Per un’intransigente autonomia della CGIL, per una mobilitazione generale del lavoro.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo CGIL del 23 gennaio 2021 sulla crisi di governo.

Compagne e compagni,

Io credo che in primo luogo bisogna forse esser un po’ più sommessi nella denuncia dell’eccezionalità di una crisi di governo nella pandemia [così infatti sembra quasi che si suggerisca che nell’emergenza sanitaria sia necessario sospendere garanzie e procedure democratiche]. In questa stagione di eccezionale c’è solo la sospensione della dialettica democratica: il rischio di derive da stato di eccezione che in fondo occorre in tutte le situazioni emergenziali. Non siamo infatti l’unico paese Europeo con una crisi di governo aperta (c’è anche l’Olanda). Non siamo neanche l’unico paese, eventualmente, in cui si vota durante la pandemia. Non vorrei che tutta questa retorica venga poi usata per sospendere, in nome di logiche eccezionali di emergenza, prassi e diritti democratici, come sta avvenendo in tanti luoghi di lavoro.

In secondo luogo, come hanno detto in molti, non sfugge che la crisi ha un profilo politicista, trasformista, segnato dai riequilibri degli assetti di potere nella maggioranza (in previsione delle prossime elezioni del Presidente della Repubblica e delle prossime elezioni politiche, passando per la revisione della legge elettorale). Non sfugge nemmeno che Renzi ha aperto questa crisi usando alcune fragilità di questo governo (come le ha chiamate qualcuno): io penso che ha usato un un profilo dell’esecutivo e di questo presidente del consiglio, lasciatemelo dire, da piccolo Bonaparte, che si atteggia da super partes, da punto di equilibrio sopra i partiti della maggioranza e sopra le prassi democratiche (dalla presentazione del recovery plan alle due di notte senza nessun confronto alla concentrazione dei poteri sulla deleghe dei servizi). Un presidente del consiglio e un governo che sopravvive da tempo anche con mercanteggiamenti che van ben oltre il classico mercimonio parlamentare. Io vengo dalla Valle d’Aosta: in questi giorni e in queste ore la discussione è intorno al voto di fiducia del senatore valdostano, in cambio della sospensione dell’impugnativa alla Corte Costituzionale, da parte del governo, di una legge regionale che dà la possibilità alle autorità regionale di derogare le norme previste dai DPCM sulla sicurezza [in nome dell’Autonomia speciale]. Si mercanteggia anche sui principi costituzionali. Tra l’altro non è la prima volta che lo fa questo governo, che è nato con un ribaltamento da parte di alcune forze politiche del voto e dell’atteggiamento verso il taglio dei parlamentari. Una dinamica che diventa sempre più evidente, sempre più esplicita e sempre più squallida, squalificando sempre più le attuali istituzioni e gli attuali processi democratici. La politica e la rappresentanza parlamentare diventa sempre più evidente che non è giocata sugli interessi collettivi ma sui destini personali. Tutto questo è il risultato, al fondo, dell’assenza di una partecipazione e di un coinvolgimento di massa: manca cioè un protagonismo del lavoro, che lascia quindi spazio al trasformismo.

Da questo punto di vista io credo che sia fondamentale che la CGIL mantenga con determinazione, in questa crisi come in tutti gli avvenimenti politici, la propria indipendenza e l’autonomia degli interessi del lavoro [rispetto ai governi, qualunque sia il loro orientamento politico, tanto più da quelli che hanno precisi orientamenti di classe, opposti al lavoro]. Parafrasando alcuni interventi , oggi più che il coraggio, più che un tempo del coraggio, è il tempo di un’intransigente autonomia della CGIL. Vorrei dirlo con chiarezza: io non credo che sia compito della CGIL cercare i costruttori nel paese, che non siamo come sindacato un costruttore di questo governo, che non dobbiamo farlo vivere noi nel paese [visto che ha difficoltà nel Parlamento]. Mi sembra invece che questo si intenda in diversi interventi di questo Direttivo. Io non penso che la CGIL debba, possa o abbia senso anche solo senso che svolga un ruolo di sostegno a questa maggioranza, che ha un altro profilo di classe, altre politiche di intervento da quelle in difesa del lavoro. Lo abbiamo visto in questi mesi, proprio nelle sue politiche concrete nei diversi settori: il pubblico impiego e i suoi contratti, la scuola e la sanità, la legge di Bilancio. Ne abbiamo misurato la distanza.

In questo quadro, ho ritenuto un errore firmare l’appello dell’ANPI. Non solo nel merito, nelle argomentazioni che sono poi dispiegate in quel testo. Soprattutto, nel metodo: un appello cioè sottoscritto insieme sostanzialmente anche da tutta questa maggioranza politico parlamentare (PD, 5stelle, Articolo 1 e Sinistra Italiana), oltre che diverse associazioni e sindacati. Proprio perché offre un profilo, un intervento, il cui senso complessivo è il sostegno a questo governo, la costruzione nel paese e nella società di questa maggioranza politica. Io non credo che debba esser questo il ruolo della CGIL, di un sindacato generale del lavoro. Io non credo che sia questa l’indipendenza e l’autonomia della CGIL.

Uno dei problemi, delle dinamiche, delle cause che ha portato a questo trasformismo, che ha portato all’assenza della partecipazione delle masse, credo sia stata proprio l’azione della CGIL.  O meglio, siamo stati noi con la nostra assenza e le nostre mancanze in autunno. Siamo mancati nelle piazze, nell’opposizione con una determinazione chiara, dalla scuola alla Legge di Bilancio: ne abbiamo visti i problemi ed il profilo, ma non abbiamo voluto coinvolgere lavoratori e lavoratrici in una reale mobilitazione, nel tentativo di cambiarli. Per non disturbare gli equilibri di questo fragile governo. Oggi, proprio per questo, la soluzione non potrà esser che peggiore, come forse ha detto Claudio [Treves] prima di me, se non ho capito male: qualunque equilibrio che uscirà dalle aule parlamentari, non sarà quello di un governo autorevole e stabile [come ha detto qualcuno], se mai lo è stato a me proprio non è sembrato, ma sarà sicuramente un governo più instabile, meno autorevole e spostato in ogni caso a destra proprio dalle dinamiche di queste settimane.

Lo si vede concretamente anche nel recovery plan. Nei settori dai quali provengo, quelli dell’istruzione e della ricerca (non esattamente secondari), un impianto già di per sé nato per rafforzare un sistema di quasi mercato nella pubblica amministrazione, cioè che assume come dato di partenza 15 anni di (contro)riforme liberiste nella scuola, nell’università e nella ricerca, ha avuto un’ulteriore curvatura renziana, con tratti che recuperano e rilanciano la legge 107 (la buonascuola) e altri che sviluppano un terzo settore della ricerca selvaggio e senza controllo, subordinato all’impresa.

Allora giusto non abbassare i toni, come ha detto Maurizio [Landini] nella relazione. Secondo me non avremmo dovuto neanche abbassarli in autunno, come mi sembra ci abbia riconosciuto con compiacimento lo stesso presidente del Consiglio nell’incontro di ieri [grazie per il contributo che avete dato al paese in questi mesi difficili rinunciando anche alla vostre legittime rivendicazioni].

In questi mesi infatti la crisi e l’emergenza ha moltiplicato la divisione del lavoro. Lo hanno ricordato molti interventi e la stessa relazione. Divisioni tra condizioni di lavoro, di vita, sicurezza, contratti, occupazione. In tutta questa dinamica, questa crisi e questa emergenza, questa divisione, è usata per dividere ancora di più lavoro, indebolire i rapporti di forza tra le classi e aumentare lo sfruttamento. Lo si vede in tanti posti di lavoro, nelle fabbriche, nei magazzini e nelle aziende. Lo si vede anche nel pubblico. Basta guardare l’atto di indirizzo politico della ministra Azzolina, per l’istruzione, in cui si avanza proposte di middle management per le scuole e quindi carriera meritocratica dei docenti. 

Io credo che allora noi dovremmo lavorare oggi chiaramente per una mobilitazione generale del lavoro. Un’azione ricompositiva, a partire da rivendicazioni chiare ed una piattaforma generale. Usare le assemblee generali e le assemblee sui posti di lavoro per dare oggi, subito, nell’incertezza di questa crisi di palazzo, una prospettiva di lotta. Far scendere in campo il lavoro, sui suoi interessi, a partire da una sua piattaforma generale. Guardate, ricordiamo a settant’anni di distanza il piano del lavoro non per i convegni, le conferenze, la sua elaborazione teorica o il suo profilo tecnico, per la sua capacità di dire e proporre qualcosa. Lo ricordiamo perché è vissuto nei posti di lavoro, tra i lavoratori e le lavoratrici, nella sua capacità di intrecciare e guidare delle mobilitazioni e delle lotte. Oggi noi dobbiamo approcciarci al recovery plan con lo stesso spirito: non concentrandosi nei tavoli col governo, non facendo i costruttori nel paese di questa maggioranza, ma facendo innanzitutto quelli che portano avanti, e rivendicato l’interesse generale del lavoro, la sua ricomposizione nelle lotte e nelle piazze.

Luca Scacchi

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