Una svolta neo-salarialista per la CGIL

Una riflessione di Luca Scacchi, Direttivo nazionale CGIL

In questi giorni il Sole 24 ore, il quotidiano di Confindustria, è tornato più volte a sottolineare la drammatica condizione salariale dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese qui.

Davide Mancino, proprio ieri, ha sottolineato come “i numeri dell’OCSE mostrano che esiste un’enorme differenza nelle retribuzioni italiane rispetto a quelle degli altri partner europei, e questo è uno dei tanti effetti di decenni di mancata crescita. All’inizio degli anni 2000, per esempio, i salari medi annuali in Italia erano praticamente identici a quelli spagnoli e francesi, ma già superati nettamente dai tedeschi. Da allora però essi sono praticamente rimasti dov’erano, con solo qualche miglioramento marginale, mentre tutti gli altri sono aumentati. La differenza con i lavoratori tedeschi, già non proprio piccola in partenza, è diventata enorme.”

Alberto Orioli, il 6 febbraio, ha anche lui sottolineato questo grande problema salariale, oramai “oggetto di ampia pubblicistica economica (Mazzucato, Crouch, Mayer, Blodget, Bregman solo per citarne alcuni)”.  Orioli poi, di fronte a questa nuova “questione salariale”, ha sostanzialmente salutato come ben venuta l’impronta neo-salarialista della nuova direzione della CGIL di Maurizio Landini. Cosa per molti versi incredibile a vedersi su un giornale “dei padroni”. Tale sorpresa, in ogni caso, è stata rapidamente ricondotta sui binari della razionalità e della ragionevolezza confindustriale. Orioli ha infatti subito indicato l’importanza del fatto che questa nuova impronta neo-salarialista di Landini e della CGIL si sia sviluppata sul terreno dell’allargamento del patto di fabbrica. Ha cioè subito sottolineato che qualunque “rappresentazione della guerra tra profitti e salari è ancora una volta caricaturale” e che quindi qualunque prospettiva di aumento salariale non possa che svilupparsi sul terreno di un nuovo patto dei produttori (del resto, in linea con quanto proposto ultimamente dal proprietario del Sole 24 ore, il Presidente di Confindustria Vicenzo Boccia). In questa visione, quindi, la nuova politica salariale si dovrebbe costruire su due pilastri. Da una parte consolidando “le forme alternative di remunerazione con la varia ed efficace gamma degli accordi di welfare aziendale” (cioè, in sostanza, le componenti non monetarie che si sono sviluppate in questi anni in quasi tutti i contratti nazionali e in molti di quelli aziendali, grazie soprattutto ad una politica di decontribuzione e defiscalizzazione da parte dei governi di centrodestra, centrosinistra e anche giallobruno). Dall’altra sviluppando ulteriormente la leva fiscale riducendo sostanzialmente il cosiddetto “cuneo”, cioè la differenza tra il costo complessivo della manodopera ed il salario netto di lavoratrici e lavoratori (a grandi linee, per una retribuzione media pari a 100 lo stipendio netto è intorno a 60 e il costo lordo per l’azienda intorno a 130, in quanto ci sono da considerare circa 24 punti di IRPEF, 33 di contributi previdenziali e 13 di componenti indirette come tredicesima e TFR).

In conclusione, allora, la grande svolta neo-salarialista delineata si riduce ad un aumento delle retribuzioni nette, per rilanciare consumi e domanda aggregata in una fase di crisi, non incidendo sui costi e sui profitti delle imprese (che sarebbe caricaturale ed antistorico, non c’è bisogno di dirlo), ma riducendo invece… il salario complessivo degli stessi lavoratori e delle stesse lavoratrici. Per aumentare gli stipendi netti, infatti, quello che si propone è di tagliare le sue componenti indirette (tredicesime e TFR, che non sono comprese nel welfare aziendale), i contributi previdenziali (nelle proposte sul taglio del cuneo fiscale, si parla di una riduzione di 4 punti percentuali, due a carico delle imprese e due a carico del lavoro) o le tasse (la cui diminuzione, non compensato da un aumento di quelle sulla rendita o sul capitale, è destinato inevitabilmente a produrre ulteriori tagli sul salario sociale, cioè sui servizi universali come sanità, scuola e trasporti). Davvero un modo brillante di risolvere la contraddizione capitale – lavoro: continuare a garantire i profitti sulle spalle di chi lavora. Brillante, non c’è bisogno di dirlo, per un quotidiano come il Sole 24 ore, sempre dalla parte dei padroni.

Il problema, in tutto questo, non è infatti la proposta del Sole, tutto sommato ovvia e razionale dal loro punto di vista (quello del capitale). Il problema, dal punto di vista del lavoro, è che in questa fase il profilo neo-salarialista di Landini proprio non si vede. La CGIL, infatti, dopo il suo XVIII congresso si sta proiettando solo in una dimensione politica generale: l’unità con CISL e UIL, la riapertura dei cantieri e le grandi opere come immediata riposta anticiclica rispetto alla recessione in corso, la richiesta di una diversa politica Europea (uscire sì dai parametri del fiscal compact, ma per rilanciare investimenti ed una nuova politica industriale). In tutto questo, a rimanere nell’ombra è propria un’offensiva sindacale sul fronte del salario e nei rapporti di produzione.

E’ così nel Pubblico impiego, dove a fronte di contratti scaduti oramai da un paio di mesi e senza che siano state messe risorse in legge di bilancio (e quindi con la certezza che non saranno rinnovati per tutto il 2019), non solo non è programmata ancora un ora di sciopero, ma neanche una reale mobilitazione (assemblee, cortei, stato di agitazione, ecc). Di più, se guardiamo al mondo della scuola e dell’istruzione (un milione e duecentomila lavoratori e lavoratrici, un terzo di tutto il pubblico impiego), le linee guida per il rinnovo contrattuale di CGIL CISL e UIL appena approvate prevedono aumenti salariali nel triennio del 4,1% (cioè, limitate esplicitamente a garantire la copertura dell’inflazione secondo l’indice IPCA), con risorse aggiuntive solo ed esclusivamente sulla valorizzazione delle professionalità (cioè differenziate tra lavoratori e lavoratrici, sulla base di indici individuali o collettivi). Dove sarebbe la grande offensiva salariale in queste richieste quantitative, ed in questa stessa struttura del salario, proprio mi sfugge.

E’ così nell’industria e nei servizi, dove si sta procedendo ai rinnovi (ultimo, quello della grande distribuzione) sotto il marchio e l’egida dell’ultimo accordo con Confindustria (il patto di fabbrica che richiamava lo stesso Orioli). Cioè nel quadro di una struttura salariale e contrattuale che prevede nei contratti nazionali aumenti limitati all’IPCA (all’inflazione depurata dai costi energetici, in un periodo di deflazione o bassa inflazione) nel TEM (il trattamento economico minimo), con l’aggiunta di parti non monetarie (il famoso welfare defiscalizzato di cui sopra) nel TEC (trattamento economico complessivo); mentre nei contratti di secondo livello gli aumenti devono esser sostanzialmente basati su indici prestazionali individuali e collettivi (presenza, produttività, ecc), quindi estremamente variabili ed incerti.

In tutto questo, quindi, a mancare sembra essere proprio una qualunque spinta neo-salarialista. Come detto, sia dal punto di vista quantitativo, sia da quello della stessa struttura del salario che viene delineata in accordi e contratti.

In realtà, non serve proprio nessun nuovo patto dei produttori, che aumenta gli stipendi netti abbattendo il salario globale di classe (riducendo contributi pensionistici, componenti stipendiali indirette o le entrate complessivo dello Stato, con conseguente riduzione dei servizi pubblici universali). Serve invece una ripresa di una conflittualità diffusa: in grado nei rapporti di lavoro, nella produzione, nei contratti, di riconquistare rapporti di forza diversi.

Perché gli spazi reali di aumento salariale non sono dati dagli spazi fiscali (come propone Orioli e come propone Confindustria), ma sono dati solo dalla riduzione dei profitti. Per questo, serve una vera svolta neo-salarialista della CGIL: serve ritornare a focalizzare l’azione del sindacato sugli interessi di lavoratori e lavoratrici, serve smettere di dialogare con il Palazzo e tornare nelle fabbriche, nelle aziende, negli uffici; serve recuperare l’autonomia del lavoro dall’impresa e dal capitale. Per questo abbiamo presentato un secondo documento nel congresso della CGIL. Per questo continuiamo ad impegnarci in CGIL e in tutti i luoghi di lavoro.

Luca Scacchi

 

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