Nuovo anno, altre emergenze, stessi problemi: riprendere la lotta!

La necessità di mobilitazione nella scuola, nell’università, nella conoscenza e in tutto il lavoro.

In questi giorni hanno riaperto, o stanno riaprendo, le scuole (prima di tutti Bolzano, il 5 settembre; ultime Sicilia e Valle d’Aosta, lunedì 19): riparte cioè il nuovo anno scolastico, anche se tutti gli istituti, in realtà, hanno “riaperto” il primo di settembre, con l’entrata in ruolo del nuovo personale e le riunioni di programmazione.

Le lezioni riprendono in presenza. Questa, in fondo, è una notizia. Gli ultimi tre anni sono stati segnati dal covid-19: i lockdown, la Didattica a Distanza, i turni, le lezioni blended, la sospensione di molte attività (spesso quelle più attive, interattive, partecipative). Questa cappa ha colpito la scuola a lungo, anche perché invece di investire subito e con decisione su salute e sicurezza (affrontando così problemi strutturali del sistema formativo e dei traporti), si è preferito puntare su strumenti illusori e a basso costo (i banchi a rotelle, le lezioni a distanza, i poteri prefettizi), trovandosi poi sempre a sospendere le lezioni ad ogni picco pandemico.

La scuola rimane sola. Riapre, ma senza interventi straordinari. I costi della pandemia sono stati alti: l’esplosione di disagi relazionali e psicologici, l’aumento dei carichi di lavoro sul personale (e il suo logoramento), la crescita delle diseguaglianze (educative e sociali). L’investimento complessivo sull’istruzione è stato però fermo: anzi, per il DEF 2022 è in calo nei prossimi anni. Non ci sono risorse significative per strutture, numerosità delle classi, rilancio del MOF (i fondi per il Miglioramento dell’Offerta Formativa di ogni Istituto), intervento di recupero delle ferite della pandemia. Il PNRR fa piovere fondi sul bagnato (concentrando le risorse dove già ci sono) o li fa arrivare in modo confuso e sbagliato (come quest’estate per la dispersione).

Così, le scuole riaprono senza. Senza reali misure di sicurezza, a partire da diffusi interventi strutturali e impianti di ventilazione (un DPCM di luglio ha finalmente indicato linee guida, ma come riconosce lo stesso ISS in questi anni non si è intervenuti sulle criticità degli ambienti scolastici). Il problema, però, non è solo la brutta aria. La scuola riapre con oltre 200mila precari: un quarto delle cattedre sono vuote e sono riempite con personale a tempo determinato. Una su quattro. Dopo le promesse (sempre disattese) di Bussetti (bissate da Bianchi lo scorso anno), dopo le crocette di Azzolina, si conferma l’assenza di docenti e personale ATA. L’unica vera risposta non è stata data: percorsi certi e definiti di stabilizzazione (dopo 36 mesi), l’assunzione di nuovo personale per concorso (anche per tagliare le classi pollaio senza attendere il prossimo decennio ed il possibile calo demografico, come previsto nel PNRR), superando finalmente i veti del MEF e la logica del controllo della spesa.

Ed è forse indicativo che questo nuovo anno scolastico si apre nel segno del lutto e della tragedia: proprio nelle ore in cui stavamo chiudendo questo testo, è arrivata la notizia che in una fabbrica di lavorazione del metallo, a Noventa di Piave, è morto sul lavoro un’altro studente: Giuliano De Seta. Giuliano era all’ultimo anno di un istituto tecnico di Portogruaro, in stage per l’acquisizione dei crediti formativi necessari al diploma. Dopo Lorenzo Parelli e Gisuppe Lenoci, l’ennesima morte di qualcuno che doveva esser sui banchi e non a lavorare in una fabbrica. Un paese di merda, quello che si abitua a vedere cadere ogni sei mesi uno studente in un posto di lavoro: un nuovo segnale, ancora una volta uno di troppo, che in generale le morti sul lavoro devono esser contrastate con forza, e subito nello specifico l’alternanza scuola-lavoro, il PCTO, gli stage, devono finalmente esser aboliti. Un sindacato generale che fa il suo lavoro, è un sindacato che su questo e per questo si mobilita subito e senza incertezza.

Il governo nel frattempo ha trovato il tempo di gerarchizzare la docenza. Negli ultimi 25 anni si è più volte tentato di rompere l’unità della funzione docente creando incentivi, valorizzazioni, riconoscimenti salariali solo per alcuni (dal concorsone di Berlinguer ai premi della BuonaScuola). Invece che riconoscere impegni aggiuntivi e condizioni di particolare criticità, rafforzando la contrattazione nazionale e quella di Istituto, si vuole creare le carriere, differenziando i salari sulla base di presunti meriti oggettivi (la valorizzazione professionale, in questa logica neoliberale, è in realtà la rottura di ogni principio di collaborazione tra docenti, messi in concorrenza tra loro per spartirsi le briciole di qualche aumento). Così, Draghi e la sua ampia maggioranza in estate, senza nessun confronto, con le procedure accelerate del PNRR prima hanno approvato un premio alla formazione solo per qualcuno (il DL 36, nel quadro di una scandalosa revisione del reclutamento dei docenti alle superiori, con un infinito percorso a tappe di selezioni e test prima dell’entrata in ruolo), poi si sono inventati il docente esperto (5mila euro l’anno al termine di un percorso formativo triennale, pochissimi per scuola), ora diventato il docente stabilmente incentivato (un imprecisato sistema di  progressione di carriera, rimandato alla contrattazione collettiva, che radicalizza i principi e prassi della legge 107).

Una realtà che è di (quasi) tutta la conoscenza. In questi anni, le condizioni del personale pubblico si sono sempre più diversificate. La famosa riduzione dei comparti e dei Contratti nazionali (da 11 a 4+1), invece che far convergere diritti e salari, sta producendo una realtà sempre più segnata da particolarità e divergenze. Così, a titolo di esempio, le attuali risorse per il rinnovo contrattuale prevedono aumenti medi di poco più del 4% nella scuola, 6% all’università, quasi 9% negli enti di ricerca. La politica di gerarchizzazione dei salari vale però in tutto il settore. Nell’università non solo si vuole mantenere la logica premiale di Brunetta e Madia, ma si vorrebbe distribuire quanto più possibile dei 50 milioni di euro aggiuntivi attraverso progetti e valutazioni (nessuna indennità, come avvenuto nella sanità). Nella ricerca si sono concentrate le risorse solo sugli enti vigilati MIUR (cioè, escludendo realtà importanti come ad esempio ISS, ISTAT e ISPRA), sperando così di disarticolare un settore che in questi anni ha conquistato con le proprie mobilitazioni stabilizzazioni e risorse. L’unica (piccola) realtà che sembra conoscere una dinamica diversa, con ampie stabilizzazioni e progressioni di carriera, è l’AFAM.

Un tempo di guerra e di crisi. Nel frattempo, il mondo è passato da un emergenza ad un’altra. Mentre già si intravedevano segni recessivi (e l’inflazione cresceva sin dall’autunno), l’invasione Ucraina ha aperto una nuova stagione, segnata da cannoni e carri armati, massacri e bombardamenti, una ripresa significativa e non di breve durata dell’inflazione (oramai sostanzialmente al 10%). L’esplosione del prezzo del gas e delle bollette elettriche è solo l’apice di un aumento generalizzato dei prezzi che taglia tutti i salari, aprendo le porte a razionamenti e una vera propria recessione, mentre le risorse pubbliche si spostano sempre più verso il riarmo e il conflitto internazionale. A pagare in prima fila questa nuova emergenza è ancora una volta l’Istruzione: dalle proposte di chiudere le scuole i weekend alla logica delle sanzioni nella ricerca. Senza dimenticarsi che il nostro contratto non è ancora stato rinnovato (quello del 2019/2021, scaduto praticamente da un anno) e sulla scuola ci sono ancora poche risorse (neanche le tre cifre promesse, molto lontani da quel divario di 350 euro sottolineato dal segretario generale FLC).

Ad esser colpito è tutto il lavoro. Nei settori privati ripartono cassa integrazione, crisi e licenziamenti. Tutto aumenta, per tutti, eccetto i salari. Negli ultimi mesi, in Gran Bretagna e in Germania lavoratori e lavoratrici dei porti e dei traporti hanno ripreso scioperi significativi e prolungati, proprio per chiedere aumenti significativi, in grado di difendere potere d’acquisto e condizioni di vita. Lo scorso anno scolastico si è chiuso con uno sciopero, il 30 maggio, sul salario e contro il DL 36, che ha visto 200mila partecipanti. Allora, dobbiamo ripartire da qui e riprendere subito l’iniziativa: aprire sin da ottobre una stagione di difesa salari e diritti, contro ogni logica di guerra, ogni speculazione e ogni sfruttamento. Nella scuola, nell’istruzione, nella ricerca e nella conoscenza, come in tutto il paese. Al nuovo governo, qualunque esso sia, deve esser posto con forza e nettezza sin da subito l’urgenza e la priorità dell’aumento dei salari: per tutti e reale, non tramite defiscalizzazioni o interventi una tantum (l’inflazione rimane, non viene assorbita!). Per questo, aprendo l’anno scolastico, serve subito uno sciopero contro le morti sul lavoro e contro PCTO e alternanza-scuola lavoro (subito e d’urgenza siano sospesi tutti i progetti, quindi poi vengano semplicemente aboliti questi percorsi nella scuola). Sappiamo però bene che questo non basta: per difendere diritti e salari, bisogna sviluppare una mobilitazione di lungo periodo, a partire da scioperi articolati nei settori e nei territori, facendo crescere nel paese uno sciopero generale che porti finalmente in campo gli interessi del lavoro. Per una svolta reale delle scelte e delle politiche, che non può che esser imposta dalla partecipazione e dalle piazze.

Le radici del Sindacato in FLC

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