Senza lotte non c’è futuro [video]

Eliana Como - prima firmataria del documento Le radici del sindacato

L’introduzione di Eliana Como all’assemblea nazionale del 29 giugno a Livorno, “Le radici del sindacato”, la presentazione ufficiale del documento 2 al XIX Congresso CGIL

Compagne e compagni,

questo teatro e questa assemblea deve essere una festa. Spero sia solo un passo di una storia più grande ma in qualche modo è già un traguardo, non era facile né scontato. Se ci siamo arrivati è solo perché lo abbiamo fatto insieme. Oggi presentiamo da qui, ufficialmente, il documento alternativo al XIX congresso della Cgil e con esso l’esistenza (o la resistenza) di un punto di vista e di una pratica sindacale radicalmente alternativa, conflittuale e di classe dentro il più grande sindacato di questo paese.

Un modo di fare sindacato che abbiamo fatto vivere in questi anni, nelle nostre lotte e nelle nostre vertenze, a partire da quella potente dei compagni del collettivo di fabbrica di GKN, che non ringrazieremo mai abbastanza per averci ricordato che di fronte alla lotta, alla gioia, alla solidarietà di un intero territorio e oltre di un intero movimento, anche uno dei più grandi fondi finanziari del mondo deve rassegnarsi a piegare la testa. La vertenza non è finita, lo sapete, il presidio continua, serve appoggio e solidarietà anche più di prima. Ma aver dimostrato che esiste una alternativa alla rassegnazione alla delusione e alla sconfitta è già una vittoria per tutte e tutti, perché indica una possibilità e soprattutto indica una strada, forse anche un metodo. È la strada della lotta, il metodo del rapporto democratico dentro la fabbrica con l’assemblea dei lavoratori e fuori dalla fabbrica, nella costruzione di una rete di solidarietà e convergenza che dietro la parola insorgiamo, senza settarismi, ma con tanta tanta radicalità e ambizione, ha saputo tenere dentro tutte e tutti quelli che lottano contro una ingiustizia.

La strada che abbiamo davanti in questo congresso non è facile, non ve lo nascondo e lo sapete. Ma abbiamo un’arma e non è nemmeno segreta. È la nostra convinzione, la nostra militanza, la nostra passione. Se c’è una cosa che questa organizzazione ci invidia secondo me è proprio questo. Perché non la decide e non la controlla nessun centro regolatore, non è a disposizione di nessun segretario. Tutti noi qui dentro sappiamo che l’alternativa sarebbe molto più semplice, per mille ragioni. Eppure abbiamo scelto la via più difficile, al bivio, abbiamo deciso di prendere la strada più lunga, in salita. Che però è anche quella più divertente, se non altro perché è la strada della nostra convinzione ed è lastricata di mattoni gialli. Vi ho chiesto di portare qui oggi tutta la vostra gioia per far scoppiare questo teatro, perché la nostra gioia è la nostra forza più grande e ci servirà tutta.

Guardate, i documenti congressuali di solito si presentano a Roma, al limite a Milano, nei nostri palazzi. Se siamo qui oggi è perché abbiamo deciso di fregarcene delle liturgie e di partire da un posto simbolico della nostra storia, in una città di mare e di lotte, perché le nostre parole arrivassero più forte e più lontano possibile. Per questo vi chiedo oggi di farlo scoppiare questo teatro che il botto sia così forte che lo sentono fino a Roma, perché noi vogliamo rivoltarla questa Cgil e non lo faremo in silenzio, accodandoci, brontolando nei corridoi, presentando un emendamento come tanti segretari ci hanno rimproverato in queste settimane di non aver fatto. Se avessimo deciso questo, sarebbe stato per opportunismo. Noi vogliamo rivoltare la Cgil e abbiamo deciso di farlo a viso aperto, a testa alta e con quanto fiato abbiamo in gola.

All’ultimo congresso tanti hanno pensato che bastasse un nuovo segretario, più telegenico, per cambiare la linea. Pochi tra noi ci avevano creduto all’epoca, in ogni caso non c’è stato nessun cambio di rotta.

In questi 4 anni, la Cgil ha continuato a inseguire l’unità a tutti i costi con Cisl e Uil, fino a blaterare di sindacato unico ancora a febbraio alla conferenza di organizzazione a Rimini, e se ora si sono accorti, al congresso della Cisl, che le condizioni non ci sono, è solo perché la Cisl ha detto di NO.

No, le condizioni non c’erano nemmeno a febbraio, perché loro sono il sindacato degli iscritti e non dei lavoratori. Perché si chiamano soci, non compagni e ai congressi invitano e applaudono Salvini e Meloni. E non si vergognano, anzi rivendicano, che i padroni sono i loro alleati.

E il nostro segretario lo sa benissimo, fu lui giustamente nel 2010, quando Fim e Uilm firmarono le deroghe al ccnl e l’accordo FIAT a portarci ai contratti separati. Ma, diciamocelo, Parigi val bene una messa, val bene un contratto nazionale dei metalmeccanici come quello del 2016, che accettava tutto quello a cui avevamo detto di no e che ha fatto da scuola ai padroni, imponendo a tutti, nel 2018, l’IPCA e il Patto per la fabbrica. Ricordiamocelo sempre. E rivendichiamolo: noi non abbiamo cambiato idea.

Anche sullo sciopero del 16 dicembre, non abbiamo cambiato idea. Andava fatto prima. A Natale era tardi. Ma nonostante tutto abbiamo convinto le persone a scioperare. Per poi ritrovarci in piazza del popolo il 18 giugno senza i lavoratori e le lavoratrici. A parlarci addosso di una mobilitazione che verrà senza sapere da dove e come.

Sono passati quasi 7 mesi e non ci sono meno ragioni per proseguire quella mobilitazione. Ce ne sono di più. Perché il tavolo sulle pensioni è rimasto una illusione e perché nel frattempo l’inflazione ci ha reso più poveri. Per mesi non abbiamo detto niente su questo. Ora lo diciamo, finalmente, ma è già tardi, è ora di smettere di dire e iniziare a fare.

È per questo che presentiamo un documento alternativo. Oggi serve, più che mai, una Cgil antagonista e conflittuale, che sappia contrapporsi a un governo di sciacalli e a una Confindustria di avvoltoi. Non serve moderazione, ma al contrario maggiore radicalità.

É la condizione stessa di chi rappresentiamo a dirlo. Negli ultimi 30 anni, in Italia, i salari reali sono diminuiti, gli orari medi sono più lunghi, la precarietà è aumentata, tre persone al giorno in media muoiono sul lavoro, abbiamo il sistema pensionistico peggiore d’Europa, il tasso di occupazione delle donne è molto più basso della media europea, soprattutto al Sud, dove ogni 10 minuti un giovane parte per emigrare.

È ora di dire basta, ma non basta dirlo. Perché se questa è la condizione della nostra classe, vogliamo ammetterlo! I padroni sono una malarazza, i governi fanno i loro interessi, ma quale è la responsabilità del sindacato? Fosse anche solo un decimo, noi dobbiamo metterci in discussione e finalmente cambiare.

Nel documento della segreteria nazionale c’è scritto che bisogna alzare i salari, abolire la precarietà, ridurre l’orario di lavoro per legge. Tutto bello, ma per cambiare, la Cgil deve prima di tutto mettere in discussione la linea che il gruppo dirigente ha accettato e praticato in questi decenni.

Quel grafico che tutti conosciamo che ci mostra i salari italiani andare indietro ha un punto di partenza e non è casuale. Il 31 luglio di quest’anno saranno passati 30 anni tondi tondi dal primo protocollo della concertazione, quello che cancellava definitivamente la scala mobile e apriva alla riforma della contrattazione un anno dopo. Volarono i bulloni all’epoca. Prima o poi, sarà ora di fare il bilancio.

Allora, è ora di alzare i salari, bene, allora cancelliamo l’IPCA, il patto per la fabbrica e il patto per l’innovazione di Brunetta nel settore pubblico, rivendichiamo aumenti veri nelle piattaforme. E soprattutto ribaltiamo il paese, qualsiasi cosa noi chiediamo, che sia il salario minimo o la scala mobile, questo governo non ce lo darà. Ce lo dobbiamo prendere. E non ce lo riprenderemo se tuoniamo che bisogna alzare i salari, ma poi chiediamo, per favore, la detassazione, che al limite senza la patrimoniale, finiamo per pagare di nuovo noi, con altri tagli alla sanità e allo stato sociale.

Vogliamo alzare i salari? Bene, iniziamo a mettere in discussione le scelte fallimentari fatte fin qui.

Con il rinnovo dei metalmeccanici nel 2021, mentre scrivevamo che avevamo piegato Federmeccanica, Federmeccanica piegava noi, con un ccnl che dura fino al 2024 e una riforma dell’inquadramento professionale scritta da loro, in cambio di un aumento a 3 cifre che in meno di un anno è stato risucchiato dall’inflazione, con importi erogati ex post. A giugno abbiamo preso 25 euro, con una inflazione al 6,7%! 25 euro per piegare Federmeccanica, così che intanto a lorsignori restano in tasca i soldi: ci pagheranno 88 euro (che non è l’inflazione ma l’ipca), non oggi ma a giugno del ’23. Fate la differenza, sono 1100 euro per ogni operaio di 5 livello che restano in tasca ai padroni.

Bombassei, il padrone della Brembo, li ha presi e glieli ha dati direttamente agli operai, come regalo, dicendo loro una cosa semplice: “il sindacato non conta niente perché i soldi te li do io direttamente”. Lui è falco, ma quei soldi in tasca glieli abbiamo lasciati noi. O mettiamo in discussione le scelte fatte, o facciamo autocritica, o continuiamo a sbagliare. E poi davvero non serviamo più a niente.

La condizione per farlo è archiviare anni di compatibilità, di moderazione salariale, di rassegnazione. Rompiamo quel senso di impotenza e di sconfitta, che vedrete nel congresso spargeranno a piene mani per dire che siamo degli ingenui, che belle le vostre parole ma i lavoratori non si mobilitano.

Lo so che non è facile mobilitare i lavoratori, dopo decenni di precarietà, di appalti e subappalti, certo che non è facile. Ma siamo noi in discussione, non loro. Nel congresso è la linea di un gruppo dirigente a essere giudicata, non viceversa il gruppo dirigente a giudicare i lavoratori. Un sindacalista che dice che i lavoratori non si mobilitano per me fa bene a cambiare mestiere.

Siamo noi a dover proporre loro un’altra strada. Non nascondiamoci dietro alla precarietà e alla paura dei lavoratori per dire che in realtà è il nostro gruppo dirigente ad aver paura, a volte una paura reverenziale a opporsi a governi e imprese, quasi come se si sentisse in colpa.

Ma in colpa di che!

Loro tagliano la sanità pubblica,

logorano la scuola, tollerano evasione e corruzione,

loro inquinano, devastano, saccheggiano,

loro ci fanno lavorare fino a 67 anni,

loro non rispettano le norme di sicurezza sui posti di lavoro, manomettono le macchine per guadagnare mezzo secondo sulla produzione,

loro sono quelli che hanno fatto pressioni perché non chiudesse la Val Seriana a fine febbraio 2020!

E noi ci sentiamo in colpa.

Loro, aggiungo, sono quelli che hanno messo Moretti a fare l’AD di Leonardo nonostante fosse già stato indagato per la strage di Viareggio, dove, proprio oggi, 13 anni fa, 32 persone sono bruciate vive perché la sicurezza è un costo su cui lui ha deciso di risparmiare…

Loro sono questo e noi siamo quelli che si sentono in colpa a proclamare sciopero. Vi ricordate il 16 dicembre, i nostri segretari a balbettare in tv, a giustificarsi, quasi a scusarsi, quando ci dicevano a reti unificate, dopo due anni di pandemia non vi vergognate a proclamare sciopero. No non ci vergogniamo. Vergognatevi voi che dopo due anni di pandemia fate una guerra nel cuore dell’Europa.

Lo sciopero è un diritto. Anzi, lo sciopero è il più bello dei diritti. Perché non è un diritto di tutti. È un diritto che spetta solo a noi, per riequilibrare una condizione che di uguale non ha niente. Lo sciopero è l’architrave della nostra Costituzione. È la nostra stessa dignità. Perché in fabbrica non siamo uguali, comanda ma il padrone, ma grazie allo sciopero posso guardarti in faccia e dirti: comandi tu, è vero, ma se io incrocio le braccia da qui non esce un bullone.

Lo sciopero non è salvifico e non basta dichiararne due all’anno per testimoniare che esiste questa o quella sigla sindacale. Non è questo che intendiamo, anche se lo diranno per banalizzare le nostre posizioni. Il punto è che, se vogliamo cambiare lo stato di cose presenti, non c’è altra strada che ricostruire i rapporti di forza, mobilitare il paese, fare sul serio e fino in fondo, perché la pratica di questi anni è stata un’altra, con uno sciopero generale ogni 7 anni, in ritardo e di testimonianza. E il bilancio è tutto a nostro sfavore. Senza conflitto non otterremo un decimo di quello che ci hanno portato via in questi anni.

Presentiamo un documento alternativo perché vogliamo tornare alle radici del sindacato. Io sono orgogliosa delle mie radici: nel 1921 mio nonno, che non ho mai conosciuto, era in questo teatro e uscì insieme agli altri per andare al San Marco a fondare il Partito Comunista. Ne sono orgogliosa, ma non perché penso di affrontare le sfide del futuro guardando al passato, organizzare i riders come si organizzavano le catene di montaggio del Lingotto negli anni ’50. Sarebbe da folli. Quello che intendiamo è un’altra cosa, cioè che tu devi interrogarti certo sull’innovazione, conoscerla, anticiparla se possibile, ma alla fine dei conti resta una cosa: senza lotte non c’è futuro.

Qualcuno si è messo lì a chiedersi quali fossero poi queste radici, se la storia della Cgil fosse più o meno riformista di quella di oggi, se questo o quel segretario del passato lo fossero di più o di meno. Ve lo dico, a me non me ne frega niente. Per me le radici del sindacato sono sempre state solo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, non questo o quel segretario.

Le nostre radici sono nelle lotte dei braccianti, degli edili, dei ferrovieri, dei metalmeccanici, dei portuali, delle mondine, delle operaie tessili, di tutti quelli e quelle che nel secolo scorso si organizzarono per far vivere il sindacato quando non esisteva.

Le nostre radici sono nel silenzio degli operai di Mirafiori che non applaudirono Mussolini.

Sono negli scioperi del 1943, sono nella resistenza, sono a Portella della Ginestra, sono il 30 giugno del 1960 a Genova quando le lotte operaie fecero saltare il congresso del MSI, domani ci sarà un corteo a Genova per ricordarlo.

Le nostre radici sono nelle lotte operaie del 69, nei movimenti degli anni 70.

Sono in tutti quei sindacalisti ammazzati dalla mafia, sono a Cinisi, nella storia e nella casa di Peppino Impastato.

Sono nella resistenza alla Fiat nel 1980, sono negli autoconvocati, sono a Genova 20 anni fa, sono nei 21 giorni di Melfi, al carroponte della INNSE, negli scioperi contro la Buonascuola nel 2015.

Sono da sempre alla Same, in Electrolux, in Fincantieri a Palermo dove i lavoratori hanno scioperato per due anni per difendere il diritto alla pausa mensa.

Sono nelle lotte a volte disperate contro lo sfruttamento più bieco nella logistica, contro il caporalato nelle campagne.

Le nostre radici sono alla GKN. E sono radici forti, che spaccano il cemento.

Le nostre radici sono anche negli scioperi di marzo del 2020, quando fermammo noi le fabbriche, prima di un lockdown arrivato tra fiumi di deroghe e fuori tempo massimo.

Il 22 marzo, quando il governo decise per decreto la chiusura delle fabbriche non essenziali, nella mia città, a Bergamo, c’erano già stati 4000 morti per covid. In meno di due mesi arrivarono a 6000. A me non era mai capitato di implorare la chiusura di una fabbrica. Me lo raccontavano i compagni dell’Ilva, cosa significa provare a difendere il lavoro in un quartiere come Tamburi a Taranto, dove quando tira il vento i bambini non possono andare a giocare in cortile per non respirare i veleni dell’acciaieria. Me lo raccontavano, ma un conto è sentirlo un altro è viverlo. Ho provato rabbia contro quel #bergamoisrunning e rabbia anche quando ci dissero che Cgil Cisl Uil avevano firmato il protocollo anticovid. Ho avuto rabbia perché non avevano capito niente.

Il ruolo del sindacato nella primavera del 2020 non era quello di sedersi al tavolo a firmare protocolli per compiacersi che forse in qualche grande fabbrica avremmo contrattato la sicurezza, mentre nelle piccole non avevamo idea cosa accadeva e mancavano le mascherine negli ospedali e nei supermercati. Il ruolo del sindacato poteva essere solo uno: fermare la produzione, fermare tutto quello che non era essenziale e indirizzare tutte le risorse a chi stava in trincea a lottare contro il Covid a mani nude, prima di tutto a quei lavoratori e quelle lavoratrici della sanità diventate da un giorno all’altro eroi e eroine per 1.500 euro al mese.

Credevo che quella strage, quella fila di camion dell’esercito che portavano via i morti dal cimitero della mia città, dovesse essere uno spartiacque, dopo il quale mai più un euro doveva essere tolto alla sanità pubblica, ai medici di base, alla medicina territoriale, dopo il quale mai più un euro doveva finire alla sanità privata. Dopo il quale la scuola, i servizi sociali, i trasporti pubblici diventavano la priorità.

Invece dopo due anni, fiumi di risorse a debito di cui a noi sono rimaste le briciole e i debiti da pagare, sono andate di nuovo alle imprese, sono state decise nuove privatizzazioni nel decreto concorrenza, la scuola è di nuovo nel caos, il trasporto pubblico locale lo stesso, la sanità è l’ultima delle voci di spesa, Veneto e Lombardia hanno privatizzato quello che rimaneva da privatizzare, è andata avanti indisturbata la autonomia differenziata, che allargherà ancora di più il divario tra nord e sud del paese.

E ora, non contenti, aumentano le spese militari.

La guerra è brutta e fa male. Noi condanniamo senza riserve la guerra in Ucraina e l’occupazione militare russa. Questa guerra è uno spartiacque che sta portando tutti i grandi paesi europei al riarmo, in nome di una contrapposizione tra blocchi di cui non sentivamo la mancanza. Ma la guerra è brutta e fa male sempre, nello Yemen, in Palestina, nel Rojava. I dittatori sono dittatori sempre: si vergogni la Svezia che scarica il popolo curdo e il PKK per chinare la testa di fronte a un dittatore fascista come Erdogan, pur di entrare nella Nato. Anche i profughi sono profughi da qualunque guerra o carestia stiano fuggendo.

Quando bruciò Notre Dame a Parigi qualcuno disse che li bruciava l’Europa. Forse, ma io credo che l’Europa brucia da anni nel Mediterraneo a ogni naufragio e a ogni respingimento nei lager libici. È bruciata questo inverno al confine tra Bielorussia e Polonia. È bruciata a Melilla qualche giorno fa. E non basta dire che ci dispiace.

Fermare la guerra non vuol dire vincerla, ma trovare soluzioni diplomatiche per cessare il fuoco. I governi europei che stanno inviando armi al governo ucraino, non vogliono fermare la guerra, vogliono vincerla. Ma la guerra la vincono solo i potenti, ovunque essi siano. Chi perde, ovunque, sono le classi popolari, le donne, i bambini, le popolazioni. È responsabilità del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici mobilitarsi, per fermare la guerra, a partire da qui, dire no all’aumento delle spese militari, no all’invio di armi, no alle basi nato nel nostro paese.

Chi perde la guerra, in questo caso, è il pianeta stesso, non soltanto per il rischio che una guerra mondiale diventi una guerra nucleare, ma a monte perché in questa guerra la prima cosa che è saltata, è proprio la salvaguardia del pianeta. Come se niente fosse sono tornati a parlare di nucleare, di trivellazioni nel mare, persino di carbone, compriamo il gas dagli USA che lo estraggono con il fracking. Quanto ancora ci diremo che oggi fa soltanto caldo, quanta sete dovranno avere i nostri fiumi prima che chi ci governa capisca che non esiste urgenza più grande di questa.

I ragazzi e le ragazze invece lo hanno capito benissimo e noi dobbiamo essere con loro. Le loro manifestazioni di questi mesi sono la cosa più bella che abbiamo. Se scriviamo che senza lotte non c’è futuro, lo facciamo prima di tutto per loro. La mia generazione ha trovato un mondo peggiore di quello che ci era stato promesso. Facciamo tutto quello che possiamo per lasciare a questi ragazzi e a queste ragazze il loro spazio e il loro protagonismo, la loro voglia di cambiare il mondo, non appiccichiamogli addosso le nostre sconfitte e i nostri fallimenti.

Fanno bene a dire NO all’alternanza scuola lavoro, a dire che la scuola non deve insegnare un mestiere ma la creatività, la capacità critica, l’arte la musica, l’accoglienza.

La scuola deve insegnare la bellezza, noi in questo paese ne abbiamo da vendere ma la maltrattiamo, la svendiamo, ce ne dimentichiamo. Vi confesso che il mio sogno sarebbe un categoria della Cgil tutta dedicata all’arte, dove organizzare i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo, dei musei, delle biblioteche, i restauratori, gli archeologi, i cantanti e i ballerini, i tecnici, le maestranze, costumiste e scenografi.

Che insegni questo la scuola ai ragazzi e alle ragazze non a fare andare un tornio o una fresatrice, che avranno tempo per impararlo. La scuola deve insegnare a essere persone migliori, non un altro mattone nel muro. È la condizione perché siano domani lavoratori e lavoratrici consapevoli dei propri diritti e della propria dignità.

Una delle cose più feroci che ho visto fare a questo governo è stata ordinare alle forze dell’ordine di caricare a febbraio gli studenti e le studentesse che manifestavano davanti alle sedi di Confindustria. Le stesse forse dell’ordine che a ottobre hanno accompagnato i fascisti in corso Italia, mano per la mano, a devastare la nostra sede. Le stesse che da mesi non sanno trovare chi imbratta i nostri muri con deliranti e odiose scritte no vax, l’ultima alla CDL di Torino a cui va tutta la nostra solidarietà.

Sul razzismo, il fascismo, l’odio sociale dico solo questo. Non basta restare umani, bisogna praticare la militanza antifascista nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle piazze. Pretendiamo, con l’ANPI, che le organizzazioni neofasciste siano messe al bando. Combattiamo il razzismo ovunque si annida, nei decreti sicurezza, nella bossi-fini, in ogni discriminazione. Combattiamolo in ogni posto di lavoro, sulle linee, alle macchinette del caffè, ovunque la propaganda di odio induca i lavoratori e le lavoratrici a pensare che il nemico non è chi ti sfrutta ma chi è sfruttato peggio di te.

Anche la lotta al sessismo e al patriarcato sono parte stessa della nostra pratica sindacale. Siamo contro ogni discriminazione contro le donne, sul salario, sugli orari di lavoro, sui pt imposti, sulle pensioni. Ma siamo anche contro il familismo, contro la violenza di genere dalle molestie al femminicidio, siamo per l’autodeterminazione e il diritto all’aborto. La sentenza della corte suprema degli USA è la vittoria della destra sessista e reazionaria, è la vittoria del patriarcato e di chi vuole controllare i corpi e la libertà delle donne. È la dimostrazione che nessun diritto è per sempre, che ogni cosa che abbiamo conquistata con le lotte dobbiamo difenderla con le lotte. Dopo questa sentenza è ancora più urgente: la Cgil si impegni a costruire un rapporto con il movimento di NUDM e finalmente dichiari e pratichi come noi facciamo da sette anni lo sciopero internazionale e transfemminista dell’8 marzo.

La sentenza della corte suprema è un attacco ai corpi delle donne e alla nostra autodeterminazione, ma travolge tutte e tutti coloro che non si rassegnano al sistema patriarcale e alla sua medioevale visione dei corpi e dei generi. Guardate questo per noi non è una cosa in più, ci riguarda, come sindacalisti e sindacaliste prima ancora che come persone. Cloe Bianco si è ammazzata perché questa società bigotta e sessista pensa che una donna trans non si sa che lavoro possa fare, ma di certo non l’insegnante. Cloe è stata giudicata, demansionata, punita, umiliata come donna trans e come lavoratrice. Il suo suicidio è un monito a tutte e tutti noi. Per chi fa sindacato, diritti civili e diritti sociali non sono due cose diverse, sono la stessa cosa, non viene prima l’uno o prima l’altro, il prossimo che me lo dice, giuro lo ribalto. Perché chi divide, chi mette gli uni contro le altre o viceversa, lo fa per renderci tutte e tutti più deboli ed è nostro nemico.

Ultime due cose. Ci diranno che noi diciamo sempre di NO. Può essere, a me fa più paura chi, dentro la nostra Cgil, e sono tanti, dice sempre di sì, per fedeltà, per quieto vivere, perché ha paura di dire cosa pensa veramente, per non schierarsi contro il suo segretario. I delegati e le delegate che dicono NO di solito hanno più coraggio, devono studiare di più, devono argomentare le loro ragioni, sanno dire di no al segretario perché hanno già detto di no al padrone. La Cgil invece di averne paura, tentare di imporre loro cosa devono dire, fare o firmare, dovrebbe portarli su un piatto d’argento, a esempio per tutti gli altri. Sono proprio i delegati che hanno il coraggio di dire cosa pensano a essere la parte migliore della Cgil. Ed è a loro principalmente che vorrei poter parlare in questo congresso, anche oltre la maggioranza e minoranza, che a volte sono di per sé un concetto burocratico.

Noi ci chiamiamo Le radici del sindacato anche per questo. Da un lato significa recuperare, come dicevo prima, le radici di una Cgil conflittuale e di classe e nel senso letterale di essere “radicali”. Dall’altro, significa ribaltare l’organizzazione, dare centralità ai delegati e alle delegate, stare vicino ai lavoratori e alle lavoratrici. “Siamo dove sei” non deve essere soltanto uno slogan. Il “sindacato di strada” non deve essere solo uno slogan. Soprattutto in quei settori più deboli, dove a volte la tutela collettiva è un lusso e fai quello che puoi, nella tutela individuale, a volte portando coperte nelle baracche se serve. Fino a quando non riesci a organizzare i lavoratori collettivamente e mandi in galera 4 caporali, come è accaduto a Saluzzo poche settimane fa. Questa è la Cgil migliore che c’è, quella che noi vogliamo.

Chi ha pensato che cambiare un segretario generale sarebbe servito a cambiare l’organizzazione era destinato a sbagliarsi. È dalle radici che si innaffia e si cura un albero e solo così torna a fiorire.

Ci diranno anche che chiediamo troppo, che siamo sognatori e sognatrici. Io non credo che chiediamo troppo. Chiediamo quello che una settimana fa hanno fatto i lavoratori e le lavoratrici dei trasporti nel Regno Unito: bloccare il paese, contro il caro vita, i licenziamenti, i tagli allo stato sociale. È chiedere troppo. Se lo fanno loro, con un governo che apertamente attacca il diritto di sciopero, non solo possiamo farlo anche noi, ma dobbiamo farlo anche noi. Per non lasciarli soli e perché le ragioni per cui scioperano loro sono le nostre stesse ragioni.

E in ogni caso, meno male che siamo sognatori. Come si fa a fare sindacato senza esserlo! Se qualcuno mi dirà così nel congresso, gli risponderò che forse il problema è proprio che tanti di loro hanno smesso di sognare. Io è da Genova che sogno un mondo più giusto e sono orgogliosa che, nonostante tutto, i miei sogni siano, come allora, irrinunciabili, ostinati, testardi e resistenti. Se non abbiamo un sogno noi, come pensiamo che possano avercelo i lavoratori e le lavoratrici di questo paese.

Con questo spirito vi invito ad affrontare il congresso. Sognate, lottate e divertitevi anche. Come cantano i compagni di GKN, fino a che ce ne sarà.

Come mi insegnano i miei gabbiani, vola solo chi osa farlo.

Eliana Como – prima firmataria del documento Le radici del sindacato

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