Istruzione e ricerca: no a questa ipotesi di contratto!

Chiediamo subito un referendum! Respingiamolo negli organismi dirigenti e nella consultazione!

Il contratto collettivo della conoscenza (scuola, università, ricerca e Afam) è stato siglato, la notte tra l’8 e il 9 febbraio, dalle segreterie dei sindacati di categoria aderenti a Cgil Cisl e Uil. Ora dovrà esser valutato dai loro organismi dirigenti e soprattutto dai lavoratori e le lavoratrici del comparto.

Questa conclusione era invocata da più di un mese, dai giornali e non solo. Da quando cioè era stata firmato il primo rinnovo delle Funzioni centrali. Il governo e l’Aran (la sua agenzia di contrattazione) volevano infatti replicare sic et simpliciter quella pessima soluzione (che confermava la “Madia-Brunetta” e concedeva aumenti ridottissimi, ben sotto anche il solo recupero di quanto perso in questi anni). Il Partito Democratico ed i suoi alleati volevano provare a riconquistare la fiducia di un milione e duecentomila lavoratrici e lavoratori (quasi un milione solo nella scuola), con la prospettiva di qualche aumento prima del voto di marzo. I sindacati confederali hanno accettato questa impostazione, da una parte non convocando nessuna mobilitazione, dall’altra acconsentendo ai ritmi assurdi imposti dalla controparte. Una trattativa che quindi si è consumata, dopo un avvio stentato, praticamente nello spazio di un pomeriggio ed una notte senza nessun reale coinvolgimento della categoria.

In questo quadro, governo e firmatari stanno rivendicando, dopo 9 anni di vacanza contrattuale, aumenti medi di 85 euro e la sterilizzazione, per la scuola, della legge 107 (la cosiddetta “buonascuola”). Anche solo una prima lettura del testo rivela un quadro diverso (nei prossimi giorni cercheremo di dare una lettura più approfondita e di dettaglio dell’insieme del contratto).

In primo luogo nella parte salariale. Gli aumenti, come avevamo prospettato in queste condizioni, sono in realtà del 3,48%: non 85 euro medi per il comparto, ma bensì circa 75. Sono distribuiti proporzionalmente nei vari inquadramenti e livelli, senza nessuna riduzione della “forbice retributiva”, senza nessuno sforzo strutturale per valorizzare “prioritariamente i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica ed il blocco della retribuzione”. Larga parte dei lavoratori e delle lavoratrici (una parte consistente dei docenti, ma soprattutto il personale ATA della scuola e TAB dell’università) riceveranno quindi aumenti sul tabellare (per 13 mensilità e con TFR) solo tra i 45 ed i 60 euro lordi al mese (qui le tabelle).

Inoltre, per il personale di scuola e Afam (ma non per l’università, sottolineando le differenze tra le diverse sezioni), è stato ottenuto un ulteriore aumento “accessorio” (solo su 12 mensilità e senza TFR, qui le tabelle): 10/15 euro mensili lordi per la Retribuzione del Personale Docente e intorno ai 9€ per il Compenso Individuale Accessorio del personale ATA. A questo scopo vengono usate varie risorse, compreso una parte ridotta del “bonus” della Legge 107 (sui 200 milioni previsti, è destinato a questo scopo 70 milioni per il 2018, 50 milioni per il 2019 e solo 40 milioni a regime!).

Infine, per evitare che emerga l’evidente differenza con gli 85 euro “promessi” (dall’accordo del 30 novembre e la propaganda di questi mesi), è stato utilizzato un artificio contabile (la cosiddetta “perequazione”, qui le tabelle): gli aumenti partono solo dal primo marzo (invece che dall’inizio del 2018) e con i soldi di gennaio e febbraio si aggiunge ad alcuni un compenso temporaneo (anche questo senza TFR), per far arrivare tutti/e più o meno sugli 80 euro. Un compenso che però svanirà come neve al sole il 31 dicembre 2018 (le risorse utilizzate, infatti, venendo da quel risparmio sui primi mesi del 2018, esistono solo sino alla fine dell’anno).

Ad esempio, l’aumento a regime di un collaboratore scolastico di circa 51€ lordi al mese (43€ sul tabellare e 8,40€ sul compenso individuale accessorio) sarà portato a circa 80€ fino a dicembre, con una “perequazione” di 29€. Quello di un docente neoassunto della primaria di 66,50€ (56€ sul tabellare e 10,50€ sulla retribuzione professionale docenti) a 85,50€, con una “perequazione” di 19€. Quello di un docente neoassunto della secondaria di 70,50€ (60€ sul tabellare e 10,50€ sulla retribuzione professionale docenti) a 85,50€, con una “perequazione” di 15€. Quello di un C1 in un Ateneo di 62€ (senza nessuna indennità aggiuntiva) a 82€, con una “perequazione” di 20€. Dal primo gennaio 2019 tuttavia, salve un improbabile intervento legislativo che stanzi risorse aggiuntive nella prossima legge di bilancio (che dovrebbero poi esser immediatamente contrattualizzate solo per gli stipendi più bassi!), gli aumenti torneranno ad essere quelli di partenza: 51€ per un collaboratore, 66,50€ per un docente della primaria, 70,50€ per uno della secondaria e 62€ per un C1 di un Ateneo.

Se si considera che la perdita di salario, nei nove anni di vacanza contrattuale, può esser calcolata mediamente in oltre 300 euro mensili, con questo contratto si ottengono quindi strutturalmente solo 75 euro di aumenti medi (a cui si aggiunge il consolidamento dell’indennità di vacanza contrattuale, circa 150 euro annui), sancendo nei fatti una diminuzione dei salari di ben più di 200€ al mese.

Per la parte salariale, però, non finiscono qui i problemi.

Nella scuola, infatti, viene istituito un Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, che riunisce vari elementi del FIS, il “fondino” di valorizzazione dei docenti da 30 milioni di euro previsto dalla legge di bilancio 2018 e soprattutto larga parte dei fondi del bonus della Legge 107 (a regime, ben 160 sui 200 milioni di euro previsti). Questi soldi saranno distribuiti anche per premiare il lavoro docente (nella quantità prevista dalla “buonascuola”), esplicitamente secondo le finalità dei commi 127 e 128 dell’articolo 1 della Legge 107 (cioè quelli che prevedono di “valorizzare il merito del personale docente”, “dal dirigente scolastico con motivata valutazione” e “sulla base dei criteri individuati dal Comitato di valutazione”). Certo, si prevede la contrattazione dei “criteri generali” per la sua distribuzione a livello di istituzione scolastica. Però, appunto, solo dei “criteri generali”, senza intaccare l’impianto stabilito proprio dai quei commi della 107, esplicitamente richiamati. Si è passati dalla rivendicazione dell’abrogazione del bonus al suo inserimento, anche formale, nel corpo del contratto.

Per le università, invece, vengono previste due cose. Da una parte, una parte limitata del personale (gli “eccellenti”?) dovrà ricevere dei premi maggiorati (con una maggiorazione che non deve esser inferiore al 30% dei premi attribuiti al personale valutato positivamente). Dall’altra è stata prevista la possibilità di conquistare le PEO (progressioni economiche di carriera) in forma generalizzata, come adesso, senza limitarle solo ad una parte selezionata del personale (e prevedendo anche una progressione in più per ogni livello): questa possibilità, però, sarà limitata (come adesso) dalle risorse a disposizione nei bilanci degli Atenei (e quindi si concretizzeranno soprattutto, se non solamente, nelle università “virtuose”, cioè quelle più ricche che potranno godere anche come delle flessibilità in merito previste dalla Legge di Bilancio 2018). Quindi le possibilità di aumento del salario accessorio non saranno per tutti: non in tutti gli Atenei PEO generalizzate, solo per pochi i “superpremi”.

Per gli Enti di ricerca, la possibilità delle progressioni di carriera è stata di fatto rimandata ad un comitato paritetico, che in una sequenza contrattuale proverà a modificare gli inquadramenti e i loro attuali vincoli.

Infine, con il contratto si ribadisce la marginalizzazione delle progressioni stipendiali automatiche. Nella scuola la Flc-Cgil si allinea a Cisl e Uil nel riconoscere lo scippo del primo gradone, che non era stato accettato nel 2008 e che invece oggi viene siglato (per cui i neoassunti dovranno aspettare ben nove anni prima di percepire il primo scatto di anzianità). Nelle università il personale contrattualizzato continua a non avere nessun meccanismo certo ed esigibile per le progressioni stipendiali (anzianità).

In conclusione, questo rinnovo  sembra quasi tracciare una nuova struttura del salario nei settori dell’istruzione, che ingloba alcuni principi competitivi della Buonascuola, della Gelmini e della Brunetta. Nella scuola, viene sottolineato il diverso status di dirigenti, docenti e personale ATA, anche nella diversa composizione degli aumenti: i DS conquistano con la Legge di Bilancio 2018 aumenti significativi sul tabellare (oltre il 10% nel complesso, circa 400 euro netti mensili, con un pieno recupero del potere d’acquisto perso); gli insegnanti vedono una parte del loro stipendio collegarsi al merito (fondo di valorizzazione e bonus della 107 nel Ccnl); il personale ATA ha solo gli aumenti tabellari e l’indennità, intorno ai 50/60 euro lordi mensili. Nelle università, invece, si prevedono aumenti, oltre a quelli minimi, sull’accessorio (quasi sempre variabile e quindi senza tredicesima e TFR), con le differenze determinate dai meccanismi di finanziamento degli Atenei e dai principi della Madia-Brunetta. Si profila cioè una composizione degli aumenti salariali (e quindi in prospettiva dei salari) che, lungi dal mantenere l’unità del mondo del lavoro e tantomeno proporsi una progressiva riduzione delle disuguaglianze, rischia di determinare progressive divergenze nella categoria, se non vere e proprie fratture.

A fronte di una parte salariale così modesta, e di una differenziazione degli aumenti così pericolosa, ci si sarebbe aspettati una parte normativa avanzata, che recepisse le rivendicazioni dei movimenti degli insegnanti degli ultimi anni contro la “buona scuola” di Renzi e contro le riforme della PA di Brunetta e Madia. Niente di tutto questo. Dal punto di vista normativo, se i sindacati (firmatari) riconquistano un ruolo nella contrattazione su vari aspetti, i provvedimenti tanto contestati della legge 107 vengono confermati e ricondotti nel CCNL (a partire, come detto, dal bonus per il merito dei docenti, che viene inglobato nella contrattazione senza stravolgerne i principi). La questione delle sanzioni disciplinari per i lavoratori della scuola viene rinviata ad una ulteriore sequenza contrattuale che dovrà concludersi entro luglio 2018. E’ previsto un peggioramento sulla mobilità del personale della scuola, che dopo aver vista soddisfatta una richiesta di mobilità, sarà soggetto ad un vincolo triennale di permanenza nella scuola assegnata. Un peggioramento ulteriore, quindi, delle condizioni di lavoro nella scuola. Inoltre, anche se in alcuni aspetti viene salvaguardato o riconquistato uno spazio di contrattazione, in altri viene tracciata una sostanziale compressione del ruolo delle RSU, con l’istituzione di una nuova modalità di relazione sindacale (il “confronto”: un’imitazione di trattativa, che non produce nessun impegno vincolante), a cui vengono demandati elementi centrali dell’organizzazione e dell’orario di lavoro.

In conclusione, il rinnovo del CCNL, che poteva essere una occasione di riscatto delle lavoratrici e dei lavoratori dell’istruzione e della ricerca, rischia di trasformarsi in un’ulteriore umiliazione. Riteniamo quindi importante mobilitarsi da subito contro questa ipotesi. In questo quadro, il prossimo 23 febbraio è stato indetto dai sindacati di base uno sciopero della scuola. Ci auguriamo che possa diventare, grazie ad un’ampia partecipazione a prescindere dalle appartenenze sindacali, un momento di lotta di tutta la categoria. In grado di far crescere la mobilitazione contro la buonascuola, la sua applicazione ed i suoi principi. E quindi anche contro questo impianto. Solo il protagonismo dal basso delle lavoratrici e dei lavoratori può infatti fermare questo ulteriore attacco ai nostri diritti e ai nostri salari.

Per questo chiederemo la consultazione di lavoratrici e lavoratori, con un referendum a voto segreto in cui tutti/e possano esprimere la loro valutazione sull’accordo raggiunto. Ed in questa consultazione, ci batteremo per sostenere e far votare NO a questa ipotesi di rinnovo contrattuale.

 Sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil nella FLC

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