Amazon: uso capitalistico dell’automazione!

Riprendere un punto di vista autonomo del lavoro, riprendere il conflitto nella contrattazione!

Ricostruire un punto di vista autonomo del lavoro, riprendere il conflitto nella contrattazione!

Ha destato attenzione la possibile futura introduzione anche in Italia del “braccialetto” brevettato nel 2016 da Amazon per evitare che “i lavoratori perdano tempo” (cit. di non meglio precisati ingegneri di Amazon, su repubblica.it). Si tratta di uno scanner messo al polso dell’operatore, con una nuova funzione che attraverso stimoli fisici lo guida nella direzione giusta, vibrando in caso il lavoratore non si stia dirigendo verso la scaffalatura corretta. I problemi che questa notizia evidenzia sono molti, alcuni ovvi.

Soprattutto solleva un tema di salute e sicurezza sul lavoro. Esistono studi che indagano gli effetti di otto ore passate con un aggeggio che vibra in maniera intermittente al braccio, ripetute negli anni? Sono effetti solo fisici o anche psicologici? Inoltre Amazon si è preoccupata di indagare gli effetti, per esempio, del “passo Amazon” (il ritmo ideale che l’operatore deve mantenere scarpinando tra le merci)? E il passo Amazon, il braccialetto Amazon, la pausa Amazon, il precariato Amazon messi insieme cosa determinano, che lavoratore costruiscono?
Ai sensi della legge 81, ogni azienda deve compilare il Documento di Valutazione dei Rischi; perché l’ASL non fa un’ispezione in Amazon per verificare che le attività descritte nel DVR siano effettivamente corrispondenti al vero?

Altri temi sono meno ovvi. Per esempio l’insopportabile ipocrisia della politica, di tutti i colori del Parlamento uscente. La comunicazione drogata dalla montante campagna elettorale permette a Giorgia Meloni, leghisti, grillini e altri che con la difesa dei lavoratori non hanno nulla a che vedere, di ergersi a paladini della classe operaia. In confronto a loro fa quasi più tenerezza che rabbia leggere che il ministro Poletti, uno dei colpevoli dell’attentato all’art.4 dello Statuto dei Lavoratori (che normava il controllo a distanza), ricordi che il Jobs Act non ha liberalizzato il Grande Fratello. Purtroppo il “papà del Jobs Act” ha ragione e torto allo stesso tempo.

Vediamo perché. E’ vero che anche dopo il Jobs Act il datore di lavoro ha bisogno di un accordo sindacale (o di un via libera del ministero) per introdurre mezzi di controllo a distanza. Il comma 1 dell’art 23 del dlgs. 151/2015, che attua il Jobs Act, dice: «gli strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati (…) previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria [o] autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro». Sembrerebbe proprio il caso dei braccialetti di Amazon, e quindi Poletti avrebbe ragione. Ma il successivo comma 2 precisa: «La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa (…)». E’ ovvio che Amazon avrebbe gioco facile a dimostrare al Ministero che il braccialetti sono indispensabili per rendere la prestazione lavorativa, poiché senza braccialetto il lavoratore non può gestire l’ordine.

Il trucco di Amazon e delle altre imprese è di subordinare il controllo a distanza a un’altra funzione primaria, necessaria allo svolgimento del lavoro, in modo da far sembrare il controllo a distanza una specie di effetto collaterale non eliminabile e quindi rientrare nella fattispecie del comma 2. Per questo Poletti ha torto – e lo sa benissimo. Il primo comma della sua legge è poco più di un diversivo; in tempi di rivoluzione digitale, in cui ogni software necessario al lavoro può fornire report individuali in tempo reale sull’attività del lavoratore: è infatti il secondo comma che fa esplodere la disciplina del controllo a distanza. Ci chiediamo se Titti Di Salvo (ex CGIL, ora PD) ne sia consapevole quando twitta: «il braccialetto elettronico proprio no, non si può fare. Leggi e contratti tutelano la libertà e la dignità dei lavoratori».

Ma ancora di più ci chiediamo se la CGIL abbia finalmente capito la dimensione del problema, dopo anni in cui lo denunciamo in tutte le categorie e dopo che lo abbiamo pure sottolineato nel nostro contributo per la Conferenza di programma sulla digitalizzazione, appena chiusasi a Milano. Per lungo tempo questi problemi sono stati visti, anche da alcuni delegati da troppo tempo lontani dal lavoro, sostanzialmente solo come un problema di “privacy” (mi controllano anche quando vado in bagno), come se dal controllo a distanza non derivasse soprattutto un continuo monitoraggio sulla prestazione lavorativa e sui suoi ritmi, che con le nuove tecnologie può esser appunto seguita e, molto più importante, indirizzata a distanza. Il problema, cioè, rischia di esser non solo quello di esser sempre sotto osservazione, ma soprattutto quello di incrementare lo sfruttamento del lavoro (in particolare in un tempo di crisi, in cui è fondamentale conquistare ogni possibile nuovo margine di profitto). Quindi rischiando di cambiare completamente il tempo di lavoro e la sua remunerazione (cioè il cuore dell’azione sindacale), da una parte pretendendo condizioni o prestazioni psicofisiche inaccettabili, dall’altra introducendo nuove misurazioni della produttività individuali, di squadra e di stabilimento, che potranno esser facilmente trasformati in salari o licenziamenti. Salutiamo quindi le dichiarazioni di Susanna Camusso («ne penso tutto il male possibile») e Annamaria Furlan («Amazon deve aprire un confronto con i sindacati»): peccato che la CISL non ne abbia aperto uno con il governo ai tempi del Jobs Act, che ha accolto quasi con entusiasmo e che la CGIL abbia deciso di arrivare allo sciopero solo a provvedimento approvato, per poi farlo evaporare nel nulla. Per quanto riguarda Carmelo Barbagallo, come sempre, non è chiaro se non ci abbia capito molto o se lo finga soltanto («Essersi divisi tra pro global e no global [?!] senza pensare alla regolazione, oggi permette alle multinazionali di fare il bello e il cattivo tempo dappertutto nel mondo» – Carmelo! Guarda che il governo Renzi ci ha già pensato a regolamentare la questione! Per questo Amazon investe in Italia!).

Dunque è tutto perduto? No. Il conflitto è sempre in grado di mettere un limite al dominio del padrone. Certo, contro le leggi è oggi più difficile lottare. Per questo fanno un po’ rabbia le lacrime di coccodrillo delle direzioni dei sindacati, che non avevano compreso e lottato come necessario contro il Jobs Act. Visto l’insuccesso dell’iniziativa della Carta dei Diritti e il disprezzo con cui il “centrosinistra” ha neutralizzato il referendum sui voucher, è difficile pensare di far valere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici al tavolo di industria 4.0, nei rapporti con i Palazzi della politica o per una via legislativa autonomamente promossa dai sindacati. Possiamo però provare a fermare il dilagare di questi strumenti, imponendo limiti e divieti nel loro utilizzo concreto, lottando per definire il salario su altri parametri più certi, più stabili e più collettivi.

Per questo non dobbiamo lasciare i lavoratori di Amazon e delle altre imprese da soli, a firmare accordi-liberatoria sotto ricatto occupazionale. Ma possiamo mettere un freno alla distruzione della dignità del lavoratore, a partire dai rinnovi contrattuali. Per farlo però, serve in primo luogo aver chiaro l’autonomia degli interessi del lavoro, in primo luogo da quelli della stessa impresa. Servirà allora una contrattazione indipendente da ipotetici intenti comuni tra sindacati e datori di lavoro, dall’obiettivo di una gestione condivisa della competizione e della conquista di nuovi margini di profitto per le nostre imprese. La stagione dei rinnovi contrattuali in corso (2015/2018), quindi, è stata da questo punto di vista una stagione sprecata. Peggio: è stata una stagione in cui si sono pienamente assunti, da parte sindacale, gli obbiettivi del padronato nei contratti di secondo livello (produttività, competitività, efficienza, innovazione), costruendo quel terreno nell’organizzazione del lavoro e nella composizione dei premi di produttività che più facilita lo sfondamento del controllo a distanza della prestazione lavorativa.

Se le dichiarazioni di questi giorni su Amazon delle direzioni sindacali non sono solo parole, allora, sarà in primo luogo necessario invertire la rotta nella linea contrattuale, a partire dal famoso confronto con Confindustria sul nuovo accordo quadro per la contrattazione nel privato, di cui tutti parlano meno che il Direttivo nazionale Cgil. La possibilità oggi di limitare e fermare questo incipiente sfondamento, infatti, è nella ripresa della capacità sindacale di leggere quello che concretamente sta avvenendo nelle fabbriche e negli uffici, di dare voce e ascolto ai lavoratori ed alle lavoratrici, dandogli un ruolo attivo nella denuncia delle conseguenze che la digitalizzazione sta portando nel loro lavoro e nella costruzione della necessaria resistenza. E’ necessaria cioè una svolta, come quella che reclamiamo da tempo, in grado di innescare e sostenere una conflittualità diffusa, per costruire nuovi rapporti di forza contro la prepotenza del capitale.

Sindacatoaltrocosa-OpposizioneCgil

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