Coordinamento nazionale. La relazione introduttiva

di Eliana Como. Il bilancio di questi mesi e la prospettiva per i prossimi

Leggi anche l’ordine del giorno approvato.

È passato qualche mese da quando ci siamo visti l’ultima volta con tutto il coordinamento nazionale. Era il 7 ottobre, quando abbiamo chiuso la discussione sulla ridefinizione dei nostri organismi. Ora che siamo a ridosso del Congresso, abbiamo due temi da affrontare.
Il primo è il bilancio di cosa abbiamo fatto in questi mesi e come abbiamo praticato l’opposizione. Tema che ovviamente si incrocia con quello che è accaduto da questo autunno in poi.
Il secondo è come ci prepariamo al Congresso, sia rispetto alla linea contrattuale e sindacale che proponiamo e che di fatto sarà il cuore della nostra posizione al congresso (linea che approfondiremo nel seminario a Rimini il 19 e 20 maggio), sia rispetto ai problemi organizzativi e di funzionamento dell’area nei territori, tanto più urgenti quanto più si avvicina l’appuntamento congressuale, al quale ci presenteremo – lo ribadiamo anche oggi –  con la ferma intenzione di presentare un documento alternativo.

Primo punto. Il bilancio di questi mesi: difendere e praticare lo spazio di opposizione.

In questi ultimi mesi, dall’autunno in poi, abbiamo attraversato una fase di grandi contraddizioni, che ha visto intrecciarsi al tempo stesso vittorie e sconfitte, avanzamenti e arretramenti, prospettive di lotta insieme a delusioni e episodi di repressione.
È stato così, per esempio, sul referendum del 4 dicembre. L’adesione della CGIL alle ragioni del NO, da una parte; lo scarso impegno che ha messo in campo, dall’altra. Poi la schiacciante vittoria del NO e la caduta del governo Renzi, cui però ha immediatamente fatto riscontro il governo Gentiloni, fotocopia sbiadita del primo. Lo avevamo detto, certo: in assenza di una grande mobilitazione nel paese, non poteva cambiare niente, neanche se avesse vinto il NO, come appunto è stato.

Così è stato anche con la grande è bella mobilitazione di Almaviva. Da un lato, lavoratrici e lavoratori che dicono di NO ai ricatti e con coraggio sfidano l’azienda, il Ministero, il sindacato e l’opinione pubblica. D’altro, l’esito amaro di una vertenza che, nonostante la resistenza, si chiude con 1.666 licenziamenti.

Altrettanto si può dire per la vicenda dei metalmeccanici. Da un lato, la deprimente resa del gruppo dirigente della FIOM che lascia in eredità un pessimo contratto nazionale, ingabbiando e depotenziando al tempo stesso la contrattazione aziendale. Dall’altra la grande e inaspettata reazione dei tanti che hanno capito le nostre ragioni e hanno votato NO alla consultazione.
Il 20% è il dato complessivo. Ma tanto più importante è il fatto che nelle grandi fabbriche, quelle che rappresentano la base più militante, sindacalizzata e combattiva dei metalmeccanici, il NO ha raggiunto il 40%. La FIOM dovrebbe disperarsi per aver perso consenso proprio in questo settore. Eppure va avanti, senza alcuna autocritica e, anzi, rincarando la dose contro chi come noi ha sostenuto le ragioni del dissenso.
Il ccnl è stato comunque approvato. E la linea del segretario generale della FIOM che ha portato alla firma va avanti, proponendo una stagione di contrattazione aziendale che pedissequamente obbedisce al contratto: premi aziendali totalmente variabili, programmazione della 104, accettazione della flessibilità (come già succede alla Dalmine), incentivazione del welfare aziendale anche al secondo livello. Questo ultimo aspetto va persino oltre il ccnl. Si accetta addirittura la sostituzione dei vecchi premi con i flexible benefits purché la scelta sia volontaria (anche su questo l’accordo Dalmine fa da apripista). La volontarietà diventa il grimaldello per sdoganare il welfare anche a livello aziendale: un vero e proprio cavallo di Troia. Invece che contestare la nuova normativa sulla detassazione (la normativa non soltanto ha aumentato le soglie per la tassazione al 10% dei premi aziendali purchè variabili, ma ha escluso i flexible benefits dalla definizione di reddito da lavoro dipendente, rendendoli in quanto tali non tassati. E non soggetti a contribuzione ovviamente!), la FIOM decide di assecondarla, inseguirla e addirittura anticiparla. Il segretario generale della FIOM propone infatti di chiedere parte dei nuovi aumenti aziendali proprio in flexible benefits. Stendo un velo pietoso su cosa significa welfare, visto che abbiamo scoperto che accanto a buoni spesa e benzina il welfare per sindacati e imprese significa palestra, centro estetico, addirittura pellegrinaggi! Questi peraltro senza limite di spesa annuo (buono carrello e buono benzina invece non possono superare i 258 euro/anno), quindi immagino che la contrattazione aziendale sfonderà proprio qui. Saranno così i padroni a decidere come e dove spenderemo i nostri soldi. Detto qualche anno fa, questa cosa sarebbe stata impensabile.

Se questo è il quadro, noi però abbiamo dimostrato che siamo in grado di intercettare una vasta opposizione. Abbiamo dimostrato nei fatti, proprio nella consultazione dei metalmeccanici (così come già in Fincantieri lo scorso anno) che l’opposizione si più fare eccome, nonostante le minacce. Abbiamo risposto nella pratica a chi l’anno scorso, nella difficile discussione che abbiamo avuto, ci diceva che gli spazi per l’opposizione in CGIL non ci sono più e che chi avesse deciso di rimanere lo faceva alle condizioni di Camusso e Landini. Né uno né l’altro. Di questo possiamo andare orgogliosi, nonostante le tante difficoltà che ancora abbiamo.
E abbiamo dimostrato anche che non siamo soltanto in grado di dire NO ma anche di praticare quello che sosteniamo. A Firenze a fine gennaio, i nostri delegati e le nostre delegate metalmeccaniche hanno posto le basi per una campagna di lungo periodo di controinformazione e opposizione, che provi anche a praticare piattaforme alternative, come già stanno facendo alla GKN di Firenze. O come hanno fatto alla SAME, dove il tentativo dell’azienda di programmare la 104 è per ora stato ritirato.
Lo spazio per l’opposizione c’è eccome e le alte percentuali di dissenso lo dimostrano (nei metalmeccanici, nell’igiene ambientale, in Fincantieri, in Almaviva). Certo, va difeso e praticato. Non è semplice, perchè non dappertutto siamo in grado di costruire i rapporti di forza che hanno ottenuto nelle fabbriche che ho appena citato. Ma dobbiamo provarci.
Per questo approfitto per ringraziare a nome di tutti noi, tutti quelli che questo spazio lo agiscono e lo praticano, nonostante le difficolatà che subiscono da parte della burocrazia nelle RSU, nei direttivi, persino nei volantinaggi come è accaduto a Marghera durante la consultazione dei metalmeccanici. Ringraziamo anche i compagni della Fincantieri di Palermo che stanno scioperando da quattro settimane, resistendo alla richiesta dell’azienda di spostare la pausa mensa a fine turno, come previsto dal contratto aziendale dell’anno scorso firmato dalla stessa FIOM. E ringraziamo e sosteniamo i compagni della INNSE di Milano, di nuovo ostinatamente in lotta per difendere il loro posto di lavoro, nonostante siano da mesi abbandonati dalla FIOM.

Mi sono soffermata a lungo sul ccnl dei metalmeccanici, ma c’è molto da dire su tanti altri. Domani si riuniscono sempre qui a Bologna i compagni e le compagne del settore pubblico e della conoscenza, per discutere di quale linea tenere rispetto a un ccnl che manca da otto anni e che si sta tuttora discutendo senza una piattaforma e sulla scorta dell’accordo firmato a ridosso del referendum del 4 dicembre. Un pre-accordo propagandistico che non dà nessuna garanzia e fa nessuna chiarezza. Anche qui, paradossalmente, con incredibili aperture sul welfare aziendale, per quelle lavoratrici e quei lavoratori che il welfare pubblico lo fanno!
Da pochi giorni è stato firmato anche il ccnl degli assicurativi, che allunga la durata e quindi spalma incredibilmente gli aumenti previsti, concedendo dosi importanti di flessibilità della prestazione.
Altrettanto si può dire sui ccnl del settore chimico e del commercio.
Il punto è che non c’è una linea contrattuale comune della CGIL sui ccnl. Né tanto meno, cosa ancora più grave, la capacità di tenere insieme le varie vertenze in una unica grande mobilitazione. Ma c’è un dato comune a tutte le vertenze: pochi soldi (pochissimi, come nei metalmeccanici) in cambio di disponibilità sugli orari (come nell’igiene ambientale), sulla organizzazione del lavoro e sui diritti. E uno spostamento significativo dagli aumenti al cosiddetto welfare integrativo, a discapito sempre più di quello pubblico.
Noi dobbiamo opporci a questo modello e chiedere invece che si rivendichi la riduzione dell’orario di lavoro, maggiore controllo della prestazione, più sicurezza, migliori condizioni di lavoro, aumenti salariali veri. Spiegando ai lavoratori e alle lavoratrici i danni e gli imbrogli che si nascondono dietro la detassazione del welfare integrativo e tornando a chiedere piuttosto la difesa del welfare pubblico: dalla sanità, alla scuola, fino alle pensioni, sulle quali si dovrebbe da subito riaprire una grande vertenza nel paese.

La linea della CGIL è tutt’altra. La scelta di concentrare la propria azione sui referendum è insufficente. E anche se, come pare oggi, il governo cancellerà la legge sui voucher e sugli appalti, il sistema della precarietà e l’intero impianto del Jobs act non sono però in discussione. Se non potranno usare i voucher, i padroni useranno qualche altra forma di precarietà. Proprio il timore che il governo ha di affrontare i referendum, la debolezza sua e del PD, così come il nervosismo di Confindustria, sono la dimostrazione che si dovrebbe fare sul serio, abbandonare finalmente la prospettiva della concertazione e riaprire una grande stagione vertenziale e di lotta per riconquistare i diritti. Tanto più che la campagna referendaria era comunque già stata depotenziata dalla bocciatura del quesito sull’articolo 18 (quella che avrebbe potuto rappresentare una sorta di rivincita, quasi un ultimo tentativo di riscatto in estremis, per riprendersi quello che ci hanno tolto senza colpo ferire) e, a monte, dalla scelta di non raccogliere le firme anche per l’abrogazione della legge 107 (la Buona scuola) e sull’articolo 8 della legge Sacconi.
È stato in ogni modo un errore fermare le mobilitazioni del 2014 contro il Jobs act per perseguire prima la strada fallimentare della contrattazione e poi quella referendaria. Quello di oggi sui referendum rischia di essere l’ennesima contraddizione di cui parlavo all’inizio: se cancelleranno la legge, sarà una vittoria della CGIL certo, ma la precarietà resta più o meno tale e quale a prima. Non è quindi una grande soddisfazione.

Un altro errore è stato non comprendere la portata e l’importanza dello sciopero dell’8 marzo e della mobilitazione di Non una di meno. Soltanto la FLC ha dichiarato sciopero, rimanendo di fatto isolata. Oltre a non aderire, alcuni territori della FIOM e alcune rsu della maggioranza hanno persino affisso in bacheca volantini che invitavano le lavoratrici a non scioperare. Davvero una cosa gravissima! Che va ben oltre la miopia della CGIL di non aver proclamato sciopero.
Noi abbiamo fatto bene a stare in questo percorso e credo dobbiamo rinnovare il nostro impegno a parteciparvi, anche per portare un contributo di merito al movimento e alla piattaforma di Non una di meno, per rendere più forti e più centrali i temi legati alle condizioni di lavoro delle donne, al salario e alla precarietà. Tema che affronteremo anche nel seminario di Rimini a maggio.
Secondo punto. Verso il Congresso: prepariamoci e coinvolgiamo da subito i compagni e le compagne.

Come ho detto all’inizio siamo a ridosso dell’inizio della discussione congressuale. Se il Congresso si svolgerà nei tempi naturali, le assemblee di base cominceranno tra fine dicembre e inizio gennaio e quindi la fase di preparazione dei documenti in autunno. Può essere che il quadro politico e elettorale suggerisca uno spostamento dell’inizio del Congresso. Ma oggi questo è poco prevedibile ed è meglio che noi iniziamo a prepararci, pensando che le scadenza siano quelle previste. Se poi avremo più tempo, sarà meglio. Ma non possiamo arrivare impreparati a questo appuntamento, soprattutto dal punto di vista organizzativo.
Come sapete, si già riunita la commissione che dovrà stabilire il regolamento congressuale. È stato chiarito che la soglia del 3% per la presentazione dei documenti non è in discussione. Non era scontato. È un primo risultato, che garantisce il pluralismo interno alla nostra organizzazione.
La discussione non è chiusa però, compreso il fatto che non è ancora entrato nel direttivo il quinto compagno di cui abbiamo diritto. E considerato anche che non è ancora del tutto chiaro come si darà pari agibilità nella presentazione dei documenti. Vedremo come proseguirà la discussione nella Commissione, ma diciamo da subito che difenderemo con le unghie e con i denti non soltanto il diritto a presentare un documento alternativo ma anche a poterlo presentare ai lavoratori e alle lavoratrici. Così come, sosterremo comunque potremo, la necessità di allungare i tempi per le assemblee di base e la trasparenza nel voto e nella costituzione dei seggi.

È bene però che ci prepariamo a affrontare le difficoltà che abbiamo sempre avuto nei congressi. Difenderemo e chiederemo pari agibilità, non c’è dubbio, ma anche nella migliore delle ipotesi, anche se non cambiasse niente dall’ultimo Congresso, avremo comunque mille problemi. Siamo un’area di base, con pochissimi funzionari, ancora meno dell’ultimo Congresso, visto che molti di quelli che avevamo hanno fatto altre scelte. Le difficoltà sono tante, dobbiamo organizzarci e cominciare subito a parlare con i compagni e le compagne nei territori e nelle categorie, motivandoli e condividendo con loro le nostre posizioni.

Abbiamo tante difficoltà, è vero, ma anche tre importanti punti di forza:
– il primo è che abbiamo ragione! E quando andiamo a parlare con i lavoratori e le lavoratrici nelle assemblee di base, in tanti ce lo riconoscono;
– il secondo è che, nonostante le difficoltà, siamo coerenti rispetto a quello che da tempo sosteniamo. Anche questo quando andiamo nelle assemblee è un punto di forza;
– il terzo è che abbiamo superato lo smottamento dell’anno scorso, cosa che non era affatto scontata, praticando l’opposizione nei fatti (come ho detto nella prima parte di questa introduzione), ma anche provando a organizzarci in modo più collegiale, condiviso e meno verticistico. Questo anche è un punto di forza. Le due assemblee di Firenze dei delegati metalmeccanici e quella di domani di quelli pubblici e della conoscenza ne sono un esempio. Dobbiamo proseguire per questa strada da qui ai prossimi mesi, anche per preparare i compagni e le compagne al Congresso.

Abbiamo vari appuntamenti davanti. Ci rincontriamo a maggio a Rimini per il nostro consueto seminario, per discutere anche nel merito la nostra politica contrattuale e quelli che saranno i temi del nostro documento. Poi all’inizio di settembre per la festa (stiamo verificando la possibilità di farla a Treviglio). E poi ci daremo appuntamento per l’assemblea nazionale, a seconda di quali saranno i tempi del Congresso.

Oggi, quindi, avviamo di fatto il nostro percorso per definire un documento alternativo. Perché non sono venute meno le ragioni di una opposizione a questa linea contraddittoria e inconcludente, alla deriva burocratica e moderata del gruppo dirigente della CGIL. Anzi, l’immobilismo di questi mesi, che ha evitato ogni possibile convergenza delle lotte, e la stagione contrattuale in corso, segnata da inaccettabili cedimenti sull’organizzazione del lavoro, hanno aggiunto ragioni a questa opposizione. Un documento alternativo, di conseguenza, frutto dell’esperienza che abbiamo sino a qui condotto e nel contempo aperto a chiunque vorrà condividere questo percorso nel merito, avendo sviluppato in questa fase la necessità di una svolta radicale nella linea della CGIL.

Non allentiamo la presa, teniamo alta la tensione e soprattutto la nostra convinzione. Organizziamo le riunioni territoriali ovunque possibile (come già stanno facendo nello SPI), parlando con i compagni e le compagne per motivarli e coinvolgerli. Sosteniamo le lotte di questi mesi a partire da quella di Palermo e della INNSE. Partecipiamo agli appuntamenti di movimento (da quello delle donne a quello contro il G7 a Taormina).

E soprattutto continuiamo a praticare l’opposizione come stiamo facendo in questi mesi, a testa alta e con determinazione!

Eliana Como

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