Lo stallo della CGIL. Report del Direttivo del 7 novembre.

Il Comitato Direttivo della CGIL si è finalmente riunito lunedì 7 novembre: due mesi dopo l’Assemblea Generale in cui la Camusso ha delineato un nuovo patto di gestione unitaria, un mese dopo la sottoscrizione del verbale d’intesa su pensioni e APE, due settimane dopo la presentazione di una Legge di stabilità che come al solito regala al padronato e toglie al lavoro, in piena stagione di rinnovi contrattuali.

Sì è finalmente riunito, ha discusso a lungo, non ha deciso nulla.

Non un cambio di marcia su una stagione contrattuale confusa, segnata da un uno scambio perdente (dall’igiene ambientale alla proposta di Federmeccanica) e dall’inedita sospensione degli aumenti previsti nel commercio (prima volta nella storia, sancendo la flessibilità contrattuale, cioè il fatto che sono scritti sull’acqua e adattabili a contingenze e nuovi rapporti di forza). Nessuna previsione di una mobilitazione su contratti, pensioni o legge di stabilità: né uno sciopero, né un corteo. Neanche un nuovo impulso alla campagna referendaria, nelle sue ultime settimane, quando una decisa scesa in campo della CGIL potrebbe segnare un risultato tuttora incerto. Anche il percorso del rinnovo della Segreteria Confederale appare ancora bloccato da equilibri contrapposti in via di definizione (probabilmente rimandato a dopo il 4 dicembre, e quindi al successivo contesto politico di fase).

La CGIL allora è in stallo. In speranzosa attesa di una primavera in cui giocare “in proprio” la propria campagna referendaria, scollegata sia dalle vertenze contrattuali, sia dalla stessa dinamica politica del paese (tutta centrata sul progetto bonapartista di Renzi). Un’organizzazione imballata, innanzitutto dalle sue contraddizioni.

La relazione della segretaria generale si è contraddistinta per cinque elementi.

  1. Una critica puntuale alla Legge di stabilità, segnata dall’erosione delle entrate a favore delle imprese (IRES e non solo), dal ritorno in grande stile dei condoni (in particolare, anche qui, delle imprese), dalla confusione e scarsità delle risorse per il pubblico impiego (un unico fondo, ridotto, per 80 euro alle forze dell’ordine, rinnovo CCNL, assunzioni, ecc).
  2. Un giudizio articolato sulle pensioni: negativo sull’APE (“non è nelle nostre corde”), con la rivendicazione però del verbale di intesa, per la conquista di alcuni elementi della piattaforma unitaria (nel merito, come Notax area, 14°, ricongiunzione; nell’individuazione di alcune tematiche di trattativa, come i criteri oggettivi per usuranti, la reintroduzione della soglia dei 41 anni, ecc). Un giudizio utile anche per rilanciare una tattica di fase, annunciata già all’Assemblea Generale: il perseguimento della trattativa con il governo. Certo, Renzi è debole per contingenze, ma per Camusso dobbiamo utilizzare questa debolezza per portare a casa risultati concreti. Per esempio su alternanza scuola/lavoro, tirocini e garanzia giovani (questione occupazione), si aprono spazi e opportunità di una nostra contrattazione di merito, oltre i giudizi politici complessivi.
  3. L’emersione di nuovi elementi problematici con Cisl e Uil. L’ipotesi di un percorso unitario, sulla base della piattaforma su fisco e pensioni da intrecciare con i rinnovi contrattuali, sembra sfumare. Non solo per la difficoltà a portare altri sul terreno delle mobilitazioni, ma per l’espressione di valutazioni diverse. Sul referendum costituzionale (SI della CISL). Sulle pensioni (entusiasmo CISL). Sui rinnovi (per CISL questione di categoria, per UIL solo confederale). Sulla legge di stabilità (con giudizi diversi sul suo profilo).
  4. La campagna referendaria. Per la Camusso, la posizione della CGIL è chiara con l’odg di settembre: anche se qualcuno esagera e si espone in una direzione o l’altra, nel complesso la CGIL tiene correttamente la sua iniziativa. Il punto è combattere il catastrofismo e l’ultimatismo intorno alla data del 4 dicembre. E’ un referendum normale, dopo il 4 c’è il 5 dicembre, né l’Italia né la CGIL sarà messa in discussione da qualunque risultato.
  5. La totale assenza di ogni prospettiva e mobilitazione. Nonostante le difficoltà, bisogna lavorare a ritessere le relazioni con CISL e UIL, riprendere con loro iniziativa: nel frattempo assemblee, informare e discutere. Ma nulla di altro.

Il dibattito, oltre che dai nostri interventi critici (Mario Iavazzi e Eliana Como) è stato contraddistinto da alcuni accenti diversi, in particolare su tre questioni.

  1. Sull’APE e le pensioni, si sono espressi alcuni nervosismi di settori limitati della maggioranza. Nei toni di alcuni interventi, che hanno segnalato come nelle assemblee la tensione rimane alta e la richiesta di posizioni nette emerge con forza. In un passaggio dell’intervento del segretario generale della Fiom, che ha sottolineato il problema della percezione tra lavoratori e lavoratrici: la necessità quindi non solo di spiegare ma anche di riprendere una mobilitazione. Nella richiesta da parte di un componente FIOM del Direttivo (di DemocraziaeLavoro), in fase di votazione dell’odg finale, di inserire all’inizio del testo un giudizio negativo sulla Fornero (una sorta di cappello che avrebbe dato un segno politicamente diverso all’elenco successivo di conquiste parziali nella trattativa): richiesta accolta con evidente imbarazzo dalla Presidenza e dalla platea (è un giudizio scontato), risolta da Barbi della Segreteria Nazionale con l’impegno ad inserire questo giudizio negativo “da qualche parte” (e quindi cambiando leggermente, ma significativamente, il suo segno politico). Nervosismi e accenti, comunque, che non hanno spostato la condivisione di fondo della linea proposta: Landini ha esplicitamente ricordato il suo pieno accordo sul verbale di intesa e sul suo giudizio articolato; tutti, nessuno escluso (a parte noi, ovviamente), hanno votato l’odg proposto della segreteria. Sulle pensioni, inoltre, alcuni hanno riportato toni opposti a quelli qui ricordati. Un intervento ha ricordato come sia sostanzialmente impossibile pensare che i governi di oggi rivedano significativamente la “Fornero”, ed i 22 miliardi di risparmi che garantisce: di conseguenza sarebbe illusorio pensare o costruire qualunque vertenza con questo obbiettivo (gli aggiustamenti parziali, la limitazione delle sue principali iniquità, sono l’unica linea possibile). Il segretario dello SPI, ad esempio, ha rivendicato questo impianto, nel quadro di una piena rivendicazione politica della trattativa con il governo: non è che Renzi sia più debole, si è aperta una nuova fase che non vede più emarginare i sindacati. Anche la Legge di Stabilità, in questo quadro, sarebbe diversa (fa schifo, ma non ci sono più tagli). Ed in questo quadro si rivendicano tutte le conquiste parziali sulle pensioni (solo sperimentazione dell’APE; APE sociale per alcuni, 41 anni, notax area, 14°, ecc).
  2. Sul welfare. Un breve passaggio della relazione (sui problemi della defiscalizzazione degli aumenti nel primo livello) è stato ripreso nel dibattito con diversi accenti, oltre a quelli molto critici espressi da noi. Un componente genovese del Direttivo (di DemocraziaeLavoro) ha sollevato un problema di strategia contrattuale: quello che si sta prevedendo non è solo welfare, ma anche “buoni carrello” (benzina, ecc), parte di salario che non prevede contributi. Per lui sarebbe possibile utilizzare questo sistema a livello aziendale (così si giustifica appoggio a rinnovo Fincantieri, che lo prevedeva), ma sarebbe sbagliato nei CCNL perché nel tempo eroderebbe il salario tabellare. A rispondere, lo stesso segretario FIOM nel suo intervento, dove invece ha rivendicato l’opportunità di inserire forme di welfare aggiuntivo nel CCNL, in quanto il punto principale oggi in discussione sarebbe la tenuta del CCNL, e se non si porta in questo quadro il welfare, questo passerebbe in maniera incontrollata a livello aziendale (devoluto direttamente dal padronato), con il pieno consenso dei lavoratori e delle lavoratrici.
  3. Infine, sul referendum costituzionale. Il segretario generale dello SPI, e altri, hanno rivendicato la necessità della prudenza. Non solo c’è una futuro dopo il 4 dicembre, indipendentemente dal risultato, ma dobbiamo tenere unito un popolo della CGIL che indipendentemente dalle posizioni assunte è comunque spaccato “a metà” tra si e no. Anche nello SPI. E quindi opportuno rivendicare le scelte fatte, ma senza estremismi ed imprudenze. Il segretario generale della CdLM di Milano poi, anche in risposta ai nostri interventi, ha rivendicato l’ospitalità della sinistra del SI nei locali della Camera del Lavoro (nella nostra tradizione), nel quadro di una campagna informativa che la CGIL di Milano sta perseguendo. Landini, infine, su questa questione ha sottolineato però la necessità di tenere presente il forte collegamento, di fatto e nei processi sociali, tra il risultato del 4 dicembre e quello che avverrà dopo (compresa la nostra campagna referendaria di primavera), come gli stessi provvedimenti del governo sul risultato del 4 dicembre: per questo è importante un forte impegno ed una nettezza della nostra campagna per il NO.

Le conclusioni si sono concentrate sui tre punti del dibattito, sostanzialmente collocandosi sempre al centro tra i diversi accenti sulle pensioni e sulla costituzione. Sul welfare, invece, (dove la geografia del confronto è diversa), la segretaria ha sottolineato la necessità di riprendere il dibattito: sarebbe utile distinguere con precisione “welfare” e buono carrello, identificare dei punti di tenuta nel merito, prevedere sistemi non aziendali ma di ampia portata (anche per reggere economicamente). Una discussione che, per la segretaria, sinora non è stata fatta perché il gruppo dirigente non ha voluto, non ha partecipato (un Direttivo in cui si discutesse il punto fu chiuso per mancanza di interventi). Quindi sul punto ha invitato a trovare (prima o poi) un momento di discussione, nel frattempo si rinnovino pure i contratti.

Quindi una lunga discussione, ma nessuna decisione. Nessuna mobilitazione, nessun bilancio sulla stagione contrattuale, nessuna indicazione concreta. In attesa del 4 dicembre e poi della primavera referendaria. Per questo, abbiamo presentato un odg contrapposto a quello della maggioranza sulla questione dell’APE e delle pensioni, e abbiamo votato contro, con una dichiarazione di voto per motivarlo, a quello sulla Legge di stabilità (critico nel merito, ma che non prevede nessuna prospettiva di lotta e nessuna mobilitazione).

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