L.Scacchi: i disallineamenti del lavoro, la necessità dello sciopero

Intervento al Direttivo nazionale FLC del 9 settembre 2021

Grazie Renato [Comanducci, presidente del Direttivo FLC], care compagne e cari compagni,
io credo che una delle caratteristiche, una delle dimensioni, di questa lunga stagione politica sindacale, sia la frammentazione, la divisione, del lavoro. Non solo tra pubblici e privati, una frattura che ha segnato spesso la storia di questo paese e segna la nostra categoria [visto che oramai oltre 150mila lavoratori e lavoratrici con contratti privati fanno capo a settori seguiti dalla FLC]. Non solo tra precari e lavoratori/lavoratrici a tempo indeterminato [una linea di demarcazione che ha pesato molto negli ultimi decenni, con l’esplosione della precarietà in tutti i settori]. Oggi siamo di fronte ad una frattura che in qualche modo attraversa e pesa in tutte le situazioni, in una dinamica in cui lavoratori e lavoratrici perimetrano le proprie rivendicazioni, ma anche le proprie identità, la coscienza dei propri interessi collettivi, alle proprie realtà immediate, in termini di stabilimento o di specifiche condizioni professionali o ancora in termini di specifici percorsi.

Guardate, parto da qui, e sottolineo questo elemento, perché io credo che questa sia una situazione che stiamo affrontando come FLC, forse per la prima volta con questa chiarezza e con questa dinamica. Cioè, come ha anche richiamato Francesco [Sinopoli, segretario generale FLC] nella sua relazione, forse per la prima volta affrontiamo una netta differenza, un disallineamento marcato tra i nostri diversi settori.

Prima di tutto quella dei privati, mi viene da dire. In crescita, in termini di iscritti e in termini di peso delle sue dinamiche. Ogni tanto i compagni e le compagne del privato lo sottolineano. Oggi questa realtà si trova pienamente immersa e coinvolta dal grande rilancio della precarietà e della precarizzazione del lavoro. Un rilancio reso evidente dai dati di questa estate, che mostrano una sua espansione sopra i livelli del 2018/2019, al di là di tutta la retorica che si è fatto sul reddito di cittadinanza e la presunta difficoltà ad assumere persone in questa stagione. Questi settori, però, sono ancor di più segnati dal riavvio dei licenziamenti (con la fine del blocco) e dalla crisi generale [che porta inevitabilmente a ridimensionamenti e chiusure in diverse realtà della conoscenza]. Se balza quindi agli occhi il solco interno anche alla nostra categoria tra pubblici e privati, in primo luogo su stabilità e sicurezza del lavoro, dobbiamo però registrare anche evidenti differenze tra i diversi settori del pubblico.

L’AFAM [l’alta formazione artistica e musicale, come i conservatori e le accademie]. E’ un settore piccolo di cui spesso non parliamo [con poco più di 10mila lavoratori e lavoratrici nel suo complesso]. Però oggi sta conoscendo una stagione sindacale incredibile, incredibilmente positiva, totalmente in controtendenza. Forse la stagione più positiva della sua storia, con la statalizzazione di quasi tutti i suoi enti locali (solo la Valle d’Aosta non ha voluto), la stabilizzazione del suo precariato (una parte significativa del suo organico, pari se non superiore alle proporzioni della scuola, che oggi avvia un reale percorso di inserimento nei ruoli), addirittura un percorso di avanzamento generalizzato di carriera, con il passaggio di tutto i docenti di secondo livello al primo livello. Una stagione sindacale eccezionale, credo anche frutto del nostro impegno oltre che, ovviamente, di una particolare dinamica del settore.

L’università è sicuramente segnata dalla lunga stagione della Gelmini, dal Ministero Manfredi, dall’incentivazione dell’autonomia nell’emergenza, l’assenza di un protocollo nazionale di sicurezza e con la Ministra Messa (ci ha fatto anche qui un riferimento Francesco nella sua relazione) anche da una gestione solipsistica del PNRR (io qui lo segnalo ancora una volta, sta avanzando nei territori e anche centralmente, nel silenzio, il progetto di sviluppare una terza gamba con le fondazioni e i tecnopoli, fuori dal perimetro pubblico delle università e fuori dal perimetro pubblico degli enti di ricerca). Però nel contempo nell’università, con la nuova ministra, stiamo assistendo ad una fase nuova e diversa: la promessa, però formalizzata in alcuni impegni concreti, di costruire un tavolo nazionale di confronto sindacale, in controtendenza diretta con l’autonomia, che arriva addirittura a rimettere in discussione l’allegato 18 ai DPCM dell’ultimo anno (il famoso documento che traccia le linee guida di indirizzo sulla gestione della pandemia per gli atenei, che era stato scritto solo ed unicamente dalla CRUI –  dalla conferenza privata dei Rettori Italiana – ed assunto sic et simpliciter nella normativa). Non solo, nell’università abbiamo anche visto un atto di indirizzo, la piattaforma contrattuale del ministero (per il momento ancora parziale, perché manca ancora quella della scuola e quindi il definitivo via libera) che non solo accoglie diverse nostre storiche rivendicazioni, ma in qualche modo segna una reale discontinuità per il settore, aprendo alla possibilità di inserire meccanismi di progressione economica esigibili per tutti e persino l’esclusione del settore (come per la scuola) dalle norme di differenziazione stipendiale della Brunetta.

Nella scuola, però, c’è una realtà ed una dinamica diversa. Lo hanno sottolineato anche gli interventi prima del mio. Non solo si evidenzia una scarsa coerenza, linearità e rispetto con gli impegni politici assunti dal Ministero. Questa in fondo è una situazione che registriamo da lungo tempo nelle relazioni sindacali con il Ministero ed il governo, qualunque esso sia. Io vorrei ricordare l’intesa con Bussetti e Conte dell’aprile 2019 e come è finita anche solo sul precariato. Vorrei ricordare anche il CCNI sulla DDI, che dopo una lunga discussione nella riunione dei segretari e in direttivo, nell’organizzazione, fu firmato da noi a fronte di un documento aggiuntivo con numerosi impegni, che si sono rapidamente volatilizzati nella storia (a partire dalla promessa di risorse specifiche e aggiuntive, per riconoscere i costi e gli sforzi dell’impegno nella didattica digitale e in quella a distanza). Senza dimenticare il patto per la scuola e i suoi impegni sottoscritti da questo governo, firmato la scorsa primavera ed evaporato in pochi mesi.

Ecco, però io credo che siamo di fronte ad un salto di qualità, con la vicenda del protocollo della sicurezza. Lo hanno sottolineato già diversi interventi. L’interpretazione unilaterale di Bianchi a poche ore dalla firma, su input e dettami politici generali che squalificano totalmente le relazioni sindacali con questo ministero. Guardate, lo squalificano per le modalità, ma anche per le previsioni del DL 111/21 sul Green Pass. Quel decreto sul piano sindacale, al di là di ogni considerazione generale sulla questione delle vaccinazioni o più ampiamente delle strategie di contenimento del covid, in primo luogo inventa nuovi istituti contrattuali o di rapporto di lavoro, come l’assenza ingiustificata da covid o la sospensione dopo 5 giorni di questa tipologia di assenza ingiustificata, fuori e contro sia il contratto nazionale sia il dgls 165/01 [che definiscono l’assenza ingiustificata e prevedono per essa il licenziamento]. Un settore scuola, quindi, che a differenza degli altri è segnato in modo evidente ed eclatante da una grave frattura nelle relazioni sindacali.

Tutto questo rende comunque evidente, per la scuola, una condizione ed una situazione sicurezza molto grave. Il Green Pass è diventato sostanzialmente lo strumento per allentare le misure e i provvedimenti dell’ultimo anno. Così, il metro di distanza tra rime buccali viene reso una semplice raccomandazione, le FFP2 non appaiono nel protocollo sicurezza e nella discussione pubblica (anche se sino a pochi mesi, nel confronto e nelle indicazioni del CTS, io ricordo che erano centrali), si affollano nuovamente i traporti (io ho preso recentemente diverse volta il Fracciarossa, mi sono ritrovato, forse per sfiga, sempre in “scompartimenti” con tutti e 4 i posti occupati, in carrozze oramai riempite all’80%).

Anche sullo smartworking è oramai evidente una criticità. Si moltiplicano le voci, le dichiarazioni, le indicazioni politiche per un completo ritorno in presenza nel pubblico. Ora, al di là delle giuste osservazioni della relazione sull’uso ed anzi il rilancio a regime di questo nuova tipologia di lavoro, in relazione a nuove sperimentazioni sull’organizzazione del lavoro, la conciliazione dei tempi di vita o la mobilità sostenibile, io vorrei ricordare che fino al 31 dicembre siamo ancora ufficialmente in stato d’emergenza. E quindi l’uso eccezionale di una forma straordinaria e semplificata di smartworking trova in questa condizione una sua ragione importante, che non è per nulla superata dal Green Pass. Non è pensabile che si voglia rivedere queste norme straordinarie ora, io credo che sia grave e noi dobbiamo contrastarlo con decisione.

Io credo anche che scuola e università, in questa situazione, saranno rapidamente segnate da un ritorno diffuso a quarantene, isolamenti e chiusure, per la semplice diffusione della variante delta tra 4 milioni di studenti non vaccinabili, oltre che alcuni non ancora vaccinati. Come lo scorso autunno, il funzionamento delle lezioni sarà caratterizzato da interruzioni ed inciampi a macchia di leopardo, con il ritorno inevitabile di una didattica a distanza diffusa e intermittente.

Questa frattura sindacale e questa insicurezza nella scuola diventa comprensibile se la inquadriamo nella dinamica politica generale. Francesco lo ha detto ma voglio sottolinearlo. Il contesto di questi mesi è segnato da un enorme fragilità delle ripresa economica [un semplice rimbalzo della recessione, che non arriva nemmeno a coprire quanto perso lo scorso anno], da un enorme fragilità sanitaria [vista l’impossibilità di raggiungere l’immunità di gregge, l’imprevedibilità delle varianti, le incertezze sulle coperture vaccinali], da un enorme fragilità sociale [l’innesto della recessione su una crisi e una ristrutturazione produttiva di ampia portata, i licenziamenti, la crescita di povertà e diseguaglianze]. Questo governo [in fondo di matrice semibonapartista], in questo contesto, ha deciso di praticare concretamente politiche di disintermediazione sindacale, praticando forzature continue sul paese. Lo abbiamo visto sullo sblocco dei licenziamenti, lo vediamo nel silenzio sugli ammortizzatori sociali, lo vediamo nell’imposizione di importanti riforme strutturali [dalla giustizia alla concorrenza, dagli ITS al pubblico impiego], lo vediamo in un PNRR che non ha visto il sindacato toccare boccino [ed in molti settori, neanche vederlo il boccino], lo vediamo nella campagna pubblica che è in corso contro il sindacato sulla questione Green pass e vaccinazioni [non casuale e non casuale ora].

Allora io credo che serva, serva ora, in autunno, una risposta collettiva del sindacato. Serva uno sciopero generale. Davanti a queste fratture delle relazioni sindacali, di fronte a queste campagne di massa contro il sindacato, solo una risposta di massa è in grado di fermare queste dinamiche e di invertirle.  Io però non credo, come ha proposto qualche intervento fa Zonta [segretario FLC Friuli Venezia Giulia], che lo sciopero si prepara con il tempo. Il problema non è avere il tempo per convincere le persone o per riunificare con l’azione soggettiva della nostra categoria, sulla base di una piattaforma astratta, dinamiche e divisioni della categoria. Un sindacato agisce e costruisce una dinamica di massa a partire da quelle che sono le emozioni, i vissuti e le vertenzialità che vivono oggi nella dinamica di massa, che vivono oggi nelle percezioni della categoria, che vivono oggi nelle rappresentazioni sociali delle lavoratrici e dei lavoratori. Allora il punto non è fare una, cento o centomila assemblee per arrivare a preparare lo sciopero. Certo, le assemblee le dovremmo fare e sono importanti.

Il punto centrale, però, è oggi la data dello sciopero. Collocare lo sciopero quando uno sciopero è visto come una risposta adeguata, giusta, sensata e in qualche modo efficace. Non perché segna una posizione della CGIL, una semplice contrarietà a questa o quella scelta del governo, ma perché è capace di influire e di segnare su una dinamica politica ed una dinamica sociale. Allora, in questo Direttivo, la discussione non è se fare o no lo sciopero, ma esattamente dove collocarlo. Claudio [Menga, segretario FLC della Puglia] ha detto forse avremmo dovuto dichiararlo a metà agosto. Forse [io credo proprio di sì!]. Non facciamo comunque ora la discussione su quello che è successo.

Io credo che dobbiamo dichiarare lo sciopero alla prima data utile. Nei tempi più rapidi possibile. Perché alla prima data utile? Perché oggi c’è questa situazione e c’è questo sentimento di abbandono e di rabbia nelle scuole. Se noi rimandiamo lo sciopero alla fine di ottobre, sarà uno sciopero diverso. Sarà lo sciopero proiettato sulla legge di bilancio, sulle risorse, sul contratto nazionale. Non lo sciopero che mette il punto sul vissuto oggi nei confronti della sicurezza, i mancati investimenti, le aule affollate, gli organici e il precariato. Io credo che oggi dobbiamo dare la risposta di una mobilitazione, per agire un sindacato che è in grado di dare risposte al momento giusto. E quindi poi di agire anche sulla legge di bilancio e il contratto. Lo sciopero oggi, cioè, è anche funzionale a connettere il sindacato ad una dimensione di massa, a farlo vivere come strumento utile e adeguato di difesa del lavoro e dei diritti, e quindi a costruire il terreno della futura mobilitazione sul contratto.

Infine, e scusate, una battuta su una questione CGIL che ha richiamato Francesco nella relazione. L’ordine del giorno votato l’altro ieri dal direttivo, con un fortissimo richiamo alla lealtà e all’unitarietà della CGIL. Guardate, io credo che sia giusto quello che è stato detto rispetto alla scorrettezza di un confronto di una specifica riunione, che esce e viene riportato sulla stampa. Come più in generale non ritengo tanto giusto che il dibattito si svolga sui social e sui media più che negli organismi dirigenti dell’organizzazione. Però avrei voluto che certi richiami fossero fatti anche lo scorso congresso, quando addirittura fu creato un blog che riferiva le versioni, gli annunci, i sospiri delle dinamiche negli organismi dirigenti della CGIL: un blog che appunto tutti noi andavano a leggere per cercare di capire cosa stava succedendo in Corso Italia. Allora però nessuno denunciò lo scandalo di una discussione sul prossimo segretario generale che non avveniva nel direttivo nazionale, che non avveniva neanche in termini politici nel confronto congressuale, ma si esprimeva invece sui blog e nelle interviste ai media. E mi colpisce poi che questo richiamo così pesante all’unitarietà [e così formale, con un voto del Direttivo CGIL] che a mio parere giustamente non ha mai avuto problemi a segnalare pubblicamente non solo il proprio dissenso, ma anche la propria contrarietà all’azione della segreteria CGIL, prima e dopo le riunioni degli organismi CGIL [anche agendo di conseguenza]: pensiamo a tutta la vicenda sulla coalizione sociale qualche anno fa, o a tutta la discussione sull’intesa del 10 gennaio. Io credo che sia giusto in alcuni momenti segnalare l’importanza della solidarietà nei confronti degli attacchi esterni, io ho paura a sentire risuonare nelle nostre stanze dei richiami all’unitarietà ai piedi di partenza di una conferenza di organizzazione e di un congresso. Un comportamento del segretario generale che rischia di spegnere quella che è sempre stata una caratteristica fondamentale della CGIL, la libertà di confronto.

Luca Scacchi

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