Cd CGIL. L.Scacchi: qualcosa però non torna.

L'intervento al Comitato Direttivo della CGIL del 10 febbraio 2017.

La relazione di Martini ha cercato di tracciare un punto di equilibrio tra le diverse vicende ed i diversi percorsi che hanno segnato questa stagione contrattuale. Un punto di equilibrio che sostanzialmente si regge su un perno: da una parte si ricorda (e ribadisce) che si è scelto di procedere ai rinnovi prima di definire un modello generale (e quindi non esiste nessun contratto di riferimento che può esser preso a modello dagli altri), dall’altra parte si afferma che tutti i rinnovi hanno difeso il ruolo del CCNL in una fase difficile (“contratti figli della crisi”), compreso quindi quello dei metalmeccanici (che ha sollevato qualche sopracciglio e anche qualche discussione pubblica nella Cgil). Un punto di equilibrio nel quale (quasi) tutti si possono riconoscere, come dimostra anche il clima della discussione in questo Direttivo.

Qualcosa però non torna. Qualcosa non regge in questa ricostruzione. Si può apprezzare astrattamente il tentativo di dare forma a questa “nuova unità di gestione” che dovrebbe caratterizzare la CGIL prossima e ventura (un unità di gestione forse ancora un po’ in cerca di sé stessa), ma questo tentativo rivela un certa distanza con alcuni aspetti della realtà. Aspetti rilevanti della realtà. Ne sottolineo quattro.

1. Come è stato sottolineato nella relazione, non c’era e non c’è un modello contrattuale di riferimento. Vero. Però come è emerso anche in diversi interventi di questa discussione, questo non vuol dire che non ci fosse una linea contrattuale confederale. Anzi, di più: c’era e (teoricamente) ancora c’è una linea contrattuale unitaria CGIL CISL UIL. Una linea che afferma esplicitamente l’obbiettivo di mantenere i due livelli contrattuali, garantendo in quello nazionale una “crescita dei salari –non solo riferita alla tutela del potere d’acquisto- che si rivolga alla generalità delle lavoratrici e dei lavoratori”, conseguendo anche gli obbiettivi macroeconomici del “rilancio della domanda interna e della produttività” (mentre nel secondo livello si dovrò concentrarsi su competitività, produttività, efficienza, qualità e innovazione organizzativa). Allora, nel trarre una prima valutazione di questa stagione, non si può omettere dal quadro che ci si era posti un unico obbiettivo politico centrale per tutti i contratti (proprio in quel difficile inverno 2015/2016). E quindi non si può evitare, a mio parere, di trarre anche un bilancio dei risultati conseguiti in merito a questo obbiettivo. Non si può semplicemente ricordare che si sono trovate soluzioni tra loro diverse, anche molto diverse, ma che nessuna si impone come modello. Un obbiettivo generale era stato posto. Lo si è conseguito? Dove lo si è conseguito? Quanto lo si è conseguito? E soprattutto, come lo si è conseguito?

2. Prima infatti di dire qualcosa su dove questo obbiettivo redistributivo non è stato conseguito, è forse utile porsi anche un’altra domanda: dove si sono ottenuti degli aumenti, quale prezzo è stato pagato? Io credo si sia pagato un costo alto. Molto alto. In diversi rinnovi, infatti, si è scambiato salario con significativi cedimenti sull’organizzazione del lavoro, sulla durata dei contratti, negli inquadramenti o nella parte normativa. A seconda dei contesti, dei punti di resistenza e dei rapporti di forza, si è concessa talvolta la quadriennalità (passando dall’inizio della crisi ad oggi al raddoppio del tempo di vigenza di un contratto per gli adeguamenti salariali), talaltra l’aumento dell’orario di lavoro, in altri casi ancora i sottoinquadramenti per i neoassunti. Un prezzo alto, perché alcune di queste soluzioni hanno svuotato di fatto il significato dello stesso aumento ottenuto. Non è solo una mia impressione. In alcuni settori di classe che questo costo fosse alto, troppo alto, è stata una percezione diffusa, una percezione di massa. Pensiamo al 40epiù% di No che si è raggiunto nel voto sul rinnovo del CCNL nelle grandi fabbriche (con più di mille dipendenti) o tra i lavoratori pubblici dell’Igiene ambientale. Anche questa, forse, è una questione che dovremmo affrontare.

3. Il problema poi, come accennato prima, è che questi aumenti non sono stati ottenuti in tutti i settori. In qualche contratto non si è ottenuta “una crescita dei salari oltre il potere d’acquisto”. Non è solo il caso dei metalmeccanici, che come più volte è stato ricordato in questo dibattito hanno previsto solo un recupero dell’inflazione reale ex-post (una scala mobile in una fase di deflazione). E’ anche il caso della pubblica amministrazione (pubblico impiego e conoscenza). L’intesa del 30 novembre prevede infatti un aumento “non inferiore a 85 euro mensili medi”. Ora, il problema non è che questi soldi sono pochi. Se sono o non sono il massimo che si poteva ottenere in un periodo segnato dalle politiche di bilancio, se sono o non sono una cifra più o meno intermedia a quella ottenuta dagli altri rinnovi in questo periodo. Il problema è quella di confrontare questo aumento con l’obbiettivo politico generale che noi stessi ci eravamo posti all’inizio di questa stagione (“una crescita dei salari non solo riferita alla tutela del potere d’acquisto”). Qui il problema emerge in tutta la sua evidenza, perché noi stessi (FP e FLC) abbiamo ricostruito che la perdita di potere d’acquisto dall’ultimo aumento contrattuale ottenuto ad oggi (considerando il blocco degli stipendi dal 2010 in poi) è stato pari, mediamente, a 230/240 euro mensili. E’ un ordine di grandezza diverso: se i rinnovi saranno siglati sulla base dell’intesa del 30 novembre, si potrà recuperare, in media, solo 1/3 del potere d’acquisto perso, altro che andare oltre. Allora, nel trarre una valutazione di questa stagione contrattuale, credo che non si possa omettere dal quadro che due settori centrali per la forza del sindacato in Italia, i metalmeccanici ed il pubblico impiego, non hanno raggiunto in forma più o meno grave l’obbiettivo che ci eravamo posti. Non possiamo cioè omettere dal quadro che sui 17 milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti del nostro paese, quasi 5 milioni (3,2 milioni di pubblici più 1,6 milioni di metalmeccanici circa) non hanno ottenuto quella redistribuzione generale che ritenevamo necessaria. Cioè, a conti fatti, non lo abbiamo ottenuto per un terzo dei lavoratori dipendenti, in due fra i settori più sindacalizzati del paese. E’ un problema di cui forse dovremmo parlare?

4. Infine, dall’insieme di questa stagione contrattuale, da questa stessa discussione, emerge la difficoltà a mantenere condizioni omogenee per la generalità delle lavoratrici e dei lavoratori. Da una parte, anche a causa della defiscalizzazione, questa stagione è stata segnata dalla diffusione delle integrazioni stipendiali “in natura”: non solo il welfare contrattuale (buoni nido, centri estivi o prestazioni sanitarie varie ed eventuali), ma anche erogazioni stipendiali non salariali (buoni benzina o veri e proprio buoni carrello, convenienti due volte per le imprese, perché senza tasse e perché acquistati sul mercato a costi inferiori di quelli nominali). Tralasciamo i secondi (su cui molti hanno già notato limiti e problemi, a partire dalla perdita di salario differito). Anche il welfare contrattuale rappresenta un problema e non un’opportunità: perché anche nelle sue forme più virtuose (ad esempio integrazione al SSN, coprendo i costi del ticket o delle visite specialistiche) produce una disuguaglianza tra chi vi accede (i contrattualizzati) e chi non vi accede, nel mondo del lavoro e nella popolazione in generale. Non è uno strumento di unificazione, ma uno strumento di divisione sociale: proprio quando con la Carta dei Diritti Universali ci proponiamo una politica di omogeneizzazione delle condizioni basilari di lavoro, introduciamo strumenti contrattuali che incentivano queste differenze. E’ un problema? A me pare di prima grandezza. Ma non solo. La stessa diversificazione contrattuale nei diversi settori, notata nella relazione e negli interventi, ci segnala un rischio rilevante. Abbiamo infatti già visto una precedente stagione, quella successiva alla crisi del 2001, in cui ogni contratto aveva trovato i suoi punti di resistenza ed i suoi punti di caduta, ognuno diverso dall’altro (i chimici hanno iniziato ad introdurre le deroghe in CCNL nel 2002/2004, i postali hanno triennalizzato da soli prima di altri, qualcuno ha iniziato a prevedere i sottoinquadramenti in ingresso, ecc). Quella stagione ha avuto delle conseguenze. Ha prodotto il modello Marchionne: davanti ad una diffusa diversificazione contrattuale, ha favorito la scelta dell’impresa più forte di stabilire le sue regole del gioco, autarchicamente. Rischiamo allora che questa stagione, in cui per gli aumenti salariali oltre l’inflazione abbiamo pagato un caro prezzo e da cui abbiamo escluso una parte rilevante della classe lavoratrice, ci regali una progressiva marginalizzazione del CCNL (come diceva Miceli, un contratto generale di minimi e welfare). Una dinamica materiale in cui progressivamente rischia di evaporare anche il senso di un sindacato generale, di un sindacato confederale. Per questo credo che la discussione di oggi non sia per nulla finita, e sia necessario non solo riprenderla, ma anche approfondirla per esser consapevoli dei limiti e delle contraddizioni della linea che abbiamo assunto in questi anni. Per esser consapevoli della necessità di una svolta netta, che a mio parere ci deve riportare ad esser un sindacato di classe, dalla parte del lavoro.

Luca Scacchi

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