Sulla assemblea organizzativa. Quale orizzonte sindacale.

Un contributo critico alla discussione.

Dando seguito a quanto è stato deciso nella assemblea del 12 luglio a Milano, organizzata da RiconquistiamoTutto e Democrazia&Lavoro, proponiamo questo testo come nostro contributo alla conferenza di organizzazione Cgil, che si aprirà nei prossimi giorni. Al direttivo nazionale abbiamo votato contro le 11 schede e lo faremo anche nelle varie assemblee organizzative. Il testo vuole essere un indirizzo alla discussione. Chi lo ritiene può anche consegnarlo firmato nella sua assemblea organizzativa.

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Sulla assemblea organizzativa. Il nostro contributo critico alla discussione.

Questa assemblea organizzativa si tiene nel pieno di un autunno che dovrebbe vedere la Cgil impegnata prima di tutto nella mobilitazione contro le ristrutturazioni, il Governo Draghi e le politiche apertamente filo padronali che sta portando avanti, anche nell’applicazione del PNRR, un piano di risorse a debito che dovremo ripagare in futuro, anche in termini di politiche di austerità, concepito oggi sulla difesa della sola libertà d’impresa, in contrasto con una visione generale dello stato sociale pubblico, finalizzato anch’esso, in quella logica, agli interessi dei privati.

Politiche che accentuano le disuguaglianze nel paese e distribuiscono gran parte delle risorse a imprese, grandi opere e mercato invece che allo stato sociale pubblico e alla salvaguardia ed estensione dei beni comuni. Perdipiù, con l’improvviso innalzamento dei prezzi di materie prime, dell’energia (luce e gas con aumenti a due cifre) e della componentistica, in particolare di importazione, che, in assenza di una politica contrattuale rivendicativa, rischia di scaricarsi rapidamente, già entro fine anno, sui prezzi al consumo e quindi sul potere d’acquisto.

La crisi del sistema economico, finanziario e produttivo, generata a livello planetario dalle contraddizioni di un sistema sempre più votato allo sfruttamento delle risorse, pone l’obbligo di una modifica dello stesso sistema della rappresentanza. Noi riteniamo che la Cgil debba ispirarsi, anche organizzativamente, a un modello basato sulla partecipazione democratica e sulla costruzione delle lotte.

La Cgil dovrebbe promuovere una mobilitazione generale contro la degenerazione delle condizioni normative e contrattuali, contro la precarietà, per la riforma degli ammortizzatori sociali e delle pensioni (in particolare in vista della scadenza a dicembre di Quota 100), per la difesa dello stato sociale e della sanità pubblica, dell’istruzione pubblica, per le vertenze per i rinnovi contrattuali, per contrastare gli effetti negativi della digitalizzazione, dello sfruttamento dei dati e del controllo pervasivo della prestazione, per la patrimoniale, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per le nazionalizzazioni, contro le spese militari e contro l’involuzione repressiva delle lotte sindacali e della libertà di esprimere il dissenso. A monte di tutto, dovrebbe promuovere una iniziativa sulla sicurezza e sui morti sul lavoro, soprattutto per pretendere più controlli e più risorse agli ispettori. È inaccettabile che in un paese tra i più industrializzati al mondo, muoiano mediamente tre persone al giorno, non a causa di “incidenti” ma per il mancato rispetto delle norme minime di sicurezza.

In particolare, la Cgil dovrebbe essere in campo in queste settimane nelle lotte e nelle mobilitazioni aperte, a partire da quella esemplare di Gkn, fino allo sciopero generale, contro i licenziamenti collettivi e per pretendere dal governo una legge che impedisca le delocalizzazioni di imprese e fondi di investimento che, senza scrupolo e senza alcuna ragione di mercato, chiudono stabilimenti dopo aver preso risorse pubbliche per andare a speculare altrove. Siamo invece qui, impegnati in una discussione sull’organizzazione, che rischia di essere autoreferenziale e lontana dai bisogni concreti del mondo del lavoro e dei pensionati/e.

Lontana soprattutto dalla necessità che abbiamo di incidere sul dibattito politico mobilitando il paese per dare risposte a chi rappresentiamo. Una discussione sull’organizzazione dovrebbe porsi il tema di una vera trasformazione del nostro sindacato per l’allargamento della rappresentanza, su basi di classe e nella tradizione rivendicativa, democratica e conflittuale delle lotte del movimento operaio, finalmente riprendendo una linea di antagonismo alla controffensiva padronale, impegnandosi nella necessaria costruzione dei rapporti di forza nei posti di lavoro e nel dialogo con i movimenti sociali, anche per intercettare quei tanti lavoratori e lavoratrici, soprattutto giovani e più precari, lontani dalla rappresentanza tradizionale e per tutelare il lavoro che nelle trasformazioni digitali.

Per fare questo dovremmo avere il coraggio di ribaltare l’attuale linea politica della Cgil, sempre più indirizzata a una logica istituzionale di concertazione deferente con il Governo, di subordinazione ai palazzi della politica, di unità a tutti i costi con i vertici di Cisl e Uil e sempre più centrata sui servizi, sugli Enti Bilaterali che minano l’universalità del nostro stato sociale e sul welfare integrativo, con il quale la stessa contrattazione contribuisce a indebolire il sistema pubblico invece che difenderlo come dovrebbe.

Dovremmo anche mettere in discussione il modello verticistico e gerarchizzato che sempre più caratterizza, ad ogni livello, la Cgil. Quello in cui un segretario piuttosto che i centri regolatori decidono per tutti/e, all’interno di uno schema sempre più burocratico e legato, anche nella scelta dei gruppi dirigenti e degli apparati tecnici e politici, a logiche di fedeltà, sempre meno trasparenti e sempre più lontane dal rapporto con i luoghi di lavoro, verso i quali invece bisognerebbe periodicamente tornare.

In questa assemblea organizzativa, si propone piuttosto un ulteriore accentramento verticistico dell’organizzazione, proponendo la concentrazione nazionale di tutti i dati delle iscritte e degli iscritti. Trasferire il baricentro della nostra iniziativa verso i luoghi di lavoro e i territori, significa invece trasferire risorse economiche e politiche alle Rsu e ai Comitati degli iscritti/e cui vanno affidate, con reale cessione di sovranità, titolarità organizzative e politiche.

Andrebbe affrontato anche il tema della razionalizzazione delle risorse, anche immaginando una progressiva riduzione dei centri di costo, a partire dalle riflessioni sulla funzionalità delle strutture regionali.

Anche il tema della rappresentanza di genere dovrebbe essere affrontato in modo molto più profondo di come si fa a parole, a partire dal mettere in discussione i meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti tutti basati su logiche di appartenenza e competizione, nonché le modalità stesse del nostro lavoro e delle nostre riunioni. Bisognerebbe riconoscere e dare valore ai percorsi di autonomia e di autodeterminazione dei luoghi delle donne, anche valorizzando il rapporto con i movimenti transfemministi e LGBT+, nella loro complessità e varietà, compreso quello di Non Una di Meno. Rispetto al tema della violenza maschile contro le donne e di ogni loro discriminazione dovremmo avere finalmente il coraggio di aprire una discussione, a partire dai luoghi delle donne, sullo sciopero dell’8 marzo invece che arrivare ogni anno a ridosso di questo appuntamento con decisioni calate dall’alto che strozzano ogni tipo di riflessione o dibattito, aumentando la distanza coi movimenti.

Altrettanto vale per la rappresentanza dei e delle migranti, rispetto alla quale scontiamo un ritardo ancora più imperdonabile, a ogni livello dell’organizzazione, dalle Rsu fino agli organismi dirigenti e alle segreterie.

Nello stesso modo, questa conferenza di organizzazione, pur parlando tanto di partecipazione, centralità, coinvolgimento e formazione dei delegati/e, non affronta realmente il tema, a partire dal fatto che queste cose sono lontane anni luce da come in realtà funziona l’organizzazione. I delegati/e, invece che essere messi al centro della nostra organizzazione, rischiano di rimanerne ai margini, chiamati perlopiù a esprimere voti di fiducia a questo o a quel segretario o a battere le mani in grandi assemblee, dove sono i vertici a decidere chi interviene. Cosa che sarà ancora più accentuata, se, come si propone, verrà introdotto un terzo livello ancora più largo, l’assemblea confederale di base, dove sarà ancora più difficile un percorso reale di discussione e confronto. Per un reale processo di partecipazione democratica, che dia centralità ai luoghi di lavoro, come sarebbe necessario, dovremmo avere piuttosto il coraggio di dare ai delegati/e e ai comitati degli iscritti maggiore autonomia politica, contrattuale e di risorse, eleggere ovunque le RSU invece che le RSA, fare una formazione diffusa e costante per rendere i delegati/e il più possibile autonomi, praticare percorsi reali di partecipazione democratica nei nostri organismi e in tutti i processi contrattuali (piattaforme e accordi). È anche necessario e urgente, di fronte a rapporti sempre più difficili con le imprese, porsi il tema della difesa dei nostri i delegati/e e degli Rls sui posti di lavoro, non soltanto nel naturale sostegno nelle vertenze e nei casi di licenziamento, ma, a monte, mobilitandoci per riconquistare lo Statuto dei Lavoratori e le tutele, a partire dall’articolo 18, che garantivano la possibilità di fare sindacato in modo conflittuale dentro i posti di lavoro.

Dare centralità ai delegati/e significa anche rispettarne l’autonomia e le idee quando sono diverse da quelle degli apparati e quindi presuppone il rispetto e anzi la valorizzazione del pluralismo, ad ogni livello, come linfa vitale per la Cgil, mentre oggi chi esprime posizioni di dissenso, pur dentro le regole comuni che abbiamo, è a mala pena tollerato nell’organizzazione.

Dovremmo verificare l’efficacia della nostra comunicazione, operando una seria rivisitazione del sistema di reperimento delle nostre risorse che troppo spesso hanno seguito logiche da spoil system. Al tempo stesso, mettere in discussione l’idea sempre più propagandistica e populista della nostra comunicazione nazionale, che, come bene abbiamo visto questa estate sul tema green pass e vaccini, rischia di subordinare decisioni importanti all’oscillazione degli umori dei social.

Sempre più spesso, in mancanza di un dibattito nelle sedi opportune (assemblee nei luoghi di lavoro, direttivi ecc) i delegati/e si trovano a leggere sui giornali o sui social cosa la nostra organizzazione ha deciso e su di loro è poi scaricato il peso di praticare le decisioni assunte e calate dall’alto. La comunicazione e l’uso dei social, su cui peraltro la nostra organizzazione arranca in termini di visibilità e orientamento delle opinioni, sono ovviamente importanti e vanno praticati di più e meglio, ma senza mai dimenticare che è attraverso i delegati/e, principalmente, che quelle decisioni vengono poi praticate ed è attraverso la loro credibilità che la Cgil si radica e fa iscritti.

È da questo che va affrontato il tema del calo degli iscritti/e, a partire dal fare autocritica sulle scelte politiche di questi anni. È sbagliato affrontarlo pensando che la soluzione passi dalla centralità del territorio intesa come sedi che erogano servizi o dalla propaganda sui social. Il problema sono le scelte politiche e la credibilità che da esse deriva all’interno dei posti di lavoro, che devono rimanere il nostro baricentro e il fatto di non saper rappresentare come dovremmo i precari/e e i lavoratori/lavoratrici degli appalti, il fatto di essere spesso percepiti come la stessa cosa della politica.

Le 11 schede pongono centinaia di temi in discussione, alcuni dei quali da discutere statutariamente al Congresso, troppi per poter davvero pensare che ci sia una discussione reale, senza che invece, dopo tutte queste assemblee, la sintesi non sia calata dall’alto. Si affrontano tanti temi, senza indicare le proposte e senza avere il coraggio di mettere al centro della discussione una proposta alternativa, che aldilà dei singoli punti, proponga una visione generale di una Cgil di classe, meno centrata sui servizi e più presente sui posti di lavoro, non impantanata dentro l’unitarietà di vertice con Cisl e Uil, meno verticistica, più democratica e più centrata davvero sui delegati/e, quindi anche meno concertativa e più rivendicativa.

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