Istruzione e ricerca: una piattaforma ingabbiata.

Sulle indicazioni per il rinnovo del contratto scuola, università, ricerca e afam assunte dagli organismi statutari delle categorie CGIL CISL UIL.

Venerdì 8 febbraio si è tenuta a Roma la riunione congiunta degli organismi statutari della FLC CGIL, della FSUR CISL e della UIL scuola RUA. La platea del teatro Eliseo, con 3/400 presenti, ha fondamentalmente discusso (e come vedremo, approvato) le linee guida unitarie per il rinnovo del CCNL 2019-2021 del comparto Istruzione e Ricerca. Il comparto (scuola, università, ricerca e afam) interessa oltre un milione e centomila lavoratori e lavoratrici (più di un milione nella scuola, oltre 50mila nelle università, più di 20mila negli enti ricerca e più di 10mila nei conservatori e nelle scuole artistiche).

Il ccnl precedente, 2016/2018, è stato firmato giusto un anno fa (l’intesa, infatti, è del 9 febbraio 2018). Quello scorso non è stato un buon contratto: lo abbiamo detto subito. Per la parte salariale, prevedeva aumenti in media di soli 85€ lordi (comprensivo di una quota perequativa per gli stipendi più bassi). Più o meno come nel 2009, senza tener conto dei molti anni di blocco contrattuale che hanno decurtato di quasi il 15% il potere d’acquisto dei salari del settore. Inoltre, convalidava una componente valutativa dello stipendio, nella scuola con la conferma del bonus della Legge 107 (nonostante una sua riduzione quantitativa e la contrattualizzazione di alcuni parametri generali), nelle università con l’obbligo di una sostanziale differenziazione individuale del salario accessorio (e senza prevedere nessun meccanismo di progressione di carriera basato sull’anzianità, come per tutti gli altri lavoratori e lavoratrici del comparto). Per quanto riguarda la parte normativa, veniva sostanzialmente confermato l’impianto della Brunetta e della Madia, che assegna ai dirigenti il pieno controllo organizzativo degli uffici e dei servizi, introducendo un nuovo istituto contrattuale (il “confronto”), che non produce risultati vincolanti per l’amministrazione, obbligata solo a riportare in un verbale le posizioni emerse al tavolo di confronto. E, nonostante le tante parole e le molte iniziative spese su precarietà e inclusione, in nessun settore il contratto faceva un qualunque passo avanti su questo fronte.

Il rinnovo 2016/18 era stato firmato a pochi mesi della elezioni, dopo che la cosiddetta intesa di Palazzo Vidoni della fine del 2016 ne aveva tracciato gli assi fondamentali (salariali e normativi) e la legge di Bilancio di fine 2017 ne aveva previsto le necessarie risorse. La trattativa si era quindi aperta e chiusa in pochissimo tempo (praticamente una settimana), in rapida sequenza con gli altri comparti del pubblico (funzioni centrali, enti locali e sanità), con una fortissima pressione confederale a firmare il più rapidamente possibile. Senza la quindi la possibilità di discuterne l’impianto e senza un reale coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici della categoria. Nelle assemblee e nelle discussioni in FLC, di conseguenza, il futuro rinnovo (previsto in tempi stretti) era stato quindi più volte evocato come il momento in cui si sarebbero potuti e dovuti affrontare i limiti di quel percorso e di quei risultati: sia riguardo la parte salariale (cercando quindi di conquistare aumenti più consistenti), sia riguardo la parte normativa (in particolare, sul fronte della contrattualizzazione dell’organizzazione del lavoro e dell’inclusione). Erano quindi molte le attese nei confronti di queste Linee Guida. E più in generale dell’avvio della trattativa o della mobilitazione sul contratto.

Lo riconosciamo e lo diciamo subito. La riunione congiunta degli organismi statutari delle categorie CGIL CISL e UIL del comparto istruzione e ricerca dell’8 febbraio si è positivamente contraddistinta su una questione importante, anzi molto importante: la chiara, ferma e netta presa di posizione contro le autonomie rafforzate. Un posizione che, tra l’altro, non si è limitata a questa riunione, ma che avuto la capacità di svilupparsi ed allargarsi con il successivo appello unitario, che ha raccolto non solo le categorie di CGIL, CISL e UIL ma anche altri sindacati di categoria (come GILDA e SNALS) e di base (come Cobas Scuola e Unicobas), oltre che un articolato mondo di associazioni e movimenti della scuola (dal “manifesto di 500” agli autoconvocati della scuola; dalla LIP alle associazioni studentesche). Davanti alla prospettiva dello smantellamento di un sistema di istruzione nazionale ed universale, attraverso la regionalizzazione dei percorsi educativi e dei contratti, si è riaffermato con forza che “la scuola [e l’università, ndr] non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i cittadini italiani, quali che siano la regione in cui risiedono, il loro reddito, la loro identità culturale e religiosa”. La riunione congiunta dell’8 febbraio l’ha affermato con forza e decisione. Non solo nell’introduzione di Francesco Sinopoli (segretario generale della FLC) e nell’intervento di un delegato FLC (non casualmente) di Treviso, ma in tutti gli interventi (compresi quelli di Pino Turi e Maddalena Gissi, segretari generali della UIL scuola e della FSUR CISL). E anche, cosa non meno importante, nell’ordine del giorno finale (che poi vediamo nel suo complesso). Una presa di posizione importante ora, in questa fase storica e proprio in questo momento, quando la Lega ed il governo stanno provando a forzare lo smantellamento di un sistema sociale universale dal versante della scuola e dell’istruzione. Una presa di posizione, seguita dall’appello unitario allargato, che speriamo sia seguita da una conseguente assunzione di responsabilità e quindi dall’indizione reale di un percorso di agitazione. Cioè, da assemblee e confronti nelle scuole, con una forte mobilitazione che arrivi ad uno sciopero generale della conoscenza entro la primavera. Infatti, di fronte ad un governo con un così ampio consenso, di fronte ad un’egemonia reazionaria sulle classi subalterne che si è sviluppata negli ultimi anni, un processo così imponente come le autonomie rafforzate può esser affrontato, e battuto, solo con la costruzione di un movimento ampio e articolato, come quello che si è sviluppato contro la buonascuola di Renzi. Magari, imparando dall’esperienza, arrivando ad innescarlo non a poche settimane dalla chiusura dell’anno scolastico, ma sin da subito, dall’inizio della primavera.

Una parentesi su LEP e autonomie rafforzate. Un appunto che si può avanzare alla discussione dell’8 febbraio sulle autonomie rafforzate è che in alcuni discorsi si è sottolineato con troppa insistenza l’assenza dei LEP (livelli essenziali di prestazione, come previsti dall’articolo 117 secondo comma, lettera m della Costituzione). Come se i LEP potessero realmente costituire un argine a federalismo fiscale e autonomie rafforzate. I LEP in realtà sono immanentemente (nella loro essenza) legati al concetto di costo standard e a quanto previsto dall’ articolo 119 della Costituzione. Cioè, in realtà sono uno degli strumenti necessari a subordinare i diritti sociali alla logica neoliberista della sostenibilità finanziaria e dell’efficienza, oltre che della possibilità di una loro differenziazione territoriale. I LEP infatti non si definiscono astrattamente come diritti esigibili universalmente e nazionalmente, ma concretamente come costi “finanziariamente sostenibili” ed efficienti, standardizzati sul territorio nazionale, di cui lo Stato si fa comunque carico nei sistemi sociali (anche) regionali. A più di 17 anni dalla riforma del titolo V della Costituzione i LEP non sono stati ancora definiti, non casualmente, per la difficoltà di implementare il concetto di efficienza e sostenibilità economica di un diritto universale, in una Costituzione e in un sistema educativo e sanitario che in questo paese qui si è comunque costruito (almeno dagli anni settanta in poi) su un impianto universale. I tagli di questi anni e lo smantellamento progressivo di questo impianto (sotto i colpi della Grande Crisi e della necessità delineata da Draghi di superare il modello sociale europeo) stanno comunque imponendo la loro logica. I LEP non sono però un argine, ma bensì un termometro del superamento del concetto di diritti sociali universali esigibili. Quindi, forse, non sarebbe proprio il caso di utilizzarli anche noi con leggerezza.

Il quadro complessivo dell’iniziativa, in particolare sul fronte contrattuale, è stato comunque molto meno positivo. Davvero poco entusiasmante. In un teatro, infatti, è andata sostanzialmente in scena la recita di una riunione, più che un reale confronto sulle Linee guida da parte degli organismi statutari delle tre organizzazioni sindacali. L’incontro, che come abbiamo detto ha coinvolto diverse centinaia di persone, è infatti durato meno di tre ore (dalle 14 alle 17). Come ogni recita che si rispetti, d’altro canto. Gli interventi sono stati rigidamente programmati: i tre segretari generali di categoria (apertura di Sinopoli, in mezzo Turi, chiusura della Gissi: certificando così plasticamente il ribaltamento dei rapporti di forza tra le categorie della CGIL e della CISL nel settore dopo le ultime elezioni RSU), inframmezzati da pochi delegati e esponenti territoriali rigidamente divisi tra le diverse organizzazioni. Non è stato solo un problema di rigidità del copione. È stato soprattutto un problema di contenuto, con un confronto a tratti surreale: la UIL tutta focalizzata sul consolidamento dell’unità sindacale non solo a livello centrale ma anche nei territori; la CISL tutta ripiegata sulla prudenza nella mobilitazione e nelle rivendicazioni (gli scioperi si preparano, i lavoratori e le lavoratrici non capiscono, in particolare i precari… e quindi stanno a casa a preparare la minestrina!!?????!!!). Davvero un quadro desolante, in cui gli interventi del segretario generale e dei delegati della FLC hanno spiccato: almeno hanno sottolineato l’urgenza del contratto, la gravità della questione salariale, la necessità della mobilitazione e seppur timidamente la prospettiva dello sciopero generale.

Il problema, però, non è stato neanche quello degli interventi.  Il problema principale sono le linee guida che sono state definite. E quindi l’ordine del giorno finale votato dagli organismi statutari. Un problema di percorso e un problema di contenuto.
Di percorso. Per mesi in FLC si è discusso come elaborare e validare piattaforme e contratti. Posto che, ovviamente, il ruolo principale e la decisione finale spettano ai lavoratori ed alle lavoratrici, posto che in FLC a discutere e decidere è in definitiva il suo organismo politico (il Direttivo nazionale), la questione è stata quali percorsi elaborativi e di confronto devono avere piattaforme ed accordi nell’organizzazione. La FLC è una categoria politicamente vivace e settorialmente plurale, che ha tra l’altro messo insieme storie diverse (dalla CGIL scuola allo SNUR), con evidenti disomogeneità professionali e numeriche. Nella sua storia hanno quindi avuto particolare importanza le Strutture di Comparto: organismi statutari per ognuno dei principali settori (scuola, università, ricerca e afam), che coinvolgevamo delegati/e e lavoratori, con il compito di elaborare le proposte e validare gli accordi. La definizione di un unico comparto istruzione e ricerca ha reso però necessario rivedere questa struttura. Una commissione Statuto nei mesi precedenti e nel recente congresso nazionale (dicembre 2018) ha discusso a lungo come rivederla, sottolineando l’importanza del massimo coinvolgimento e dell’importanza di rispettare le diverse particolarità della categoria. Per questo, alla fine, è stata costruita unitariamente (anche con il nostro sostegno) una proposta che conferma il ruolo nel percorso contrattuale di strutture di settore (rimandando al Direttivo la definizione della loro composizione e di eventuali momenti-strutture per l’integrazione delle loro elaborazioni, prima della discussione politica nel direttivo stesso). Ecco, allora colpisce che queste linee guida (dopo tutti questi discorsi e dopo tutte le difficoltà che si sono registrate con l’ultimo ccnl) siano state elaborate e definite proprio a valle del congresso, diciamo con uno scarso coinvolgimento sia del direttivo sia delle strutture di comparto/settore.
Di contenuto. Nel testo sono presente diversi punti genericamente condivisibili, ma nel contempo genericamente vaghi e che avrebbero meritato maggior definizione e soprattutto un’articolazione più definita delle rivendicazioni concretamente perseguibili in questo rinnovo (per non rimanere, come nell’ultimo ccnl, principi generali poi di fatto smentiti dalla realtà). Dall’inclusività e l’equiparazione dei diritti (rivolte a tutte le “diverse forme di lavoro, siano esse a tempo determinato, parasubordinato o atipiche”) all’ampliamento della disciplina contrattuale (“ribadendo che spetta al CCNL regolare ed eventualmente rivedere l’organizzazione del lavoro, il salario, le relazioni sindacali”), sino all’importante introduzione della regolamentazione “anche di carattere contrattuale processi di digitalizzazione” (compresi i monitoraggi e la trasmissione di dati sensibili a cloud esterni). Ci sono anche diversi motivi di perplessità e contrarietà ad alcuni punti del testo. Dalla riproposizione di una “valorizzazione professionale del lavoro con la classe” (che apre le porte ad una valutazione di merito e discrezionale del lavoro d’aula) alla richiesta di “trasparenza nei carichi di lavoro e nell’orario” del lavoro docente (che apre le porte alla contabilizzazione dettagliata e alle flessibilità delle attività funzionali, con processi di differenziazione e divisione della categoria). C’è però un punto dirimente, al di là di tutti questi diversi aspetti: gli aumenti contrattuali e la struttura del salario che propongono. Un punto estremamente negativo e che ingabbia tutto l’impianto di queste linee guida contrattuali.

Vediamo esattamente cosa dice questo documento sul salario:
Rimane l’esigenza di un incremento delle retribuzioni prevedendo necessariamente risorse aggiuntive per valorizzare l’impegno professionale del personale, con l’obiettivo di raggiungere progressivamente un livello di trattamento economico in linea con quello riscontrabile negli altri paesi dell’area euro. In particolare:
1) Occorre garantire il mantenimento e la stabilizzazione, dal 1° gennaio 2019, dell’elemento perequativo della retribuzione introdotto con l’ultimo contratto
2) Al fine di salvaguardare il potere d’acquisto nel triennio 2019-2021 occorre almeno garantire la copertura dell’inflazione (IPCA) secondo le previsioni Istat, pari all’1,4% per il 2019, l’1,4% per il 2020, l’1,3% per il 2021
3) Va previsto uno stanziamento aggiuntivo per consentire un aumento delle retribuzioni finalizzato alla valorizzazione delle professionalità in considerazione dell’importante funzione pubblica che i lavoratori sono chiamati a svolgere
4) Ogni eventuale nuova risorsa destinata al personale va contrattualizzata
.

Lo scorso contratto è stato chiuso con un aumento limitato al 3,48%. Un tetto salariale che, di fatto, era stato definito con l’accordo di Palazzo Vidoni. La dinamica di tutta la contrattazione, pubblica e privata, in questa stagione di Grande Crisi (diciamo, dalla ripresa di più strette relazioni sindacali unitarie dopo la doppia recessione del 2009-2012) è stata segnata dalla progressiva tendenza ad una centralizzazione contrattuale. La prima fase della crisi (2007/2012), al contrario, era stata segnata da una rilevante dispersione delle strategie contrattuali: da una parte con accordi separati confederali e di categoria (metalmeccanici, pubblico, commercio), dall’altra e soprattutto con un dispiegamento in ordine sparso delle diverse categorie, che avevo articolato ognuna a suo modo punti di tenuta e di caduta (i chimici prevedendo deroghe al ribasso del ccnl, i postali la triennalizzazione dei contratti, il commercio enti bilaterali, ecc). In questo quadro, le confederazioni hanno comunque lasciato le categorie libere di definire i propri percorsi, ma hanno centralizzato le rivendicazioni sul salario e sulla struttura del salario, per riuscire a contrattare la gestione della crisi con governo e padronato. Nel pubblico con il patto di Palazzo Vidoni, nel privato con l’accordo quadro con Confindustria, si è di fatto ricostruito un terzo livello di contrattazione generale, che irreggimenta e ingabbia tutta la contrattazione a valle (quella dei ccnl e quella di secondo livello, aziendale o territoriale).

Questa centralizzazione contrattuale, nei sui contenuti e nelle sue modalità, è in aperta contraddizione con la linea generale della CGIL. Nei documenti congressuali, nelle relazioni e nelle conclusioni dei direttivi, nelle piattaforme generali e nei volantini, la CGIL sottolinea infatti la necessità di un significativo recupero salariale, ben oltre la difesa del potere d’acquisto, in grado di redistribuire la ricchezza (ridurre la disuguaglianza) e anche con una funzione anti-ciclica di aumento della domanda aggregata (far ripartire i consumi e quindi contrastare la crisi produttiva). Dall’accordo di Palazzo Vidoni, dall’accordo quadro con Confindustria, emerge però una diversa realtà. Questi accordi delineano infatti degli aumenti salariali nazionali bloccati sull’inflazione (utilizzando tra l’altro l’IPCA, cioè il più sfavorevole degli indici inflattivi, in quanto prescinde dai costi energetici e quindi in genere è inferiore all’inflazione reale). Quindi unicamente dedicati a difendere (poco e male) il potere d’acquisto dei salari. Gli aumenti stipendiali reali si definiscano invece attraverso altri due strumenti: o tramite componenti non monetarie (welfare aziendale e contrattuale) o tramite il salario accessorio (in genere di secondo o terzo livello), che però si spinge ad esser il più possibile variabili e su parametri prestazionali individuali, di gruppo o di stabilimento (presenza, produttività, efficienza, ecc). Cioè, gli aumenti sono pensati per esser sostenuti dal bilancio pubblico (cioè pagati anche da altri, dalle risorse dello Stato, con la defiscalizzazione e la decontribuzione), flessibili (per rispondere alla crisi) e soprattutto strumento di divisione, controllo e comando sulla forza lavoro.
Le linee guida oggi delineate rientrano pienamente in questo impianto. Al di là delle proclamazioni di principio nel primo paragrafo della proposta (convergere progressivamente sui salari europei), gli aumenti (nel triennio del 4,1%) sono infatti esplicitamente riferiti all’IPCA e le risorse aggiuntive esplicitamente riferite alla professionalità (e quindi accessoria e variabile).

È invece necessario rompere questa gabbia. Far crescere nei posti di lavoro una spinta a conquistare aumenti salariali reali e significativi. Serve cioè stravolgere questa struttura salariale, che divide e coarta il lavoro sugli obbiettivi e le spinte padronali. Bisogna invece proporsi, e poi ottenere, aumenti per tutti/e, nella parte fissa del salario, in grado non solo di difendere il potere di acquisto reale (recuperare l’inflazione), ma di redistribuire la ricchezza collettivamente prodotta e che oggi si riversa tutta su rendita e capitale.

Per questo, abbiamo votato contro questo ordine del giorno e queste linee guida. Lo abbiamo fatto in pochi, tra lo stupore e la meraviglia dei più (a partire dalla presidenza). Anche se ovviamente non dei compagni e delle compagne della FLC, che ben conoscevano le nostre posizioni. Lo abbiamo fatto in pochi, tutti della FLC, ma non solo noi del secondo documento (segno che queste perplessità e contrarietà sono più ampie e diffuse) .
Cinque mani infatti si sono alzate contro. Qualche astenuto è seguito. Certo pochi. Ma da queste critiche e dalla spinta a rompere questa gabbia salariale possiamo e dobbiamo partire. Nelle assemblee nelle scuole, nelle università, nei centri di ricerca e negli afam. Come anche nel futuro confronto degli organismi dirigenti della FLC, sulla piattaforma, la mobilitazione e la futura trattativa. La strada infatti è lunga. Nella legge di bilancio 2019, appena votata dal Parlamento, è previsto poco o nulla per il rinnovo dei contratti pubblici (15 euro per quest’anno, una quarantina di euro nel triennio). Il percorso contrattuale reale sarà allora probabilmente, se non inevitabilmente, rimandato al prossimo autunno. In questa strada, facciamo allora crescere una spinta dal basso, nelle organizzazioni sindacali e nei posti di lavoro, per ripartire dal salario, riconquistare diritti ed una giusta retribuzione. Difendiamo certamente un sistema sociale nazionale ed universale, ma difendiamo con altrettanta determinazione e altrettanta forza gli interessi del lavoro.

Riconquistiamotutto/ilsindacatoaltracosa nella FLC

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