CD FLC. L.Scacchi: qualcosa non ha funzionato nella scuola, nell’università e nella FLC.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo FLC del 11 dicembre 2020.

Care compagne e cari compagni,

rispetto alla relazione di Francesco [Sinopoli, segretario generale della FLC], rispetto agli interventi, mi premeva sottolineare alcuni elementi. Qualcosa, oramai è evidente, non ha funzionato in questo autunno. Sia per la scuola e nell’università, ma anche nella nostra azione come sindacato.

Qualcosa non ha funzionato nella scuola e nell’università. È stato ripetuto nella relazione come in molti interventi, il problema è quello che non è stato fatto durante l’estate sull’organico, gli spazi, le bolle, i trasporti. Nell’università, poi, non è stato fatto praticamente nulla: come ha sottolineato qualche giorno fa un articolo su HP, se non videoregistrazione e streaming non ci sono state particolari politiche di intervento e non ci sono state particolari risorse aggiuntive per il rafforzamento dell’offerta formativa nella situazione pandemica (ogni ateneo, di fatto, è stato lasciato solo). E, diciamo così, non solo non è stato fatto nulla, o molto poco, ma come hanno sottolineato prima di me Paolo [Fanti, segretario FLC della Basilicata] e Alessandro [Tatarella, segretario generale del Lazio], l’emergenza è stata gestita valorizzando l’autonomia delle singole scuole e università, differenziando la condizione reale dell’istruzione scuola per scuola e ateneo per ateneo.

Una disarticolazione del sistema nazionale di istruzione, sotto l’egida del Titolo V [della Costituzione] e di un’autonomia differenziata di fatto. Da questo punto di vista, io credo che non solo è doveroso che a questo punto come FLC diciamo qualcosa chiaramente sul DL Boccia (che, ricordiamolo, è un disegno di legge collegato con la Legge di Bilancio 2021 e come tale ha percorsi e meccanismi preferenziali di discussione e come tale può sbocciare in Parlamento in ogni momento). Su questo io credo che sia da organizzare, da organizzare e portare avanti, esattamente alla luce proprio della gestione disastrosa di questi mesi a livello istituzionale, un intervento determinato per la sua non presentazione. Io credo anche, e lo ribadisco esplicitamente, che come FLC dovremmo iniziare ad aprire una discussione profonda nella CGIL sul Titolo V, per una revisione radicale del Titolo V della Costituzione e sul federalismo che si è sviluppato negli ultimi decenni.

Io lo dico, dovremmo anche aprire una discussione lunga e approfondita sul CTS. Una discussione io credo necessaria. Nell’organizzazione, nella CGIL e nel paese. Perché io credo che, diciamo, di fronte all’ondata antiscientifica e reazionario (dai novax ai negazionisti del covid) che attraversa i nostri tempi (come in ogni epoca di crisi generale), non bisogna rispondere con l’idolatrizzazione della scienza e soprattutto con l’idea che esistano valutazioni e pratiche scientifiche neutre ed assolute. Da questo punto di vista io credo che noi dovremmo iniziare a criticare esplicitamente e pubblicamente l’azione del CTS, che è stata ed è un’azione soggetta ad alcune esigenze politiche di parte ed alcune esigenze di funzionamento di sistema [produttivo], con alcune regole incomprensibili e poco fondate (in alcuni atenei il passaggio dai 2,5 metri di distanza sociale ai 90 cm, piuttosto che nei trasporti la trasformazione repentina del parametro di affollamento dal 50 all’80%). Io credo che dovrebbe essere recuperata, proprio in funzione della nostra azione sindacale, una nostra storia ed esperienza (da Maccaccaro al modello di lotta sindacale per la salute della FIOM): una storia ed un’esperienza sindacale in cui, esattamente sulla salute e la sicurezza nei posti di lavoro, veniva messo al centro della riflessione e dell’azione il punto di vista di chi lavorava, di chi era nella produzione e nei rapporti concreti di lavoro, e non semplicemente le affermazioni e le dichiarazioni scientifiche [perché anche la scienza aveva, ed ha, una prospettiva di classe: e lo dico da ricercatore e, in qualche modo, proprio da tecnico ed esperto della pratica scientifica].

Qualcosa non ha funzionato anche per noi, nella nostra azione come sindacato. Alla nostra Assemblea generale ad ottobre abbiamo detto che per ottenere, per sostenere, tutto quello che era mancato nel corso dell’estate era necessaria una mobilitazione complessiva, della categoria e della società: per l’organico, per le risorse, per il precariato. Per tenere aperta l’istruzione e per tenerla aperta in sicurezza. Noi però dopo siamo mancati. Sia sul lato delle RSU e del presidio delle condizioni di sicurezza nei posti di lavoro: sono contento che oggi Francesco [Sinopoli], nella lettera alla Ministra come in questa relazione e nelle sue indicazioni, ponga la necessità che ci sia il sindacato, che ci siano le RSU, a presidiare il controllo e la verifica delle condizioni specifiche di sicurezza nelle scuole e nelle università, a chiuderle se c’è la necessità. Sono contento, ma rimane il problema che non l’abbiamo fatto in questi mesi [o almeno, non lo abbiamo fatto a sufficienza e con sufficiente determinazione]. Non è stato solo questo però il problema. Dentro la dinamica del CCNI sulla didattica digitale (sul cui giudizio negativo nel merito mi sono già espresso, in questo direttivo e pubblicamente), al di là del merito di quel contratto, ha pesato la rottura del fronte sindacale e della dinamica di mobilitazione nel corso dell’autunno. Credo che sia stato particolarmente negativo, proprio perché [prima abbiamo deciso di non scioperare a novembre con la FIOM e poi], divisi fra noi, abbiamo segnato una frattura con il resto del pubblico impiego il 9 dicembre, non scioperando con loro. Secondo me un errore. E così ci siamo trovati ad esser incapaci a premere per una reale riapertura di tutte le lezioni in presenza e in sicurezza a gennaio, ma siamo risultati schiacciati nella dinamica della legge di Bilancio, in una logica fondamentalmente subordinata al governo ed alle sue scelte.

Infine, due elementi.

Primo, il recovery plan. Ci fosse stato Salvini al governo, e lui avesse presentato un’ipotesi di governance e di gestione di questo piano come quella tracciata da Conte, dopo aver presentato un documento di 125 pagine alle due di notte, io credo che la CGIL (giustamente) avrebbe chiamato ad uno sciopero generale immediato, in difesa della democrazia. Non lo abbiamo invece fatto con Conte. Credo tra l’altro che su questo ci sia un problema grave di impasse della linea strategica della CGIL [l’ho segnalato anche al Direttivo confederale]. Credo però che ci sia anche un problema di merito su quel piano, sulle 125 pagine presentate, lo sottolineava prima anche Paolo [Fanti]. Un problema di impianto generale (dalle grandi opere alla TAV) e un problema specifico nei nostri settori, a partire da università e ricerca. Da una parte, come sottolineato in un report FLC sul recente congresso ETUCE, l’affermazione e la progressiva imposizione di una logica di certificazioni delle competenze e delle microcompetenze, in cui il sistema universitario viene chiamato con lo sviluppo delle lauree professionalizzanti [dei nuovi Diplomi universitari secondo la logica presente anche nel Piano Colao]. Dall’altra parte, invece, con la proposizione di nuovi poli tecnologici per la ricerca ed il trasferimento scientifico alla imprese, sulla logica dei PAST degli anni novanta, a cui si fa seguire ai carrozzoni dell’IIT e dello Human Tecnopole il nuovo politecnico del Lazio o altri poli nel meridione [carrozzoni a base fondamentalmente clientelare, in una logica di false eccellenze e piani straordinari finalizzati a sostenere il tessuto imprenditoriale, lungi da ogni rafforzamento della ricerca di base e del sistema nazionale universitario e della ricerca nel suo complesso]. Io credo che questa impostazione debba esser profondamente messa in discussione dalla FLC e dalla nostra azione.

Secondo, sull’università e la nostra azione. Io credo che proprio in questo settore vediamo tutti i problemi del settore e della nostra azione prima richiamati, in modo ancor più evidente e significativo. Da una parte subiamo le politiche universitarie di Manfredi, centrate sulla CRUI e sull’autonomia degli Atenei. Dall’altra però una difficoltà anche tutta nostra, politica e organizzativa, di coordinamento e di continuità, a partire da uno stato di agitazione che abbiamo proclamato nelle scorse settimane, sospeso nel vuoto, e della difficoltà di condurre in maniera continuativa, su obbiettivi chiari ed evidenti, una mobilitazione ed un contrasto alle politiche del governo, inaccettabili anche nell’università e nella ricerca e non solo nella scuola.

Luca Scacchi

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