Orizzonti sindacali. La relazione introduttiva

La relazione introduttiva di Eliana Como e il documento assunto dai rispettivi esecutivi

Qui il documento finale. L’assemblea è stata molto partecipata. 90 persone in presenza, oltre 100 collegate su zoom e oltre 2000 visualizzazioni durante la diretta Facebook. Sono intervenuti 32 compagni/e, un terzo donne. La relazione conclusiva è stata fatta da Adriano Sgrò

Relazione introduttiva di Eliana Como

Quando ho preparato questa relazione, non era ancora scoppiata la bomba di GKN, con l’azienda che in una delle nostre roccaforti, improvvisamente da un giorno all’altro chiude lo stabilimento e licenzia 422 persone. Qualsiasi cosa possa dire oggi, non può che iniziare dal dire ai compagni di GKN, che poi interverranno collegati dal presidio permanente, siamo con voi, non soltanto perché voi ci siete sempre stati quando toccava agli altri, ma soprattutto perché questa vostra lotta e la nostra lotta! Coraggio compagni.

  1. C’è uno spazio alternativo in Cgil, radicale, rigoroso e non settario: ecco perché siamo qui!

Sono emozionata per questa assemblea, non era scontato che ci arrivassimo, non credo che sia un traguardo, ma è un passo in avanti e nella direzione giusta, come sempre ostinata e contraria. La direzione cioè per provare a rafforzare la nostra presenza in Cgil, un punto di vista di classe e a una pratica sindacale radicalmente alternativa all’attuale posizione della maggioranza.

Questa assemblea, non è passata inosservata. Se ne è parlato, nei corridoi delle camere del lavoro. Con stupore, misto a preoccupazione: cosa fanno questi qui? All’inizio mi sono chiesta di cosa ci si dovesse stupire, in fondo arriviamo qui dopo aver fatto varie cose insieme, firmato lettere e comunicati, fatto iniziative pubbliche, votato gli stessi documenti e presentato gli stessi odg. A me piace essere imprevedibile, ma non mi pareva così strano o inaspettato. Poi però ho capito! Ma certo: in un mondo sindacale e politico dove è normale dividersi e spaccare l’atomo in mille pezzi, nessuno si stupisce di una assemblea che si divide in due. Ma fa invece clamore se da due assemblee se fa una sola. Cioè se invece che dividersi e arroccarsi ci si prova a confrontare su un terreno comune.

Spero che questa assemblea, per questa ragione, incoraggi e dia una possibilità di riconoscersi in una posizione alternativa e conflittuale, anche a quei tanti e tante compagne che pure avevano creduto che il passaggio da Camusso a Landini aprisse una possibilità di cambiamento e che invece hanno maturato o stanno maturando una disillusione sempre più forte nei confronti dell’attuale maggioranza constatando che quel cambiamento non solo non c’è stato, ma anzi questa linea sta portando a una involuzione verso l’unità a tutti i costi con Cisl e Uil e verso una idea di concertazione e cogestione della crisi che in realtà è più subordinazione al governo che altro. Persino a questo governo, che è espressione esplicita degli interessi della borghesia, della grande finanza e del grande capitale, con lo stesso uomo che da presidente della BCE piegò il popolo greco e impose a questo paese le riforme del 2011, a partire da art. 18 e Fornero. Lo stesso Draghi salutato dal nostro segretario generale con un entusiasmo che soltanto Bonomi avrebbe potuto legittimamente avere, vi ricordate: “bravo Mattarella, Draghi è uomo autorevole e ci porterà fuori dalla precarietà”. Fino alla resa senza condizioni di qualche giorno fa sul blocco dei licenziamenti.  

Ecco, io lo dico a voi che siete qui, ma anche – soprattutto – a quelli/e che non ci sono ma forse la pensano come noi. C’è un pensiero alternativo e antagonista in Cgil, fermo e rigoroso, radicale ma non settario o incastrato in logiche burocratiche. Ci sono compagni/e che hanno il coraggio di dire e soprattutto di fare altro dalla maggioranza, lo dicono nei direttivi e lo fanno nei loro territori e nei loro posti di lavoro.

E nei movimenti, come in quello transfemminista di Nudm per il quale da anni tante di noi sostengono e costruiscono lo sciopero dell’8 marzo, quelli per la salute pubblica e per la scuola, quello dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo dello spettacolo che in questi mesi è finalmente esploso per ricordare quanto poco questo paese ama se stesso e l’arte che dovrebbe invece tutelare come un bene assoluto. E ancora, nei movimenti contro i cambiamenti climatici, contro le grandi opere, a partire dalla NOTAV, contro il razzismo, contro le armi e le spese militari, la repressione, il fascismo e l’omolesbotransfobia.

C’è un pensiero alternativo. Ed è il momento di renderlo più forte. Ogni giorno che passa, ne abbiamo più bisogno.

Dopo decenni di austerità, nei quali ci spiegavano che dovevamo accettare i sacrifici, i tagli, le controriforme, oggi scopriamo che le risorse ci sono. Ma sono a debito, quindi dovremo ripagarle nei prossimi anni. E queste risorse sono indirizzate quasi interamente al sistema delle imprese, del mercato e della competitività.

Cioè dopo decenni che perdiamo diritti, salario e pensioni, ora l’intero sistema economico immette risorse a pioggia ma ancora una volta, non sono per noi, ma in larga parte per riforme strutturali che lo stesso sistema capitalistico ha capito essere non più rimandabili, a cominciare dalla transizione energetica e dalla digitalizzazione. Tutto ruota intorno al capitale e in funzione dei suoi interessi. È un piano complessivo a cui tutto viene piegato, compreso il ruolo del pubblico, persino di scuola e università, che diventano esplicitamente ancelle degli interessi del mercato.

Dopo tutto quello che accaduto nel 2020, la sanità pubblica, che dovrebbe essere la prima voce di spesa, si ritrova a essere l’ultima. Non è bastato che i nostri ospedali venissero piegati dal covid, soprattutto qui in Lombardia, dove dietro il modello dell’eccellenza sanitaria si è finalmente capito che le risorse pubbliche finivano nelle tasche del privato. E quando ne abbiamo avuto bisogno, persino nelle zone più ricche del paese, non c’erano le mascherine, le bombole d’ossigeno, non c’erano i medici e il personale sanitario ha dovuto farsi carico di tutto, letteralmente a mani nude, con un conto purtroppo di oltre 300 morti, tra i lavoratori e le lavoratrici degli ospedali.

Di tutte le risorse di questo piano nazionale allo stato sociale e a noi non arriveranno che le briciole cadute dal tavolo. Anche a quei tanti lavoratori chiamati eroi durante l’emergenza (molto meno eroine, nonostante la maggior parte fossero proprio donne impiegate nei settori di cura) verrà meno che una pacca sulle spalle.

Vi ricordate quando in piena emergenza sanitaria, la Cgil diceva che la difesa della sanità pubblica sarebbe giustamente stata la prima di ogni nostra rivendicazione. E poi, più realista del re, inseguendo un improbabile posto a tavola, il gruppo dirigente della Cgil ha firmato il patto con Brunetta, confermando proprio quel principio dell’allargamento del perimetro del servizio pubblico a favore della possibilità di scelta tra pubblico e privato, che in Lombardia è alla base del disastro che abbiamo appena vissuto. Oltre ad accettare maggiore flessibilità dei dipendenti pubblici e sistemi premianti basati sulla produttività, che fino a poco tempo fa dicevamo di contrastare, in cambio di quella che doveva essere una rinnovata stagione contrattuale di cui per ora non abbiamo in tasca che le promesse. E introducendo, cosa ancora più grave, la detassazione del welfare contrattuale anche per i dipendenti pubblici, come se già non bastasse in tutti questi anni averla accettata nel privato, come se la mano destra non sapesse quello che fa la sinistra: da un lato, giuro che difendo la sanità pubblica, dall’altro, firmo quella integrativa.

Cgil Cisl Uil avrebbero dovuto imporre una discussione diversa, soprattutto dopo quanto era accaduto nel 2020, quando è stato esplicito che il profitto viene prima di ogni altra cosa, persino della salute di chi lavora e di interi territori. Se morirà qualcuno, pazienza, vi ricordate?

È anche per questo che non mi do pace di quella ridicola presa d’atto, di cui sembrano solo oggi, dopo l’annuncio di GKN, pare che tutti si accorgano che conta meno di niente. Ma come si aspettavano? Anche il gruppo dirigente della Cgil che la ha firmata! Davvero hanno pensato di convincerci a fidarci di una pacca sulle spalle, da parte di quella stessa classe imprenditoriale del #bergamoisrunning e della val Seriana, quelli che ci hanno mandato al massacro senza scrupoli nel 2020, infestando una intera regione perché i loro interessi non potevano fermarsi. Scusate, io ho ancora tanta rabbia per questo. Rivendico di essere ancora arrabbiata: nella mia città sono morte 6000 persone in meno di due mesi, tra marzo e aprile 2020. Dovrei davvero stupirmi che GKN in uno degli stabilimenti più sindacalizzati del paese chiude la fabbrica e licenzia 422 persone con una mail?

Per mesi, mentre accadeva tutto questo, CGIL CISL e UIL hanno inseguito un unico obiettivo, importante non ci sono dubbi, ma spendendo soltanto per quello la fatidica minaccia dello sciopero generale: il blocco dei licenziamenti.

E ora siamo qui, con le imprese che hanno apertamente dichiarato guerra e noi abbiamo in mano l’imbarazzante bizantinismo di una raccomandazione che si impegna a suggerire, auspicare e raccomandare. A me pare che la Cgil abbia rinunciato in questi mesi a affrontare i temi che invece sarebbero stati strategici per difendere e aumentare l’occupazione, anche oltre il blocco dei licenziamenti. A partire da una diversa distribuzione delle risorse che sono in campo, pretendendo la riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile, per esempio. Con quota 100 che scade a dicembre di quest’anno. Nel frattempo, centinaia di migliaia di posti di lavoro precari, soprattutto di giovani e quasi esclusivamente di donne sono già andati in fumo. Lavoratori, soprattutto lavoratrici, che non hanno nemmeno saputo che esisteva il blocco dei licenziamenti.

Siamo al ridicolo, quando pur di firmare qualcosa, elemosinando un tavolo che non c’è, arriviamo a firmare la “presa d’atto” sui licenziamenti. E non è soltanto che abbiamo firmato una cosa inutile, come dimostra GKN, senza che davvero avessimo bisogno della controprova. Il punto è che è anche dannosa, perché firmandola abbiamo assecondato e anzi abbiamo partecipato a una narrazione in cui Draghi ha mediato e noi “abbiamo piegato Confindustria”.

Abbia il coraggio, finalmente, il gruppo dirigente della Cgil di dire che la presa d’atto non conta niente e di aprire una grande vertenza nel paese, generalizzando le lotte come quella dei compagni di GKN. Quello che sta accadendo a loro, può accadere a chiunque. Noi abbiamo il dovere di sostenerli in tutte le iniziative che decideranno di mettere in campo e soprattutto di portare ovunque la loro lotta.

Invece che millantare una vittoria che non c’è stata, inchiodiamo il governo alle sue responsabilità, come avremmo dovuto fare già il 30 giugno e avanti tutta con le lotte per la difesa dell’occupazione, per ottenere la riforma degli ammortizzatori e delle pensioni, che in ogni posto di lavoro ci chiedono, perché con la fine del blocco dei licenziamenti quello che più di ogni altra cosa servirà sarà agganciarsi alla pensione. Da gennaio noi torniamo a 67 anni e 7 mesi. La Cgil può davvero pensare di lasciare di nuovo alla Lega questa partita?

Guardate, non è che ci ho creduto alla manifestazione di sabato scorso, ma c’ero come tante e tanti altri, anche sapendo che era stato un errore non provare nemmeno a dichiararlo lo sciopero generale. Sentirmi dire in quelle piazze “non si arretra di un millimetro” e il martedì passare la presa d’atto, cioè la fine del blocco dei licenziamenti, come il risultato straordinario di quelle piazze, scusate ma per me è stata una presa in giro.

Così, strilliamo che non arretriamo di un millimetro ma in realtà andiamo indietro di chilometri e poi ci indigniamo se GKN, come decine di altre di cui nemmeno sappiamo, stanno licenziando “senza chiedere il permesso”.

L’ho già vista questa storia, nella mia categoria, quando abbiamo firmato un ccnl venduto come innovativo, che invece tutti sapevamo essere un disastro e che ha pesantemente condizionato l’intera contrattazione dell’industria e non soltanto, imponendo il modello di Federmeccanica nel Patto per la Fabbrica. Tutti lo sapevamo quale era la portata di quell’accordo, che rendeva obbligatoria metasalute, sdoganava l’ipca e persino i buoni benzina al posto del salario. Lo sapevamo noi che lo abbiamo contrastato in ogni modo, ma anche chi lo decantava sapendo in realtà che era una resa e al tempo stesso il lasciapassare per la segreteria della Cgil.

Non si fa sindacato con la retorica, tanto meno con il leaderismo, non si fa sindacato su Collettiva, né negli show televisivi. Si fa sindacato con i delegati e con le delegate.

2. Sulla assemblea organizzativa

Soprattutto di questo parlerà la prossima assemblea organizzativa della Cgil, che si aprirà, dopo mesi di false partenze, con il direttivo del 28 e 29 luglio che verosimilmente approverà un documento, che verrà poi discusso nelle AG a tutti i livelli, immagino da settembre. Se si voterà o meno, non lo sappiamo ancora, lo scopriremo. Ad oggi è ventilata l’ipotesi, che noi abbiamo contestato, che fosse soltanto una base discussione su cui ascoltare le AG per poi riportare a sintesi, non si sa bene su quale criterio di democrazia e di rappresentanza.

A noi in ogni caso, credo che debba interessarci soprattutto la possibilità che avremo di portare un nostro punto di vista alternativo in questa assemblea di organizzazione, che parli, a partire dai nostri interventi e da un nostro contributo, di quella che è la nostra idea del sindacato, che sveli ipocrisie e contraddizioni di fondo di questa organizzazione e di questa maggioranza. Le stesse che poi, spero, ci porteranno dritti al Congresso, con una posizione altrettanto chiara, alternativa, trasparente.

Continuo a sentire fior di burocrati, dire che serve più partecipazione e più coinvolgimento dei delegati/e. In una riunione dei segretari generali mesi fa, Landini ha anche messo sul piatto, anche se in modo molto vago, la proposta di un terzo livello oltre a direttivo e AG. Siccome le AG non hanno funzionato e non hanno aumentato la partecipazione dei delegati (ma va!), facciamo un terzo organismo ancora più ampio, cioè una sorta di grande assembleona dei delegati. Vi ricordate nell’ultima conferenza di organizzazione, quando lui e il gruppo dirigente della Fiom sostenevano che gli iscritti avrebbero dovuto votare direttamente il segretario?

Certo, che le AG nelle nostre dinamiche interne si limitano a essere il luogo dove ai delegati si chiede la fiducia al segretario generale. Ma se pensiamo di dare più ruolo ai delegati facendo un’altra assemblea più grande ancora, siamo totalmente fuori strada. O meglio, è propaganda, per nascondere dietro a una maggiore partecipazione, un maggior accentramento: più è grande la platea, più uno parla e gli altri ascoltano, tanto più online, ma anche in presenza. È il populismo bellezza!

E guardate, ne conosco tanti di quelli che nelle riunioni dicono che bisogna dare più spazio ai delegati, ma poi hanno paura dei comitati degli iscritti quando prendono decisioni autonome e soprattutto conflittuali rispetto alle imprese (in Piaggio hanno azzerato il comitato degli iscritti sospendendo i nostri compagni piuttosto che doversi confrontare con loro).

Li conosco quelli che dicono più spazio ai delegati e poi firmano protocolli di concertazione e accordi che gli stessi delegati leggono il giorno dopo sui giornali.

Sono gli stessi che in Electrolux hanno firmato un accordo di gruppo, con la maggioranza della RSU contraria. Salvo poi vederselo bocciare nelle assemblee, e piuttosto che prenderne atto, accusare quegli stessi delegati di aver boicottato, fatto propaganda, raccontato falsità ai loro colleghi.

Li ho visti in questi giorni anche a Melfi, quelli che si riempiono la bocca sulla centralità dei delegati, sul fatto che bisogna fare loro la formazione, figuriamoci se giovani e pure donne. Salvo che una giovanissima operaia, generazione jobs act, viene tenuta fuori dalla lista RSA, rigorosamente decisa dal segretario, perché la pensa come me e non come lui.

Lo dico con franchezza: a questa burocrazia, la centralità dei delegati serve soltanto se e quando battono le mani nelle grandi assemblee.

Per me la centralità dei delegati è completamente un’altra cosa. Non fa rima con populismo, non fa rima come una Cgil che appare al suo esterno e al suo interno sempre più come un un uomo solo al comando. Non fa rima con concertazione né con l’unità a tutti i costi e imposta dal vertice con Cisl e Uil.

Dare più ruolo ai delegati, significa dare loro più autonomia, politica e contrattuale, più risorse e soprattutto più rispetto, cosa che invece mi sembra mancare, in una organizzazione che è sempre più verticistica e sempre più accondiscendente a imprese e governo.

In questa assemblea organizzativa si dirà anche che dobbiamo recuperare la nostra identità e il rapporto con i movimenti. Meraviglioso, chi più di me, nostalgica e movimentista da quando avevo 15 anni può essere più d’accordo. Ma anche questo è inversamente proporzionale alle scelte politiche che invece il gruppo dirigente sta facendo. Parliamo di identità, ma poi assecondiamo Cisl e Uil per non rompere con loro (sorvolo sull’identità quando invece che essere in piazza il 1 maggio scegliamo di far sponsorizzare il concertone da ENI).

E come si fa, ancora, a parlare di rapporto con i movimenti e necessità di confrontarsi al di fuori di noi anche con chi non la pensa come noi e poi, primo disertare le piazze dei movimenti quando non la pensano esattamente come noi (vedi il movimento transfemminista di NUDM), sempre, in larga parte, per non rompere con Cisl e Uil. Secondo, non essere capaci di confrontarsi, nemmeno al proprio interno, nemmeno dentro la propria organizzazione, con chi la pensa diversamente dal segretario di turno. E qui credo che più o meno tutti/e ne sappiamo qualcosa.

Si parlerà di sindacato di strada, anche. Quando avrete capito che cosa significa, venite a dirmelo. Io intanto mi chiedo come si fa a parlare di sindacato di strada e poi concentrare la maggior parte della nostra comunicazione sulla propaganda intorno al segretario generale e trasformare le sedi sindacali in uffici di servizio di caaf e inca.

Si parlerà anche di contrattazione inclusiva. Anche qui, non ho capito con quale proposta. Sono 20 anni almeno che sappiamo tutti cosa accade nei siti produttivi, dopo decenni di precarizzazione, esternalizzazioni e decentramento. Scopriamo oggi che all’operaio di una fabbrica si applica il contratto dei metalmeccanici o dei chimici, mentre nella stessa fabbrica chi lavora in mensa guadagna la metà perché gli viene applicato il contratto dei multiservizi, che noi stessi abbiamo firmato e che peraltro è scaduto da 8 anni. Parliamo di contrattazione inclusiva alla mattina e al pomeriggio rivendichiamo che noi nei trasporti ci siamo eccome! Perché siamo pur sempre il primo sindacato in Amazon e firmiamo i ccnl nazionali del trasporto e della logistica. Lo so che tocco un tasto delicato quando lo dico nei direttivi, ma se vogliamo davvero parlare di contrattazione inclusiva, sapete quanti tasti più delicati ancora dovremo toccare. In Filt, come nella gran parte delle categorie interessate da questi processi, anche quelle industriali, noi rappresentiamo soltanto una parte di lavoratori, quelli che appunto i contratti nazionali li hanno. Tutto il resto, quello fatto di appalti e subappalti, in larghissima parte stranieri e con condizioni pessime di sfruttamento, non li rappresentiamo noi e spesso non li rappresenta nessuno. Nella logistica li rappresentano i sindacati di base. O noi affrontiamo il tema della rappresentanza, della democrazia nei posti di lavoro, delle condizioni di sfruttamento anche in questi settori – anzi a partire proprio da questi settori – o scusate, ma è inutile riempirsi la bocca di parole sulla contrattazione inclusiva.

Si parlerà anche di iscritti e tesseramento. Ma anche qui il problema non sono, come sento sempre dire, le scelte organizzative, tanto meno il marketing su Colletiva (marketing, lo chiamo con il suo nome). Il problema sono le scelte politiche e la credibilità che da esse deriva. Il problema non è, come spesso viene rappresentato, che i delegati non fanno gli iscritti. Il problema è che tanti sono precari nei posti di lavoro e non si iscrivono, il problema è che le sedi sono sempre più il luogo dei servizi, il problema sono i salari bassi. E anche, a monte, il problema è che per tanti abbiamo perso credibilità e quando gli vai a chiedere di iscriversi ti rispondono ancora, dopo 10 anni, che la Cgil sulle pensioni ha fatto 3 ore di sciopero ed è succube del PD e dei palazzi della politica.

Di questo parlerà la assemblea di organizzazione. E credo che noi dobbiamo essere capaci di uscire con una proposta alternativa, che aldilà dei singoli temi, proponga una visione generale di una Cgil di classe, non succube di Cisl e Uil, meno verticistica, più democratica, più centrata sui delegati/e, ma per davvero, quindi meno concertativa e più rivendicativa.

Tanto più ne abbiamo bisogno perché in questo paese è in discussione la stessa idea di libertà sindacale. La morte di Adil, sindacalista del Sicobas ammazzato ai cancelli di Lidl in provincia di Novara, poche settimane fa, riguarda tutti, nessuno escluso. Anche su questo, la Cgil avrebbe dovuto fare molto di più, a partire dal chiederne subito conto al Governo: c’è un filo conduttore tra quello che è successo a Novara e quello che era accaduto una settimana prima a Lodi alla Fedex, dove le squadracce dell’impresa hanno preso a bastonate i manifestanti con la polizia che per dieci minuti buoni non ha fatto niente. Il messaggio che è passato è che davanti ai cancelli delle fabbriche e dei centri della logistica può accadere qualsiasi cosa. E ci stupiamo poi se un camionista forza un picchetto e investe un lavoratore in sciopero! Al comizio di Milano, ho sentito Landini dire che anche il camionista è un lavoratore come gli altri. NO, quando uno decide di sfondare un picchetto e trascina per 10 metri un uomo ammazzandolo a sangue freddo, scusate, ma non è un lavoratore come tutti gli altri. Non ci sto alla narrazione della guerra tra poveri. Questa è guerra contro i lavoratori e le lavoratrici, è guerra contro la libertà sindacale e il diritto di manifestare e la stanno facendo le imprese in uno dei settori a più alta intensità di sfruttamento del lavoro.

Per questo credo che qui dobbiamo ringraziare tutti quei delegati e quelle delegate che, un’ora dopo aver saputo della morte di Adil hanno scioperato. Era l’unica cosa da fare e non serviva aspettare che i vertici decidessero o se ne uscissero con un comunicato. Quando succede una cosa così grave, non puoi far altro che rispondere, dove puoi, nell’unico modo che il movimento operaio e dei lavoratori conosce, con lo sciopero.

È esattamente questo che significa, per me, costruire una organizzazione centrata sui delegati. Il nostro obiettivo deve essere costruire i rapporti di forza sui posti di lavoro per fare noi la differenza dove e quando serve. Il direttivo nazionale ha approvato due mesi fa un documento che dava mandato alla segreteria di decidere lo sciopero generale sulla sicurezza, dopo l’omicidio di Luana in quella fabbrica tessile di Prato. Dissi in quella occasione, che andava fatto subito, perché era in quel momento che incredibilmente anche i media, finalmente, ne parlavano. Dissi che eravamo già in clamoroso ritardo, che con 1000 morti all’anno non ti puoi svegliare soltanto quando una notizia sfonda il muro del silenzio. Che dovremmo ogni giorno chiedere più controlli, più personale ispettivo, combattere come dicevamo prima contro precarietà, appalti e subappalti e tutto quello che aumenta le condizioni di ricatto di chi lavora, aumentando i rischi per la sicurezza, ma anche i ritmi e i carichi di lavoro, con effetti sulla salute. Bene, sono passati almeno due mesi. Lo avete visto lo sciopero sulla sicurezza? No.

Dopo la morte di Luana lo hanno fatto invece tante Rsu, ben oltre Prato, perché capivano tutti la portata simbolica e anche emotiva di quell’episodio. Basta dire che non c’è la disponibilità a lottare. Quello che manca è la disponibilità dei vertici sindacali o come dicevo prima la loro credibilità, perché in piazza dici che non arretrerai di un millimetro ma due giorni dopo firmi la presa d’atto.

Di questo dovrebbe parlare la conferenza d’organizzazione. Facciamo in modo, laddove ci siamo che tutti possano ascoltare il nostro punto di vista.

3. Gli impegni dell’autunno

Ci serve più che mai. Abbiamo tanti impegni e il prossimo autunno ci deve vedere in campo contro il governo, con idee chiare e radicali e per costruire una vera opposizione sociale nel paese.

Le risorse sul PNRR, la difesa della sanità pubblica e dello stato sociale, a partire da scuola e università. La sicurezza sui posti di lavoro, a partire dall’aumento dei controlli ispettivi (e attenzione, la riforma della giustizia rischia di mandare in prescrizione i processi lunghi, immaginate cosa significa nei processi contro gli omicidi e le stragi sul lavoro: abbiamo già assistito a gennaio di quest’anno alla scandalosa prescrizione di Moretti per il reato di omicidio colposo nella strage di Viareggio. La nuova riforma rischia di aggrovigliare ancora di più la matassa).

Dobbiamo essere in campo anche per la difesa della libertà sindacale, a partire dalla lotta alla repressione di chi lotta.

La difesa dell’occupazione, la riforma degli ammortizzatori sociali e soprattutto delle pensioni.

Dovremmo rivendicare anche, finalmente, una vera patrimoniale: le risorse dovrebbero venire da lì e dalla riduzione della spesa militare.

E dobbiamo essere in campo nella politica contrattuale, sapendo che i ccnl pubblici sono di nuovo rimandati, quelli dell’industria sono stretti nel patto della fabbrica, e tantissimi, soprattutto nel terziario semplicemente sono fermi da anni, come quello del multi-servizi e della distribuzione commerciale.

C’è il tema dello smartworking nel quale tanti e tante (soprattutto donne) rischiano di rimanere intrappolate.

C’è a monte di tutto il tema di quale politica industriale e produttiva deve avere questo paese. Su questo ci sono tutti i problemi aperti che sappiamo: FCA con il ridimensionamento dello stabilimento di Melfi, da cui dipende anche la vicenda GKN; la questione Ilva e in generale l’industria dell’acciaio; il tema della transizione energetica.

E, a monte, la questione meridionale. Perché nonostante la crisi sanitaria abbia colpito le regioni più ricche, in realtà la crisi che ne è derivata sta accentuando le differenze territoriali. Ci sono realtà manifatturiere del centro-nord dove si sta lavorando e producendo troppo, con flessibilità, straordinari, il sabato obbligatorio. Altre, soprattutto al sud che rischiano di essere travolte dallo sblocco dei licenziamenti. Il caso Whirpool è emblematico: c’è Electrolux al nord che spesso è costretta a fermarsi perché sta producendo troppi elettrodomestici e mancano i materiali. Whirpool a Napoli che licenzia in massa dopo aver preso risorse statali a pioggia. Chi se non il sindacato ha il dovere di ricomporre questa frattura, restituire solidarietà al paese, per esempio proponendo lo sciopero di settore e chiedendo ai primi, che sono pieni di lavoro, di lottare per i secondi.

Insomma, credo che non ci manchino le ragioni, ma soprattutto non ci mancano gli impegni.

Alcuni appuntamenti li abbiamo subito, prima dell’estate, oltre al direttivo di fine luglio, che appunto aprirà la assemblea organizzativa.

Prima di tutto il sostegno agli operai di GKN. Già giovedì e venerdì, saremo ai cancelli della fabbrica, prima con una delegazione della Same di Treviglio, poi con i lavoratori della Pasotti di Brescia, che oggi hanno fatto assemblea in sciopero su questo e avviato una raccolta fondi di solidarietà. I compagni di Gkn hanno lanciato in queste ore una mobilitazione nazionale da loro per il 24 luglio. Dobbiamo esserci, accanto a loro. Questa lotta deve essere generalizzata, perché ci riguarda tutte e tutti.

Il 19-20-21 luglio sono 20 anni dalle giornate di Genova del 2001. Tanti/e di noi ci saranno, come c’eravamo 20 anni fa: eravamo tutti più giovani, io ero una ragazzina, avevo tutta la vita davanti. All’epoca pensavo davvero che potevamo cambiare il mondo. Non so lo se lo penso ancora, perché in questi 20 anni le abbiamo praticamente perse tutte. Ma se 20 anni fa avevamo ragione, oggi ne abbiamo ancora di più e per fortuna, non abbiamo ancora smesso di provare a cambiare il mondo. Per questo saremo a Genova, contro la repressione di quei giorni di vera e propria sospensione della democrazia, ma soprattutto contro quella globalizzazione per la quale oggi come 20 anni fa pensiamo che un altro mondo sia possibile. Anzi necessario.

Abbiamo anche un altro impegno, quello già a partire da domani. I diritti sociali non sono in contrapposizione con quelli civili. Non c’è differenza tra rivendicare l’art 18, chiedere l’abrogazione della Fornero, stare ai cancelli di GKN e pretendere l’approvazione del DDL Zan contro l’omolesbostransfobia.

Ci sarà un presidio domani a Roma davanti al Parlamento perché inizia la discussione sul ddl, così come è, senza stralci. Chi può cerchi di essere lì con il movimento Lgbt e transfemminista. Ho già preparato un cartello, con il disegno di Raffaella e su scritto DDLCarràSubito.

A proposito, Grande Raffaella, donna rigorosa, come ogni ballerina e di grande talento, ma al tempo stesso, una che con grande leggerezza, una risata dopo l’altra, ha contribuito a rivoluzionare i costumi in un paese retrogrado e bigotto, diventando poi madrina indiscussa di tutto il mondo Lgbt. Impariamo da lei.

Anche in Cgil. La nostra forza deve essere nell’essere trasparenti, coerenti e rigorosi, ma anche nella capacità di non essere pesanti, come sono invece tanti burocrati. Continuiamo a essere così, a testa alta, ma anche ridendo se e quando serve. Come si dice: se non si ballerà, non sarà la mia rivoluzione!

E ultima cosa, non permettiamo a nessuno di considerarci figli/e di un dio minore, perché questa organizzazione appartiene a ciascuno di noi quanto a ogni suo segretario. Rivendichiamolo! A testa alta! E la finiscano di pensare di poter fare il tiro al piccione con noi.

Io non mi sento un piccione. Ultimamente, mi piacciono molto di più i gabbiani. Volano alto, come vorrei riuscissimo a fare noi.

Eliana Como – portavoce di RiconquistiamoTutto!

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