL.

Ora, però, è necessario soprattutto rilanciare l’iniziativa per la salvaguardia di Alitalia. Bisogna impedire lo smantellamento della compagnia attraverso il fallimento, come ogni tentativo di riprendere il filo del preaccordo. Alitalia ha più di venti milioni di passeggeri, garantendo trasporto e connessioni per il terzo paese dell’Unione Europea, per popolazione e per economia. Alitalia è allora una risorsa strategica per il nostro paese. Era sbagliato privatizzarla allora, è necessario nazionalizzarla oggi. In questi anni si sono spesi 20 miliardi per salvare alcune banche, legate a circuiti di potere, ad interessi locali, al sottobosco di governo. In questi anni si sono spesi miliardi per salvare l’ILVA da una gestione privata rapace e criminale, che ha costruito i suoi profitti sullo sfruttamento selvaggio dei lavoratori e sulla salute dei cittadini. Crediamo allora che si possa, e sia necessario, rilevare oggi Alitalia, espropriandola subito, senza indennizzo, dagli attuali proprietari che l’hanno condotta al disastro. Crediamo quindi si possa, e sia necessario, investire risorse per un reale piano di rilancio, sotto il controllo dei lavoratori (e non del solito sottobosco politico o di management che hanno sempre fatto i propri personali interessi). Un piano che sia in grado di riportare in utile l’azienda, in una fase positiva per tutte le grandi compagnie aeree, garantendo lo sviluppo dei servizi oltre che diritti e salari dei lavoratori. Accompagnando questo piano con una complessiva revisione di tutto il sistema del trasposto aereo del nostro paese, che preveda condizioni di lavoro uguali per tutti e la fine dei mille sussidi pubblici alle low cost.

Per raggiungere questi obbiettivi è però necessario aprire subito una grande mobilitazione. Qualunque vertenza non potrà esser vinta solo dai lavoratori e dalle lavoratrici di Alitalia. Nel contempo, le conclusioni di questa vicenda segneranno le prossime crisi, ricadendo sui rapporti di forza complessivi tra le classi e quindi sulle condizioni di lavoro di tutti. Per questo è necessario da una parte rilanciare immediatamente una mobilitazione radicale in Alitalia, dall’altra costruire un ampio fronte di lotta, coinvolgendo l’insieme dei trasporti, delle aziende strategiche in crisi e di tutto il mondo del lavoro (sino alla sciopero del settore e a quello generale). Per il sostegno e lo sviluppo di questa battaglia ci impegneremo, come area programmatica, nella CGIL e in tutti i posti di lavoro dove siamo presenti.

Sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil

 

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