Ci aspetta un lungo autunno. Ultima possibilità di fermare la legge Fornero!

Relazione introduttiva di Eliana Como al coordinamento nazionale, Treviglio 2 settembre 2017

Introduzione di Eliana Como al coordinamento nazionale, 2 settembre, Treviglio.

1. Repressione e intolleranza. C’è un brutto clima nel paese.

Abbiamo già denunciato già mesi fa i decreti Minniti-Orlando e la consegna di poteri illimitati ai sindaci e alle questure. Decreti approvati dal Governo con una urgenza immotivata, con l’unico effetto di ridurre gravemente la garanzia della democrazia e delle libertà civili. Che si fosse di fronte a una torsione autoritaria pesante nella gestione dell’ordine pubblico, era già chiaro ai tempi della manifestazione contro i trattati europei, al G7 di Taormina, il 1° maggio a Torino e per i vari sgomberi nelle principali città italiane. Ultimi in ordine di tempo, quelli di Bologna e Roma.

Altrettanto preoccupante è il clima di odio e intolleranza che sta montando nel paese. Dopo quasi 10 anni di crisi, sono sempre più evidenti gli effetti di una cultura che alimenta la guerra tra poveri, anche nel senso comune. È troppo diffusa l’idea che l’emergenza siano migranti e che i problemi del paese si debbano affrontare non in termini di giustizia sociale ma di ordine pubblico. Di fronte a questo, ci sono anche risposte molto positive e incoraggianti (come per esempio, la manifestazione antirazzista di sabato scorso a Roma), ma non bastano a evitare il problema.
Nel solo mese di agosto si sono ripetuti episodi di intolleranza inaccettabili, quasi irripetibili, che troppo spesso, però, fanno presa sul senso comune, anche nei posti di lavoro. Solo per citarne alcuni: 4 agosto, a Cervia, a un cameriere viene detto “sei nero, non ti possiamo assumere”; 5 agosto, a Torino, a una commessa “non la voglio, sta insieme a un ragazzo africano”; 6 agosto, a Latina, cacciate da un ristorante “voi trans non vi vogliamo”; 9 agosto, a Gallipoli, in spiaggia, “non vogliamo vedere effusioni gay”; 11 agosto, a Roma, sul muro di una scuola di ballo a Centocelle, “Froci via da qui”; 17 agosto, a Rimini, a una donna nigeriana rapinata sull’autobus “ti faccio abortire negra di merda”.
L’elenco, nel solo mese di agosto, purtroppo, è molto più lungo.

Questo clima ci riguarda. E riguarda, purtroppo i posti di lavoro. Dobbiamo dire con chiarezza che l’emergenza del paese è la giustizia sociale. Non l’ordine pubblico. Il problema sono i salari, la precarietà, le crisi aziendali, la corruzione. Il problema sono gli incidenti mortali sul lavoro che aumentano, come ha dichiarato l’INAIL pochi giorni fa. Il problema sono le politiche europee, le banche, i capitali. Non gli uomini, le donne e i bambini migranti. E se c’è una emergenza democratica nel paese, Minniti ne è esattamente la causa!

Ha ragione chi ha scritto in questi giorni che esistono solo due razze: gli sfruttati e gli sfruttatori. Da questo punto di vista è esemplare anche la vicenda Fincantieri sulle acquisizioni industriali in Francia, con lo scontro tra il governo francese e italiano e le relative reazioni delle forze sindacali e politiche, perlopiù intrise di un disastroso nazionalismo (compreso il comunicato della Fiom, tutto basato sulle grandi professionalità e i sacrifici degli operai italiani!). La verità è che gli operai dei cantieri francesi e italiani vivono lo stesso sfruttamento e hanno entrambi tutto da temere dalle future riorganizzazioni societarie e produttive che padroni e governi – italiani e francesi – hanno da sempre fatto sulle loro teste.

Di fronte a questo clima di odio e intolleranza, la Cgil deve rappresentare un argine, ma come per tutto il resto, non bastano le parole e i comunicati di indignazione. Servono i fatti. Il miglior antidoto alla guerra tra poveri è la guerra contro i ricchi, a cominciare da questo autunno.

2. Ci aspetta un lungo autunno. Primo impegno: la mobilitazione sulle pensioni

L’autunno che verrà sarà lungo e faticoso. Le questioni in ballo sono tante e tutte importanti:
– l’attacco al diritto di sciopero e la pretesa di limitarlo alle organizzazioni più rappresentative;
– la vertenza per il rinnovo del contratto dei settori pubblici, con il rischio che salti persino la pre-intesa di novembre e l’aumento salariale (fermo da ben 8 anni) sia assorbito dagli 80 euro di Renzi. Con la legge Madia approvata nei mesi scorsi, che ha peggiorato persino il Testo Unico e la legge Brunetta, rafforzato il potere discrezionale delle amministrazioni, confermato la distribuzione differenziale del salario accessorio legata alla valutazione e persino introdotto il licenziamento per scarso rendimento;
– l’alternanza scuola-lavoro e il precipitare degli effetti della Buona scuola, che ha limitato pesantemente la libertà d’insegnamento, consegnando ai dirigenti scolastici poteri arbitrari di decidere chi sono gli insegnanti meritevoli di percepire i bonus e di selezionare gli insegnanti nella propria scuola con la chiamata diretta;
– le tante crisi aziendali aperte e la totale inadeguatezza degli ammortizzatori sociali, tagliati dalla legge Fornero;
– la discussione sul sistema contrattuale, nella quale Confindustria sta chiedendo il modello dei metalmeccanici, con il salario legato all’inflazione IPCA ex post, sanità integrativa e welfare contrattuale;
– l’annuncio di un’altra Legge di Stabilità con risorse poche e mal distribuite: nuovi sgravi contributivi fino a 3 anni per le aziende che assumono giovani, da un lato (cioè ancora regali alle imprese e tagli dei contributi); aumento automatico dell’età pensionabile per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita già previsto dalla Fornero, dall’altro.

Il tema delle pensioni è centrale. Il Governo ha già detto che non si trovano le risorse per bloccare il meccanismo automatico della Fornero, quello che farà aumentare ancora l’età pensionabile di almeno altri 4 mesi. Il punto è l’aspettativa di vita che, dopo la flessione del 2015, ha ricominciato a salire. Secondo questo sistema, le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti raggiungerebbero i 66 anni e 11 mesi o addirittura i 67 pieni. Quelle di anzianità arriverebbero a 43 anni e 2-3 mesi, dagli attuali 42 e 10 (stesso scatto ma 1 anno in meno per le lavoratrici).
Cosa accadrà esattamente sarà confermato soltanto a fine dell’anno, quando saranno noti i dati definitivi dell’Istat. Ma il punto è già chiaro oggi. Questo sistema è già oggi profondamente ingiusto. E’ impensabile che possa reggere: i lavoratori e le lavoratrici sono espulsi dai processi produttivi ben prima dei 67 anni! Deve essere fuori discussione un ulteriore inasprimento.
Il tema, però, non è se l’adeguamento alla speranza di vita scatterà nel 2018 o nel 2019, come chiede Cesare Damiano. Anche una sua sospensione, non cambierebbe il quadro. Né tanto meno le solite promesse mal mantenute sui lavori usuranti; né i meccanismi ulteriormente discriminanti per le donne (si parla di un bonus contributivo di 2-3 anni per l’accesso delle donne all’APE social, a fronte di un’altrettanto probabile chiusura del meccanismo di “opzione donna”, quello con il quale le donne possono uscire prima dal mercato del lavoro, ma con una riduzione media degli importi del 25-35%). Ancora meno servono altre agevolazioni per le pensioni integrative. Anzi, una misura simile aggraverebbe il problema e lo smantellamento del sistema previdenziale pubblico.
Ancora più sbagliati i nuovi incentivi promessi alle aziende che assumeranno. Sarebbe solo un altro regalo alle imprese! L’incentivo più efficace per aumentare l’occupazione dei giovani non è far risparmiare le aziende, tagliando ancora i contributi (sempre a danno del sistema previdenziale e delle future pensioni), ma mandare finalmente in pensione gli anziani. Bisogna redistribuire il lavoro! Su questo vanno trovate le risorse. Non per altri soldi a pioggia alle imprese. Tanto più dopo i miliardi di euro stanziati per le banche nei mesi scorsi.
Sull’età pensionabile, è semplicemente inaccettabile ogni ulteriore discussione su un tavolo del Governo, che non abbia la sua riduzione come obiettivo. Per questo serve una larga mobilitazione nel paese. Tanto più dopo le minacce sul diritto di sciopero lanciate prima dell’estate.

3. Sciopero generale e conflittualità nei posti di lavoro

La Cgil è già in vistoso ritardo e il dubbio che assista di nuovo immobile (o con qualche altra raccolta di firme, sic!) a quanto accadrà è più che legittimo. Se la Cgil è giustamente contraria ai provvedimenti che si stanno discutendo, si mobiliti subito. Essere contrari, ma non mobilitarsi con iniziative di lotta e sciopero è inutile! Dobbiamo chiedere in tutte le sedi e in tutte le iniziative che la Cgil si impegni in una campagna di mobilitazione fino allo sciopero generale.
Varie sigle del sindacalismo di base, tra cui Cub, Sgb e Sicobas hanno indetto prima dell’estate lo sciopero per il 27 ottobre. Come abbiamo sempre fatto, sosterremo tutte le iniziative di lotta, tanto più se si determinassero percorsi di mobilitazione unitari nell’area dei sindacati di base. Consapevoli, però, del quadro di frammentazione attuale e del rischio che, come gli scorsi anni e anche recentemente nei trasporti, si moltiplichino le date di sciopero delle varie sigle, senza un programma unitario di lotta.
In questo quadro, è importante lavorare affinché la spinta arrivi dal basso, con mobilitazioni, iniziative e scioperi nei posti di lavoro, tanto sulle pensioni e sul diritto di sciopero, quanto sulla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici del settore pubblico. Solo una conflittualità diffusa, nei posti di lavoro, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università può determinare un cambio di passo e una spinta a muoversi della Cgil e a non frammentarsi dei sindacati di base.

4. Nel 2018, ci aspetta il Congresso della Cgil
Questi temi, pensioni, diritto di sciopero, sistema contrattuale, sono anche quelli su cui imposteremo la campagna congressuale e il nostro documento alternativo.
Il Congresso sarà dopo le prossime elezioni politiche. Il tempo che abbiamo in più dobbiamo usarlo per far vivere le nostre proposte nei prossimi mesi, prima tra tutte la mobilitazione sulle pensioni in autunno e, al tempo stesso, per consolidare (dove è possibile) e per ricostruire (dove è necessario) la nostra rete e soprattutto motivare i nostri compagne e le nostre compagne.
Abbiamo perso in questi mesi compagni che hanno deciso di andare in Usb, come alcuni del gruppo di Trieste. Altri, però, ne abbiamo accolti in questi mesi e, soprattutto, ne accoglieremo, quando partirà la campagna congressuale, perché tanti e tante militanti della Cgil non condividono la linea politica della maggioranza.
Il nostro obiettivo resta la costruzione dei rapporti di forza reali. È un tema più difficile che cavalcare la rete in cerca di “mi piace”, ma francamente anche molto più appassionante.
Il Congresso per noi è sempre stato una straordinaria occasione per parlare a una platea di lavoratori e lavoratrici a cui nessun sindacato di base arriva. Per questo dobbiamo pensarlo come un momento importante e anche entusiasmante della nostra attività.
Non è in discussione, la possibilità di fare il Congresso su documenti alternativi. Chiederemo il rispetto delle regole nello svolgimento delle assemblee e delle operazioni di voto, ben sapendo come funziona la nostra organizzazione e cosa succede durante i congressi. Dobbiamo cercare di arrivare il più organizzati possibile a questo appuntamento, sapendo che nessuno ci regalerà niente. Anzi! Il tema di come siamo organizzati sui territori è fondamentale. Usiamo questi mesi per strutturarci meglio che possiamo nelle categorie e nei territori. I voti si raccolgono (e si controllano) uno per uno. Con tutte le difficoltà che abbiamo visto nei congressi scorsi, a partire dalla poca trasparenza di votazioni fatte con seggi aperti per giorni interi e dal fatto che avremo contro tutto l’apparato e la burocrazia della Cgil.

5. Dopo Taormina, proseguono le mobilitazioni contro il G7: Torino, Bergamo, Milano
Prosegue il tour italiano del G7, iniziato a Taormina in primavera. Dal 26 settembre all’1 ottobre a Venaria a Torino si discuterà di scienza, industria e lavoro. A Bergamo il 14 e 15 ottobre ci sarà il G7 sull’agricoltura. Poi ancora a Milano il 5 e 6 novembre quello sulla salute.
In queste occasioni, i rappresentanti di Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito si riuniranno per discutere i problemi del mondo. Loro che sono esattamente la causa dei problemi, con le loro politiche di austerità, sfruttamento e rapina, a danno del lavoro, della salute e dell’ambiente.
È immaginabile in tutte e tre le occasioni, in particolare a Torino, lo stesso codazzo di ministri di Taormina e soprattutto lo stesso apparato repressivo.
Come abbiamo fatto a Taormina, sosteniamo e partecipiamo come area ai percorsi e alle iniziative di mobilitazione contro il G7. A Bergamo siamo già parte da mesi del percorso di contro-vertice (comunicato). A Torino, parteciperemo alla prossima assemblea del 10 settembre, dove si decideranno le iniziative di mobilitazione.

6. Lombardia e Veneto: l’imbroglio dei referendum
Il prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto i cittadini saranno chiamati dai presidenti delle due giunte di centrodestra di Maroni e Zaia, ad andare a votare i referendum consultivi sull’autonomia. I referendum sono sostenuti da tutto il centro-destra, con il l’appoggio decisivo del M5S e di tanti amministratori locali del PD schierati per il SI’. La consultazione non sarà vincolante dal punto di vista istituzionale, ma l’impatto politico che può avere rischia di essere determinante e anche di avviare pericolosi meccanismi di ulteriore divisione sociale, tanto più se dovesse esserci una larga partecipazione al voto e un forte sostegno popolare.
Questi due referendum non hanno niente a che fare con le istanze di trasformazione sociale ai cui a sono legati altri movimenti indipendentisti. Maggiore autonomia di Veneto e Lombardia non metteranno in discussione le politiche liberiste né produrranno maggiore giustizia sociale in quelle regioni, né tanto meno alcun cambiamento dei rapporti sociali. Ma anzi, maggiore consenso alle forze reazionarie e xenofobe che lì governano, maggiore intolleranza verso le altre regioni e maggiore ingiustizia sociale, contribuendo a smantellare il carattere solidaristico dello stato sociale, già gravemente compromesso dall’austerità e dai tagli. A danno, prima di tutto, delle regioni del Sud.
Vanno denunciati i rischi di questi referendum e descritti per quello che sono, cioè un grande e pericoloso imbroglio. Soprattutto bisogna chiedere che posizione ha la CGIL, già a partire dalla AG che si terrà il 14 e 15 settembre a Lecce. Per quanto mi riguarda, da residente a Bergamo, dico subito che io non andrò a votare, per non legittimare una operazione politica che aumenterebbe le disuguaglianze invece di ridurle e che utilizzerà enormi risorse pubbliche per costruire consenso politico intorno a quelle forze politiche di reazionarie e di destra che governano le due regioni.

Eliana Como, Treviglio, 2 settembre 2017

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