Cd CGIL. Report riunione del 10.2.2017

Una discussione sulla stagione contrattuale in corso.

Venerdì 10 febbraio si è riunito il Direttivo nazionale della CGIL. Era una riunione programmata da tempo, da prima di Natale, per fare il punto sulla stagione contrattuale.

La riunione è stata aperta da Franco Martini, responsabile della contrattazione in Segreteria confederale. Una relazione che possiamo condensare in tre punti principali.
1. Un giudizio politicamente positivo della stagione in corso, visto il contesto di partenza (in autunno 2015 Confindustria chiedeva un nuovo modello, in cui il principale livello doveva essere quello aziendale e il recupero dell’inflazione ex-post; il sindacato era marginalizzato da governo e quadro politico) e la lunga fase di crisi (che ovviamente indebolisce i rapporti di forza). Invece, per Martini, negli ultimi 15 mesi sono stati conquistati molteplici rinnovi (chimici, trasporti, commercio, meccanici, intesa per pubblici, ecc), è stata bloccato il paventato intervento legislativo sulla contrattazione e conclusa la stagione degli accordi separati.
2. In assenza di un modello condiviso, e pur di fronte ad un ampio ventaglio di soluzioni, una valutazione sindacale che tutti i contratti hanno difeso il ruolo del CCNL (pur essendo tutti “figli della crisi” e quindi non particolarmente esaltanti né sul piano salariale né su quello normativo).
3. Il riconoscimento dell’importanza del rinnovo dei metalmeccanici sul piano politico (primo CCNL unitario dal 2008) e sindacale (avendo respinto il tentativo di Federmeccanica di limitare gli aumenti ai minimi); nel contempo, il rilievo che questo non è e non può essere un modello generale.
La relazione si è quindi conclusa sottolineando l’importanza di gestire questa stagione (che deve ancora concludersi per molti settori), verificando l’implementazione dei contratti su diversi fronti: salario e produttività (18mila gli accordi relativi al decreto tassazione: ancora non si ha il quadro, la fiscalità sta finanziando una semplice riduzione del costo del lavoro o si incrementa produttività?), precarietà (riusciamo a controllare Jobacts?), sicurezza (aumento significativo malattie professionali in ultimi anni) e soprattutto welfare contrattuale (qualche ambiguità che rischia di creare disuguaglianza, deve concentrarsi sulla spesa sociale e non esser un generico “carrello della spesa”, soprattutto: a. si deve estendere ai territori, non solo aziende o gruppi, per includere lavoratori e lavoratrici; b. deve rivolgersi a sanità pubblica, finanziando extra-moenia e extra-Lea; c. deve integrare e non sostituire prestazioni SSN e stato sociale).

La discussione si è svolta in un clima distratto. Negli scorsi mesi erano emerse diversi tensioni sulla gestione dei rinnovi contrattuali tra le differenti sensibilità ed anche tra le diverse categorie della CGIL. Tensioni anche pubbliche, pensiamo alle battute sui CCNL “in cui si deve contrattare e non registrare l’inflazione” o alla rottura del tavolo nei tessili, con la proclamazione dello sciopero generale, dichiarando che non si sarebbero accettati modelli di altri settori proprio negli stessi giorni della chiusura dei metalmeccanici. La relazione di Martini, però, ha in qualche modo trovato un punto di equilibrio preventivo (non c’è un modello prevalente, tutte le soluzioni sono state positive). Questo punto di equilibrio preventivo, in ogni caso, non ha evitato l’articolazione di un dibattito ed anche alcune note velenose.

Il centro e la destra (Megale, Miceli, Pedretti, Genovesi, ecc), hanno sottolineato alcuni limiti di questa stagione, arrivando al paradosso che rischi e critiche sono emerse più dalla destra che dalla sinistra della maggioranza CGIL. Valutazioni che, non casualmente, si sono concentrate esplicitamente o implicitamente sul contratto dei metalmeccanici. Pur riconoscendo l’importanza politica di questo rinnovo, infatti, sono stati evidenziati i limiti di aumenti nazionali confinati all’inflazione ex-post; l’obbiettivo del padronato di restringere il salario diretto, spostando soldi su altri istituti e rischiando così di degradare l’universalità dello stato sociale; il rischio di una scambio tra salario e welfare, che si ripercuote sul futuro perché erode la pensione; l’importanza di una redistribuzione oltre inflazione, per tenere insieme i lavoratori di realtà industriali polarizzate dalla crisi e anche per rilanciare una politica macroeconomica keynesiana di recupero consumi; il rischio infine, sottolineato in qualche intervento, che l’estensione dei CCNL (riducendone il numero) produca una perdita di specificità e professionalità, riducendoli sostanzialmente solo a minimi salariali e welfare contrattuale. Una destra, “contrattualista” o meno, che comunque rimane destra: in alcuni interventi, ad esempio, si è sottolineato che le molteplici soluzioni contrattuali, anche molto diverse tra loro, hanno avviato una contaminazione tra primo e secondo livello che supera positivamente la rigidità dell’impostazione del luglio 1993, o anche che si dovrebbe provare di gestire il welfare contrattuale con una bilateralità estesa, ad esempio a livello territoriale.
In questo quadro da segnalare anche gli interventi dei nuovi segretari di FP e FLC, che hanno salutato l’intesa del 30 novembre e l’avvio del percorso per i rinnovi nella pubblica amministrazione: rinnovi che, facendo bilancio di una lunga stagione di salari stagnanti dopo il ’92 in cui si è contrattato solo su carriera e anzianità e dovendo affrontare la riduzione dei comporti, possono rappresentare un’importante occasione di innovazione attraverso il riconoscimento e la valorizzazione della professionalità (!!).

Come sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil abbiamo espresso la nostra critica della linea contrattuale e dei suoi risultati, con due interventi (Eliana Como e Luca Scacchi). Il primo in particolare ha sottolineato l’oggettivo ruolo generale del contratto dei metalmeccanici (che è inevitabilmente modello per il padronato); il disastro salariale rappresentato dalla limitazione al recupero dell’inflazione, gli assorbimenti ed il buono carrello; il cedimento sull’organizzazione del lavoro, implicito ma centrale, con l’accettazione delle flessibilità previste nel 2012; l’importanza di non limitarsi nella gestione del CCNL alle richieste padronali (con il paradosso di avere una derogabilità verso il basso, ma di non poter derogare in positivo), ma dove ci sono e dove si possono costruire rapporti di forza adeguati, la necessità di lottare per forzarne i limiti, ad esempio sui premi fissi o sulla legge 104 (e non spostando gli aumenti su altri istituti, come turni o straordinari, che non sarebbero per tutti i lavoratori). Il secondo ha sottolineato il costo di questa stagione, con aumenti scambiati con pesanti cedimenti (diversi a seconda delle situazioni: quadriennalizzazione, sottoinquadramenti, aumento dell’orario, ecc), costo che in alcuni settori è stato così evidente da innescare significative resistenze (40% di NO nelle fabbriche sopra i mille dipendenti o nei pubblici dell’Igiene Ambientale); l’esclusione da ogni redistribuzione non solo dei metalmeccanici, ma anche dei pubblici (recupereranno solo 1/3 di quanto perso in questi anni, stando all’intesa del 30 novembre), cioè 5 dei 17 milioni di dipendenti non vedono un reale aumento salariale; il rischio che questa linea, come la diversificazione dei CCNL, degradi la funzione e l’impianto del contratto, come le diversificazioni della precedente stagione (2002-2008: deroghe tra i chimici, triennalizzazione nelle poste, ecc) hanno portato al modello Marchionne.

In questo quadro, la sinistra della maggioranza ha tenuto un basso profilo. I settori legati all’attuale direzione Fiom sono apparsi sostanzialmente in difesa, esprimendosi solo con due interventi (Re David e Rinaldini). Rinaldini, il primo a parlare dopo la relazione, ha comunicato tra l’altro le sue dimissioni dal Direttivo, non per dissensi politici, ma non avendo oramai nessun incarico per favorire il passaggio generazionale. I due interventi hanno sottolineato che, in una fase di debolezza assoluta (crisi, diversità piattaforme e presenza del CCSL FCA), il nodo era il tentativo di Federmeccanica di limitare gli aumenti ai minimi, cioè al 5% dei lavoratori (smantellando di fatto il contratto nazionale). Aver respinto questo attacco è stato fondamentale. Le critiche avanzate appaiono quindi meschine, o sono strumentali (si scopre il welfare solo con i metalmeccanici?). Tutti i CCNL, dal ’93, hanno sostanzialmente solo difeso i salari dall’inflazione. Ed il CCNL ha diversi aspetti positivi (!!!): si è ottenuto per tutti, con cifre uguali per tutti, welfare, sanità e anche buoni carrello (nulla di male, è una delle forme del salario!). E si è sottolineato che questi elementi prima esistevano solo per alcuni aziende o grandi gruppi (dove c’è stato ampio no proprio perché questi istituti già esistevano! No comment ndr). E si è addirittura rivendicato il Testo Unico, che avrebbe permesso una sua interpretazione democratica prevedendo i referendum per tutti gli accordi. In questo quadro di rivendicazione difensiva del CCNL, però, diversamente da quanto sostenuto da Landini nel CC FIOM si è anche precisato che se ci sono i rapporti di forza per una derogabilità in positivo, questa può e deve esser agita (se si può evitare l’assorbibilità, se si può conquistare in una fabbrica dei premi fissi, non sono le regole ma i rapporti di forza che lo determinano). Democraziaelavoro (Nicolosi, Tuzi, ecc), infine, ha preferito parlar d’altro. Non ha tracciato nessuna particolare valutazione sulla stagione nel suo complesso, e tantomeno sul contratto dei metalmeccanici (si condivide la relazione di Martini). E’ stata avanzata qualche critica sul welfare (non è mutualismo e non si capisce come tenere sull’universalismo), come sulla necessità di forzare l’intesa del 30 novembre dei pubblici (in primo luogo sul salario, 80 euro sono pochi e tutto l’aumento deve esser diretto in stipendio; ma anche su organizzazione del lavoro e aspetti normativi è importante tener fermi alcuni elementi). Infine hanno sottolineato la vicenda Almaviva: l’importanza di non firmare accordi con licenziamenti, l’errore di aver diviso le sedi e le RSU nel percorso.

La Camusso, nelle conclusioni, ha espresso preoccupazione per la difficoltà a condurre un reale confronto sulla linea contrattuale, sferzando il gruppo dirigente per la sua distrazione e per la sala oramai ampiamente vuota (confronto che d’altra parte non è mai stato particolarmente favorito dalla segreteria, a partire da questo direttivo, con un dibattito venerdì pomeriggio ed il giorno prima dell’avvio della campagna referendaria in 100 piazze d’Italia; ndr). Nella sostanza, ha ribadito il punto di equilibrio della relazione di Martini: Confindustria avrebbe voluto aumenti solo per i minimi, degradando il CCNL e accompagnando le ristrutturazioni industriali in corso con una riduzione del costo lavoro; in questa stagione contrattuale si è respinto questo attacco e si è provato a impostare un ragionamento diverso, in cui una diversa organizzazione del lavoro (maggiore produttività) permetta aumenti salari generalizzati (per tutti), anche nel quadro di una politica macroeconomica redistributiva per aumentare i consumi e uscire dalla crisi. Cioè difendendo “politicamente” il CCNL metalmeccanici (centrale chiudere la stagione degli accordi separati e respingere lo sfondamento di Federmeccanica), ma distanziandosi dal suo impianto di fondo centrato sulla “scala mobile in un periodo di deflazione”. Allo stesso modo, ha ribadito l’asse della relazione sulla questione del welfare: dobbiamo tracciare una linea di tenuta confederale o comunque coordinata (capisco i buoni carrello, i buoni benzina e altro: capisco, ma non è welfare; inoltre sono istituti stipendiali che rischiano di incidere sulla tenuta salariale nel suo complesso; in ogni caso il welfare non può esser aziendale, deve coprire ampie fasce di lavoratori, quindi territoriale o categoriale; non sostitutiva e integrativa con pubblico, ecc.). Nel contempo, qui e là, ha voluto segnare anche alcuni elementi di distanza dalle critiche o dalle osservazioni avanzate dalla destra: ad esempio ribadendo la necessità di ridurre il numero dei CCNL, sulla possibilità di riconoscere professionalità nei nuovi contratti allargati (come positivamente visto con la svolta in corso in FP e FLC, che delineano piattaforme innovative sulla questione), sulla negatività di un’eventuale allentamento delle differenze tra primo e secondo livello contrattuale (per il rischio che non ci sia un aumento salariale generalizzato nel primo livello).

Un breve punto su una discussione a parte, sull’otto marzo, che si è intrecciata nel dibattito generale. Diversi interventi (tra cui Eliana Como) hanno chiesto un maggior impegno della CGIL nel movimento nonunadimeno e nel sostegno allo sciopero internazionale delle donne per l’ottomarzo. Nelle conclusioni, la Camusso ha precisato che la CGIL non può impegnarsi direttamente in questa iniziativa: da una parte il movimento non ha ancora un’estensione così ampia come in altri paesi, dall’altra la CGIL può attivare un’iniziativa di sciopero solo di fronte ad una reale prospettiva di un coinvolgimento di massa. Però il tema di come sostenere e favorire la crescita di questo movimento si pone, ed infatti la segreteria ha dato indicazione alle strutture di intervenire e di appoggiare l’iniziativa come meglio credono; in questo quadro se alcune categorie, nelle quali vi è un’ampia partecipazione femminile e che valutino la possibilità e la credibilità di un loro sciopero generale di settore, lo vogliono fare, nessuno lo impedisce ed anzi si sostiene l’iniziativa (da questo punto di vista è stato positivo che il Segretario della FLC abbia sostenuto l’importanza dello sciopero dell’8 marzo nel suo intervento).

Il Direttivo è stata anche occasione anche per affrontare alcuni commissariamenti (FILLEA di Reggio Calabria e FILCAMS di Catania) e soprattutto di votare il regolamento congressuale per Napoli e Campania.
Sui commissariamenti delle due strutture abbiamo votato contrario (insieme a qualche altro compagno del Direttivo ed a un gruppetto di astenuti, in particolare di DemocraziaeLavoro), in quanto si stanno moltiplicando questi interventi per incapacità di risolvere politicamente problemi di gestione o per diversità politiche.
Il congresso di Napoli e della Campania è stato indetto proprio al termine di un precedente commissariamento, il primo per una struttura regionale ed una camera del lavoro metropolitana della CGIL. Per questo è particolarmente delicato, posizionandosi anche in pratica all’inizio del percorso del prossimo congresso (e delle sue relative regole). L’impianto del regolamento proposto è sostanzialmente quello del precedente congresso (con alcuni minimi adattamenti visto il carattere limitato a strutture confederali). La soglia del 3% per la presentazione di documenti alternativi però, non essendoci direttivi costituiti, è stata legata al numero di iscritti (5mila per Napoli, 10mila per Campania). Abbiamo chiesto (con due interventi del compagno Mario Iavazzi) di utilizzare invece gli stessi criteri del regolamento di allora (le firme di iscritti previste erano 75mila su più di 5milioni, cioè l’1,5% circa; o di prevedere il 3% dei componenti dei direttivi di categoria, tuttora esistenti). I nostri emendamenti sono stati respinti (con il voto anche di qualche altro componente del Direttivo, ma bocciati dalla sua maggioranza), e per questo abbiamo votato contro i due regolamenti nel suo complesso.

LS

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