Un’estate d’attesa, un autunno forse frammentato, un inverno di scontento.

Una riflessione sui prossimi mesi, di Luca Scacchi [CD CGIL]

Subito prima di un temporale l’aria sembra diventare pastosa. Il tempo si ferma, dominato da una soffocante sensazione di immobilità e dalla consapevolezza che tutto a breve precipiterà. Questa estate è passata così, nell’attesa della tempesta [tra ritorno della pandemia e precipitazione della recessione].

Alcuni richiamano il 1992, quando l’incrocio tra il crollo dell’URSS, la formazione dell’Unione Europea, la rottura dello SME [conseguente all’unificazione tedesca] sospinse la lunga crisi di questo paese. Quella crisi, dopo le sconfitte degli anni 80 (i 35 giorni FIAT, il lodo Scotti che concretizzò la svolta dell’EUR, gli autoconvocati e il referendum del 1985), stimolò una ripresa del protagonismo della classe operaia (espresso nell’autunno dei bulloni, nei nuovi assetti della FIOM sabbatiniana, nello sviluppo del sindacalismo di base, nel consolidamento del PRC). La sua instabile soluzione segnò il successivo ventennio: il riassetto politico (Tangentopoli e la seconda Repubblica), l’affermazione di politiche liberiste (Amato, Ciampi, le controriforme di pensioni e sanità, le privatizzazioni, Prodi e aggancio dell’euro); l’emersione della questione settentrionale (Lega Nord); la contrapposizione tra berlusconismo ed antiberlusconismo; la tensione a sinistra (che ha attraversato a lungo diversi soggetti e in particolare il PRC) tra inserimento in un fronte democratico e sviluppo di un polo alternativo/anticapitalista, sostenuta da una conflittualità del lavoro (pensioni, contrasto al “gradone” berlingueriano, art 18, contratti separati e precontratti, Melfi, ecc) e movimenti anti-sistemici (noglobal e Social Forum, Seattle e Genova).

Tutti i paragoni storici sono utili e, al contempo, impropri. Siamo oggi di fronte ad un cambio di passo della storia, come nel 1992? Da un certo punto di vista, le dinamiche sono anche più generali di allora. Se la crisi italiana dei primi anni novanta fu il portato di alcuni passaggi storici (la fine della guerra fredda, lo sviluppo di un blocco europeo), la sua profondità fu un caso praticamente unico tra i paesi imperialisti (comparabile solo per certi versi al ventennio perduto giapponese). Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una recessione generalizzata, con impatti paragonabili ad un conflitto mondiale (anche se differenti e, in realtà, nettamente inferiori). Da un altro punto di vista, da un decennio siamo immersi in una Grande Crisi al termine di un’onda lunga depressiva. In linea teorica, cioè, non ci sono meccanismi endogeni di inversione del ciclo (eventuali politiche keynesiane possono solo moderarne gli effetti, prolungandone però la durata), ma il suo superamento dipende da un’estensione dei mercati (oggi impossibile), da un approfondirsi delle barbarie (ampie distruzioni di capitale) o da un’uscita (rivoluzionaria) dall’attuale modo di produzione. La svolta del 2008/09, in ogni caso, ha già prodotto un cambio di passo: le fiammate di movimento, in particolare giovanili (OWS, indignados, nuit debout), lo scompaginamento della classe lavoratrice, una precaria gestione liberale della crisi, l’emersione (ancora incompiuta) di una diversa ipotesi di gestione capitalistica a matrice autoritaria. Un cambio di passo segnato dal declino USA e l’incipiente contrapposizione con l’emergente imperialismo cinese; lo stallo del contradditorio processo di unificazione europea; le ripetute esplosioni sociali in paesi della periferia e della semiperiferia, con la polarizzazione tra giovani globalizzati delle classi medie e nuove masse diseredate, movimenti democratici e rinnovate tendenze autoritarie; l’arretramento del conflitto di classe nei paesi a tardo capitalismo e lo sviluppo di movimenti reazionari di massa, al governo in alcuni paesi. Un cambio di passo, segnato in Italia da una significativa disorganizzazione della classe, lo sfaldamento della sinistra e del cosiddetto popolo di sinistra, l’ascesa dei 5stelle, l’affermazione di movimenti reazionari di massa anche nelle classi subalterne. Sarà importante allora seguire la prossima tempesta, per capire se la precipitazione esogena di questa recessione accelererà i processi in corso nell’ultimo decennio o se innescherà uno scarto improvviso, con una diversa dinamica politica e sociale.

La tempesta all’orizzonte, infatti, è significativa.
La pandemia, in primo luogo, non è finita. Diversi aspetti del virus rimangono ancora ignoti, anche se oggi conosciamo meglio come affrontarlo. In ogni caso, sono evaporate diverse ipotesi fantasiose [dalla bassa carica virale dei giovani alla scomparsa del virus con il caldo]. La prima ondata sta seguendo il suo corso, impattando in USA, Sudamerica, Asia e Africa, mentre nuovi focolai caratterizzano i paesi europei. A di là degli improbabili annunci sui vaccini (per concorrenza economica e competizione geopolitica), abbiamo di fronte a noi ancora diversi mesi di allerta sanitaria (mascherine, distanziamento sociale, riduzione delle attività collettive), con possibili nuove esplosioni del contagio e conseguenti chiusure (più o meno estese).
In ogni caso emergeranno gli effetti della recessione. Le sue dimensioni sono impressionanti. In Europa il secondo trimestre ha visto un calo del PIL di oltre il 12%, con punte del 18.5% in Spagna e di oltre il 20% in UK; l’economia USA ha sofferto una contrazione del 32,9% (i precedenti peggiori sono del 1958 con il 10%, del 1980 con l’8% e del 2008 con l’8,4%); il Giappone ha segnato un meno 7,8%. Il FMI prevede un crollo annuo del Pil mondiale del 3% (-0,1% nel 2008), la World Bank arriva a stimarlo oltre il 5%. Tutti prevedono un rimbalzo il prossimo anno, con crescite anche del 4-6%, solo se termina l’emergenza. Sarà in ogni caso da verificare l’intreccio tra la recessione e le più generali tendenze della Grande Crisi, con la crescita di bolle finanziarie (il debito complessivo ha oramai superato il triplo del PIL mondiale), le sovrapproduzioni diffuse, la pressione competitiva tra i principali poli e le sofferenze tendenziali dei saggi di profitto. Nouriel Roubini (uno dei pochi che aveva previsto la crisi del 2008/09) in questi mesi ha tracciato lo scenario di una lunga depressione, proprio per l’intrecciarsi della pandemia con i trend precedenti.
Un primo banco di prova sarà la tenuta dei mercati. Nonostante uno choc iniziale [l’indice MIB passò da 25mila a 14500; il DAX da quasi 14mila a poco più di 8mila, lo FTSE di Londra da circa 7700 a 4900, il Dow Jones di New York da 29500 a 18.200], i mercati hanno ripreso per l’intervento pubblico e la previsione del prossimo rimbalzo [oggi il MIB è a quasi 20mila, il DAX quasi a 13mila, Londra a 6100, il Dow a quasi 28mila]. Si è cioè incorporato l’attesa di un recupero lineare degli utili per il 2021. Però i conti del terzo trimestre (che come al solito preannunciano le chiusure dell’anno) potrebbero imporre un reality check, come prevede Christophe Barraud [capo economista di Market Securities]: l’emersione di grandi perdite nel fatturato e negli utili, con riflessi sul 2021 ed un’epidemia non ancora sotto controllo, potrebbe cioè determinare importanti correzioni se non veri e propri crolli delle quotazioni.
Si acuisce lo scontro tra Cina e USA. In primo luogo, da un punto di vista economico. Sebbene anche la Cina sia stata colpita [come tutti sanno il virus è emerso a Wuhan], il suo imponente controllo sociale ha permesso una più stretta applicazione del contenimento e, nel secondo trimestre, ha mostrato un’inaspettata capacità di recupero: il Pil  è rimbalzato dell’11,5%, dopo essere sceso del 10% nel primo (rispetto all’anno precedente il calo è stato del 6,8% nel primo trimestre, con una crescita del 3,2% nel secondo). A fine anno è quindi possibile che la Cina superi anche la stima FMI di un +1%, unico polo con tassi di crescita positivi in questa recessione. Questa ripresa di ampi differenziali, dopo anni di progressiva riduzione (il PIL USA è intorno ai 20mila mld di dollari per il FMI, 18 per la CIA; quello cinese intorno ai 13mila per il FMI, 11 per la CIA), se si protrae (come anche nelle più rosee aspettative di rimbalzo: per il FMI la crescita cinese 2021 è del 9,2%, quella USA del 4,7%) spingerà ad un confronto più diretto. Una dinamica in qualche modo già incorporata a livello politico: la strategia di attrito inaugurata da Trump (con altalenanti annunci di accordi e rotture commerciali) ha visto un salto di qualità, indipendente dal possibile prossimo cambio di amministrazione. Un salto sul piano programmatico (vedi La Cina comunista e il futuro del mondo libero, discorso di fine luglio del segretario di stato Pompeo, che ha annunciato una nuova politica di contenimento), nella recente battaglia dei consolati (con reciproche chiusure) e con un ordine esecutivo che mette al bando diverse app, con la politica di clean network (software, operatori, app store e cavi devono eliminare Huawei, Alibaba, WeChat e China Mobile: di fatto il tentativo di imporre una divergenza tra piattaforme digitali alternative). Questa acutizzazione della conflittualità non rimarrà senza conseguenze, sia sul piano economico sia su quello geopolitico, con la possibile incipiente e poi progressiva implementazione di blocchi contrapposti.
Si acuiscono anche i conflitti nelle periferie e semiperiferie. La recessione mondiale, anche se in queste realtà agisce meno direttamente, colpisce con il crollo dei prezzi delle materie prime e dei commerci internazionali, innescando default e polarizzando dinamiche sociali [vedi il Libano]. Polarizzazioni su cui si inseriscono le conflittualità interimperialistiche, con la tendenza allo sviluppo di una logica di blocchi. Già questa estate sono emersi i primi segni di nuove tensioni: la proiezione turca nel mar mediterraneo, l’installazione di sue basi militari (navali ed aree) a Misurata, il colpo di stato in Mali (in un paese con molteplici presenze militari), la precipitazione della situazione in Bielorussia, ecc.
In ogni caso, cambieranno le politiche di intervento sulla crisi. Nei paesi a tardo capitalismo le conseguenze immediate della recessione sono state tamponate da inedite manovre economiche. Al di là del cosiddetto Recovery Found (ancora a venire) e del MES (sinora silente), l’Italia ha infatti già varato un intervento pubblico di oltre 100 miliardi di euro (superiore alla famigerata manovra Amato del 1992, con tagli per circa 100mila mld di lire, 51 mld di euro, 89 mld odierni). Questi piani straordinari hanno visto diffusi ammortizzatori sociali e una distribuzione generalizzata di risorse: non potranno protrarsi a lungo. Gli interventi comunque non diminuiranno, segnando un nuovo protagonismo pubblico, ma sarà probabile un loro sempre più marcato uso capitalistico, a diretto sostegno alle imprese e delle conseguenti ristrutturazioni produttive.
L’offensiva padronale all’orizzonte: ristrutturazioni e licenziamenti. In questa dinamica si annuncia il prossimo scontro di classe, in parallelo alla definizione del recovery plan (80 mld di euro a fondo perduto e 130 in prestiti). Uno scontro, però, condotto dal padronato. Da una parte, oltre ai 5/600mila posti di lavoro persi in questi mesi (in particolare precari in commercio, turismo ed edilizia), si preannuncia un’ondata di crisi industriali e fallimenti, riorganizzazioni e riconversioni, con una diffusa rimessa in discussione di condizioni contrattuali e licenziamenti (si pensa possa interessare oltre 1 milione di lavoratori e lavoratrici). Dall’altra parte, con un lavoro segnato dall’emergenza sanitaria e dalle sue divisioni, crescerà la pressione per una messa in discussione dei CCNL, con limitazioni del salario (incidendo sulla sua struttura), espansioni di orario (flessibilità) e un maggior controllo dell’organizzazione del lavoro (prestazioni, tempi e ritmi).

Ogni salto affonda comunque le sue radici nelle dinamiche precedenti. L’esplosione di grandi cambiamenti, cioè, mentre apre nuove fratture corre spesso sulle linee di faglia della stagione passata. Senza dimenticare che il senso comune e gli immaginari collettivi si modificano nel tempo, con effetti inerziali determinati da abitudini, tradizioni e istituzioni sociali. Così, il cambio di passo del 1992 ridisegnò in maniera profonda le dinamiche del paese, anche con risvolti imprevedibili (dal repentino smantellamento dell’industria pubblica a Berlusconi), lungo direttrici già emerse nel decennio precedente: le tensioni di un sistema politico logoratosi con il lungo ‘68 (il congelamento di un PCI “socialdemocratico” all’opposizione, le fragili maggioranze del pantapartito, l’esplosione del debito pubblico); l’emersione di una cultura modernista (gli anni ottanta e la Milano da bere) che rivedeva l’impianto conservatore delle classi dominanti (patria, famiglia e tradizione); lo sviluppo di una nuova imprenditorialità settentrionale (industriale nelle campagne, professionale nelle città); la resistenza nella scuola o nei trasporti (portate avanti da avanguardie sindacali come da movimenti di massa); la tenuta di un tessuto diffuso di delegati/e nelle fabbriche, capace di riattivare movimenti operai alla fine del decennio; la pantera, che anticipò molte dinamiche dei nuovi movimenti giovanili dei decenni successivi.

L’eventuale cambio di passo correrà quindi sulle linee di faglia aperte in questi anni: approfondendole, generalizzandole o risolvendole.
L’Unione Europea conferma la sua fragile tenuta. La UE barcolla, di fronte ad una crisi che come nel 2008/09 la minaccia, amplificando le sue spinte centrifughe. Però, come nel 2012 (Draghi e BCE), pur con grandi titubanze (per le resistenze a sviluppare politiche federali, basate su un significativo bilancio europeo ed una fiscalità comune), ha trovato anche in quest’occasione gli equilibri per un suo intervento: il piano per la ripresa (oltre 750 mld di euro). Un piano che conferma il suo impianto ordoliberale, cioè l’uso della logica di mercato come principio di regolazione dello Stato [privatizzazione funzionale], l’intervento pubblico per regolare lo sviluppo capitalistico e sostenere la competizione. Si impone quindi una gestione liberale delle crisi, vista l’insussistenza di un impianto statalista a livello europeo (per la contemporanea debolezza del suo capitale continentalista, ancora frammentato tra le sue diverse formazioni sociali imperialiste, e di un’identità europea popolare, su cui far perno per sviluppare movimenti reazionari di massa). Mentre la competizione tra poli capitalisti spinge a rafforzare la UE, i movimenti reazionari si sviluppano a livello nazionale, riproponendo uno stallo del blocco europeo.
Una classe divisa e disorganizzata. Il principale effetto della Grande Crisi, in Italia, è stata la radicalizzazione della scomposizione della classe emersa negli anni novanta: non solo un ripiegamento delle lotte (in particolare dopo la sconfitta in FCA, 2012/13), quanto la frantumazione delle strutture politiche e sociali capaci di tenere insieme la sua coscienza collettiva. La pandemia ha moltiplicato i fattori di divisione tra i diversi settori, in relazione a rischio sanitario, attività (a regime, home working, sospensione), salario (intoccato, ridotto per riduzione di straordinari e turni, sostituito da ammortizzatori), garanzia (o meno) di mantenere il posto di lavoro. Anche le lotte di marzo (in particolare nelle fabbriche, nella logistica e nella grande distribuzione) portano questo segno. Pur nel protagonismo di una rete di delegati/e, hanno visto una dinamica frammentata (sulla base delle particolarità delle diverse realtà, la centralità dell’autoprotezione, l’assenza di ogni generalizzazione nelle rivendicazioni). Sono quindi state facilmente spente (dal loro stesso successo e dall’azione del governo) nel quadro di un intervento confederale teso a contenerle più che a incentivarle (vedi la famosa frase del segretario generale della CGIL, dobbiamo evitare che la paura si trasformi in rabbia, e tutta la successiva azione sui protocolli di sicurezza). Sono però state anche spente dall’incapacità delle sinistre sindacali e politiche, come della più larga avanguardia, di riprendere, collettivizzare e generalizzare quelle esperienze. Al di là di riferimenti più o meno vaghi, in realtà abbiamo visto la difficoltà anche solo a raccontarle, analizzarle e discuterle (ancora oggi, su siti e riviste, nel dibattito sindacale e in quello politico, difficile avere un quadro di chi, quanto e con quali risultati scioperò in quelle settimane e anche in quelle successive). Così, anche dopo il lockdown, ad emergere è soprattutto la scomposizione dei tempi e dei temi del conflitto sociale (nei diversi protocolli, nelle riaperture, nelle prime lotte).
La frantumazione della sinistra politica e sociale: un’avanguardia isolata. L’ultimo decennio è stato anche segnato dalla marginalizzazione dei soggetti che, in qualche modo e in diversi modi, avevano mantenuto e hanno riproposto un proprio riferimento nel lavoro. L’inaridirsi del consenso si è poi purtroppo spesso accompagnato ad un nuovo e diffuso settarismo. Pur coinvolgendo, nel complesso, migliaia di compagni/e, queste avanguardie sono allora oggi spesso isolate dai propri contesti, spesso incapaci anche solo di comprenderne le dinamiche. Una condizione che favorisce tendenze diverse e contraddittorie (pulsioni unitariste e spinte avanguardiste, codismi movimentisti e frontismi politici), con la moltiplicazione di diversi percorsi, ognuno dei quali si ritiene il punto privilegiato di ripartenza della resistenza di classe, nessuno dei quali ha però dimensioni e radicamenti tali da emergere come soggetto ricompositivo. Una dinamica che rilancia una sorta di settarismo strutturale, un diffuso autismo politico, in cui le pulsioni unitarie si risolvono spesso nell’auto proposizione della propria centralità e sufficienza, o nella proposizione di percorsi incapace di dialogare con le altre soggettività di classe.
L’unica struttura che ha mantenuto un profilo di massa è la CGIL, con un sindacalismo poliedrico, che ha inglobato in sé funzioni di servizio e di sussidiarietà alla produzione, senza abbandonare la rappresentanza categoriale. La CGIL, però, oltre confermare il suo impianto concertativo, con la segreteria di Landini è diventata uno dei principali sostenitori del governo Conte e, nell’impianto della prossima conferenza programmatica, sta rilanciando l’abbandono di ogni conflittualità (dal bilateralismo alla partecipazione). In sostanza, proprio in questa fase riduce la sua capacità di agire come soggetto attivo nelle resistenze del lavoro.
Il ripetersi di movimenti eventuali (nonunadimeno, sardine e FFF). In questa dinamica i movimenti politici di massa non scompaiono, ma sono caratterizzati da settorialità, fluidità ed estemporaneità: senza impianto generale, ma certi che la propria iussue sia oggi quella determinante; senza un definito campo rivendicativo e programmatico (né strutture definite di organizzazione, discussione e decisione); focalizzati su icone, figure simboliche e date di riferimento (lottomarzo, Greta, Sartori, ecc). Movimenti con un profilo interclassista e talvolta aclassista, spesso centrati su ceti medi metropolitani (studenti, professionisti, precariato giovanile qualificato), coinvolgendo marginalmente la classe operaia o anche solo il lavoro dipendente. In Europa si ripetono anche riots proletari (talvolta etnici), spontanei, disorganizzati e tendenti al saccheggio (come in Inghilterra nel 2011 o con le periodiche fiammate della banlieue, dopo la grande onda del 2005): in Italia sono però un fenomeno ancora abbastanza silente (o sommerso).
Lo sviluppo di una destra reazionaria, con un consenso nelle classi subordinate. L’ultimo decennio ha visto emergere movimenti nazionalisti ed autoritari, con un consenso non solo nelle classi medie (piccole borghesie commerciali, imprenditoriali ed impiegatizie, tipico brodo di cultura di questi soggetti di massa nelle Grandi Crisi), ma anche nelle periferie, tra i disoccupati e nella classe lavoratrice. Le elezioni 2018 sono state segnate da questa dinamica, con il governo Conte-DiMaio-Salvini e l’esplosione del consenso alla Lega (passata in un anno dal 17 al 34%), sulla base di un proprio profilo nazionalista, razzista e comunitarista. Un successo costruito nelle periferie e nella classe, non solo nel nord ma anche nelle province rosse (Sesto San Govanni, Pisa, Piombino, ecc). La caduta del governo gialloverde, il logoramento di Salvini, la pandemia hanno ridotto il consenso alla Lega, che però si è largamente trasferito a Fratelli d’Italia, mantenendo inalterato (se non approfondendo) questa penetrazione reazionaria tra le masse.

Queste sono le linee di faglia del prossimo autunno. Nel precipitare della crisi, con l’acuirsi dei conflitti internazionali e l’offensiva padronale sul lavoro, si profila un’ennesima (ed accelerata) ristrutturazione produttiva (Recovery Plan gestito dal governo giallo-rosa), con elezioni regionali che probabilmente vedranno una conferma della destra reazionaria (Veneto e Liguria; la probabile conquista delle Marche e la possibile della Puglia, un risultato storico e forse uno sfondamento in Toscana, mentre più complicata sembra la partita in Campania). La reazione di classe a questa dinamica rischia cioè di esser frammentata. Sul piano del conflitto sociale, con percorsi spesso autocentrati (anche se tutti rivendicano la propria intenzione unitaria), ognuno dei quali si interpreta (e si candida) ad esser il luogo privilegiato di ricomposizione della resistenza. Mentre la CGIL, ovviamente, si girà dall’altra parte [anche se sul fronte dei contratti la dinamica appare meno lineare e sarà utile tornarci].

La scuola, ad oggi, è forse l’unica leva che può aprire uno scenario diverso. Il governo ha evitato in questi mesi un intervento straordinario sui due pilastri dello stato sociale universale: sanità e scuola. Le due strutture più colpite dalla pandemia sono allo sbando: il SSN, nella sua articolazione regionale, è focalizzato sull’emergenza (raddoppio terapie intensive e reparti covid), al prezzo del congelamento della sua usuale azione (riversata sui convenzionati, rafforzando quindi i processi di privatizzazione). La scuola ha visto poche risorse, che hanno impedito di definire un piano di riapertura in sicurezza (classi piccole e spazi segregati, con investimenti in organici e strutture). Una gestione confusa e pressapochista ha poi nei fatti rilanciato le controriforme dell’ultimo ventennio: l’autonomia dei singoli istituti, la differenziazione tra Regioni, i patti educativi territoriali (con soggetti privati nello spazio scolastico pubblico), la mancata stabilizzazione del precariato. Si preannuncia quindi una riapertura difficile, segnata dalla differenziazione tra istituti, un ampio ricorso alla DAD e una riduzione diffusa del tempo scuola, la moltiplicazione delle quarantene con l’emersione di studenti o docenti positivi. Però la scuola coinvolge otto milioni di studenti ed un milione di lavoratori e lavoratrici, in pratica metà delle famiglie di questo paese. Queste dinamiche potrebbero innescare una valutazione negativa del governo, rabbia ed anche un’eventuale attivazione di massa. La scuola è infatti uno dei pochi settori ad avere ancora fresca la memoria di una grande mobilitazione (il grande sciopero del 2015 contro la buona scuola), un’alta sindacalizzazione (650mila iscritti), un protagonismo giovanile (studenti delle superiori), una grande capacità di autorganizzazione (a partire da un tessuto diffuso di comitati, associazioni e coordinamenti). Non sarà comunque facile. Le dinamiche di frammentazione sono attive anche qui: la FLC (come gli altri sindacati maggioritari), sebbene consapevole della dinamica in corso, si muove timidamente sulla mobilitazione contro il governo e rinvia ad un momento ancora indefinito lo sciopero generale della conoscenza; il sindacalismo di base è limitato e diviso; le mobilitazioni precarie hanno un profilo al contempo avanguardista e corporativo. In questo quadro, si delinea a settembre uno sciopero generale USB, CUB e Unicobas il 24 e 25 settembre, costruito nei fatti contro la manifestazione nazionale di priorità alla scuola del 26 settembre (circuito con un’incipiente proiezione di massa). Se però, nonostante tutto e grazia allo sviluppo progressivo di una pressione nelle scuole e nelle università, la sua capacità di infiammarsi fosse in grado di sviluppare una mobilitazione di massa [a settembre/ottobre], parallela ed alternativa alla probabile vittoria della destra alle regionali, questo movimento contro il governo potrebbe sparigliare le carte ed aprire una dinamica conflittuale in cui provare a ricomporre le classi subalterne.

Non è ovviamente l’unica dinamica conflittuale in corso. È l’unica, oggi, ad avere un potenziale generale e di massa, partendo da un terreno immediato di lotta e di rivendicazione (la riapertura in sicurezza della scuola) che, nel contempo, è in diretto contrasto con le politiche del governo e le sue priorità di fase (focalizzazione sulle imprese e la salvaguardia del processo di valorizzazione capitalistica). Negli altri settori i potenziali conflitti sono diffusi, potenzialmente crescenti, ma ancora divisi, dispersi su temi e tempi diversi, parcellizzati luogo di lavoro per luogo di lavoro. Può sempre determinarsi, ovviamente, una lotta esemplare che imprevedibilmente diviene momento di identificazione e ricomposizione (come la FIAT contro Marchione nel 2010/2012), o un’improvvisa reazione di massa ad una scelto od un atto ritenuto intollerabile (come, per certi versi, la mancata chiusura delle fabbriche a marzo). Le caratteristiche di questa stagione rendono però difficile scorgere oggi questa dinamica all’orizzonte.

In assenza di una reazione autunnale generale e di massa, sarà importante attrezzarsi ad un inverno dello scontento. Di fronte al rischio di una stagione in cui potrebbero saldarsi tra loro il nuovo strisciante clima di guerra internazionale, la precipitazione della recessione, il riavvio di politiche liberiste e il rilancio di una destra reazionaria, è importante l’azione delle diverse e frammentate sinistre politiche e sindacali, di tutti i soggetti conflittuali presenti nella moltitudine del lavoro. È importante far emergere, sostenere e sviluppare tutte le resistenze contro le crisi industriali, i licenziamenti e la disoccupazione, come i conflitti dentro il processo di produzione sulla salute e la sicurezza, il salario, l’orario e il controllo della prestazione lavorativa. È importante evitare che a prevalere sia la paura e la divisione, lo sconforto e la confusione, ma nei diversi settori cresca la rabbia contro questa gestione dell’emergenza e questa gestione della crisi. È importante far crescere un senso collettivo di scontento, in grado di rompere le barriere tra le diverse condizioni e categorie, generalizzando la sfiducia in queste classi dirigenti e nelle loro politiche. È importanti allora collegare e connettere i diversi cicli di lotta fra loro ancora sconnessi, cercando di farli convergere a partire da momenti di confronto tra delegati/e, comitati, strutture sindacali e attivisti che tessono nei territori e nei posti di lavoro queste resistenze. È importante, cioè, provare a marciare in direzione ostinata e contraria: rompere gli isolamenti e le tendenze a recintare i propri percorsi (sulla base di appartenenze o impianti programmatici complessivi), che hanno dominato negli scorsi anni e che ancora dominano in questo autunno, per far crescere un inverno di ribellione. Per questo ho ritenuto importante sostenere l’Assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e, che si terrà il prossimo 27 settembre e Bologna, impegnandomi perché questo percorso non precipiti nella semplice riproposizione di nuove appartenenze o nella semplice riproposizione di proprie date di scioperi, ma provi ad essere appunto un momento di confronto, collegamento e convergenze tra diversi settori, esperienze e resistenze. Preparando così nella classe, nelle sue lotte e nella sua organizzazione, il terreno per una prossima primavera.

[qui il testo in pdf]

Luca Scacchi

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