Collegare le frammentate resistenze di classe.

Un contributo di Luca Scacchi, Direttivo nazionale CGIL

Lo scorso marzo alcune fabbriche, magazzini e realtà della grande distribuzione hanno segnato la più significativa ripresa delle lotte degli ultimi anni [vedi La rabbia e la paura]. Scioperi e proteste che in alcune situazioni sono continuati in aprile ed anche negli ultimi giorni: nella grande distribuzione (Auchan-Conad, Pam di Firenze, commercio di Bari), nelle fabbriche (Fincantieri di Riva, Zeroquattro di Bologna, Tenaris di Dalmine, Electrolux di Susegana, Piaggio di Pontedera), in aziende in smart working (Scai Finance di Torino; Engineering Sardegna), nella logistica (Mgs service di Mestrino, TNT Fedex di Peschiera, Amazon di Torrazza Piemonte; GSI di Bologna) e persino nella scuola (l’iniziativa del Coordinamento Precari di Milano). Proprio oggi c’è stato anche un vero e proprio corteo operaio, a Genova, da parte dei lavoratori dell’ArcelorMittal (ex ILVA).

La crisi nel contempo sta iniziando a delinearsi. È evidente la ricaduta del contenimento sociale di questi mesi: il congelamento di interi settori (trasporti, turismo, cultura); il crollo di alcuni consumi (ad esempio, il mercato auto a marzo -85%, ad aprile -97%); il rallentamento della produzione (quella cinese -13%). Il PIL italiano nel primo trimestre è caduto del 4,7%; per il 2020 se ne prevede il calo per oltre il 9% (nel 2009 fu -5,5%), per il 3% nel mondo (nel 2009 fu -0,1%). Un crollo generalizzato: per l’UE oltre il 7%, per gli USA il 6%, per la Cina solo un +1% (dagli anni ’80 il picco più basso fu il +3,9% del 1989). Questa recessione epica si intreccia con la Grande Crisi: la lunga stagnazione italiana e l’affaticamento della sua gestione capitalistica nel mondo (rallentamento cinese, nuova stagnazione europea, inversione dei tassi USA).

In questo paese e nel mondo si profila un ulteriore grande intervento pubblico, dopo quello bancario dell’ultimi decennio (i bilanci di FED, BCE, PBOC e BOJ sono passati da 4mila mld di dollari nel 2007 a più di 20mila nel 2017, il 30% del PIL mondiale). Da una parte un rinnovato intervento monetario (il bilancio della FED è passato da 4mila mld di febbraio agli oltre 6mila di aprile, quello della BCE ha superato i 5mila mld, il 43% del PIL UE). Dall’altra un inedito intervento economico, sia in forma di sussidi e tagli fiscali, sia con nuove partecipazioni pubbliche (socializzazione delle perdite per garantire la ripresa dei profitti e quindi la loro privatizzazione). Politiche economiche che, sia per il MES sia per gli EuroBond, avranno però un segno di classe: garantire la riproduzione capitalistica e le sue gerarchie, scaricandone i costi sul lavoro. Cioè, come si sta vedendo con la vicenda FCA, come si vede nel DL Rilancio, oggi si indirizzano alle imprese molte risorse pubbliche (decine di miliardi di euro), che domani graveranno sui bilanci di stato e determineranno nuove politiche di austerità nel quadro di questa gestione capitalistica della crisi.

Infine, si delinea anche una diretta offensiva padronale anche nei rapporti di produzione. Il crollo dei mercati e dei margini di profitto sospingerà grandi processi di ristrutturazione: per comprimere i salari, aumentare i tempi di lavoro, stringere i ritmi.

In alcuni settori del sindacalismo conflittuale c’è oggi quindi l’aspettativa di una ripresa generalizzata del conflitto. Ritengono cioè inevitabile che nella classe si inneschi una reazione di difesa segnata dall’unità, dalla radicalizzazione e dalla politicizzazione del conflitto. Basti pensare ad alcune letture dello sciopero in corso alla TNT-Fedex, ritenuto un primo segnale di processi in via di generalizzazione in tutta la classe.

Non è così: non esiste alcuna relazione automatica o diretta tra crisi e radicalizzazione di massa. Pesa in generale l’ultimo decennio, l’involuzione della coscienza della classe e la sua disorganizzazione diffusa, ma pesa anche l’attuale orizzonte della crisi, la cassa integrazione, la prospettiva di una possibile miseria. Il primo movimento in questa nuova precipitazione economica non è quindi quello della rabbia, ma quello della paura: una paura che in un primo tempo rischia di spingere ad una temporanea subordinazione al capitale.

Pesano poi le divisioni rilanciate proprio dall’emergenza. Le divisioni tra pubblico e privato: tra chi subisce l’offensiva padronale (su salario, orario e ritmi) e chi ha un datore di lavoro politico (estraneo a questo scontro diretto e nell’immediato protetto dal rilancio della spesa pubblica per l’emergenza). Le divisioni tra settori: tra quelli rilanciati dalla crisi (come chi produce termoscanner e reagenti chimici) e quelli coinvolti in profonde ristrutturazioni (come l’automotive). Le divisioni nelle condizioni contrattuali: tra tempi indeterminati, tempi determinati, instabili o false partite IVA, in nero. Le divisioni in relazione al rischio: tra chi è in prima fila (non solo sanità, ma anche pulizie, grande e piccola distribuzione, logistica), chi è in seconda o terza fila (come scuola e università) e quelli meno coinvolti dall’emergenza.

Pesa anche la frammentazione fra diversi cicli di resistenza.
Salute. Qui diventa evidente l’antagonismo tra capitale e lavoro, nella definizione dei protocolli, la loro contrattualizzazione e la definizione dei DVR (i documenti di valutazione del rischio): metri di distanza, tipo e numero di mascherine al giorno, accesso e protezione dei dati (misurazione della temperatura, braccialetti per il controllo delle distanze, ecc). Esemplificativo lo sciopero all’Electrolux per avere mascherine chirurgiche e non ffp2, più protettive ma con cui è difficile respirare in catena di montaggio.
Salario e lavoro. Bonomi, il nuovo presidente di Confindustria, ha subito presentato il suo programma per l’emergenza: superiamo i contratti nazionali (deroghiamo su orari e organizzazione del lavoro, per arrivare a ridurre i salari). Non si vuole cioè rinnovare nessun contratto, a partire da quello metalmeccanico. La recente vicenda degli alimentaristi è esemplificativa: un settore che negli ultimi anni ha sempre strappato rinnovi consistenti, con una piattaforma che chiedeva oltre 200 euro mensili, è stato rinnovato solo per il 2020, con poco più di 20 euro di aumento, solo dalle aziende più grandi [ed è stato festeggiato incongruamente come un’epica vittoria!]. Esemplificativo anche lo sciopero TNT, partito da Peschiera in risposta ad un’offensiva padronale che ha messo in discussione accordi di stabilizzazione, foriero di una dinamica che rischia di diffondersi nei prossimi mesi con lo sblocco dei licenziamenti.
Lavoro agile. Oltre 4 milioni di lavoratori e lavoratrici sono a casa, in telelavoro o smart working. Il telelavoro è svolto ricalcando le modalità e gli orari orari (timbratura virtuale, verifica telefonica della presenza, ecc). Lo smart working è una trasformazione della prestazione, non più regolata da un orario ma da incarichi e relativi obbiettivi. Entrambe sono regolate legislativamente e contrattualmente: nell’emergenza è però saltata ogni disposizione. Queste modalità straordinarie si protrarranno, con un inevitabile spinta ad un loro uso capitalistico. Come per industria 4.0, si cercherà cioè di usare queste nuove forme organizzative per intensificare lo sfruttamento, dallo stipendio (mettendo in discussione componenti accessorie, indennità, straordinari e buoni pasto) all’intensificazione dei ritmi, nel quadro di un’individualizzazione dei rapporti di lavoro. Su questo terreno, con possibili pesanti arretramenti, frizioni e resistenze sono già visibili in queste settimane.

In queste frammentazioni ha pesato e pesa la CGIL. Come sindacato generale, la CGIL poteva raccogliere e rilanciare gli scioperi di marzo, dandogli il respiro per tenere insieme la moltitudine del lavoro e questi diversi cicli di resistenze: in difesa della salute, per una diversa politica economica ed una diversa gestione della crisi, contro governo e padronato. La CGIL, invece, non lo ha fatto. Per la sua storica subordinazione al cosiddetto sistema paese, cercando la cogestione delle crisi con il padronato [stile Eur 1978 e concertazione 1993], ma anche per una subordinazione a questo governo, sostenuto in prima persona da Landini e dal gruppo dirigente CGIL.

Il rischio allora è che nei prossimi mesi dominino queste divisioni. Mentre, come si è già annunciato in queste settimane, monta la rabbia della piccola e media borghesia (professionale, commerciale e produttiva), rilanciando quel processo di nazionalizzazione delle masse e quell’egemonia reazionaria in sviluppo da qualche anno.

Per questo oggi è prioritario ogni sforzo per collegare le diverse resistenze, unire i diversi conflitti di classe. È importante cioè sforzarsi di guardare all’insieme del lavoro, evitando ogni settarismo ed ogni particolarismo, cercando gli intrecci e le convergenze tra i diversi settori e cicli di lotta. Cercando di politicizzarli contro governo e padronato, come possibile terreno ricompositivo dei diversi conflitti. Per questo è fondamentale sviluppare una piattaforma generale, su una linea di classe, che rompa esplicitamente con ogni logica di patto sociale. Per questo però è altrettanto importante evitare ogni isolamento avanguardista intorno a questa piattaforma, articolandola e connettendola alle dinamiche molteplici dello scontro di classe, allo sviluppo e agli arretramenti dei diversi conflitti parziali.

Tenendo conto che oggi i percorsi di ricomposizione sono divisi e sfrangiati. Dopo l’esplosione di marzo, infatti, è emersa con evidenza la mancanza di una direzione capace di collegare le lotte e generalizzarle. Le forze del sindacalismo conflittuale sono state divise ed incapaci di svolgere un ruolo ricompositivo. Anche noi come OpposizioneCgil, pur attivi e anzi spesso protagonisti in tanti di quegli scioperi, pur ancora oggi promotori di una resistenza in tante fabbriche, aziende e territori, non riusciamo ad indicare una direzione generale: cioè siamo stati, e ancora siamo, purtroppo incapaci di sviluppare un percorso ricompositivo categoriale e intercategoriale. Questa mancanza ha però attivato diversi percorsi per tentare di superarla. Nel sindacalismo conflittuale e di base, come in altri percorsi. Nei ferrovieri, con una prima piattaforma (CAT, CUB, Cobas e SGB), che oggi sta cercando di allargarsi anche tra settori tranvieri; in Emilia Romagna, con l’appello SiCobas, SGB e ADL ed il presidio dell’8 maggio; con l’assemblea autoconvocata del 9 maggio; con alcune esperienze territoriali come per il primo maggio a Milano; con il percorso del patto d’azione nazionale lanciato dal SiCobas.

Nessuna di queste esperienze, nessun soggetto sindacale, ha oggi la forza di imporre la sua dinamica ed i suoi percorsi. Per questo, con lo stesso spirito e la stessa flessibilità con cui è importante connettersi con tutti i settori di classe e le diverse resistenze, è importante intrecciare queste esperienze e i loro diversi livelli: farli comunicare e farli convergere nelle stesse date di mobilitazione. Sviluppare quindi insieme nei diversi settori e nei diversi luoghi di lavoro comitati di lotta e coordinamenti trasversali, in grado di ritessere il terreno soggettivo dell’organizzazione di classe, collegare le frammentate resistenze di classe.

Luca Scacchi

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