Cd CGIL: un’assemblea organizzativa che non convince.

Gli appunti dell’intervento di Luca Scacchi al Direttivo nazionale CGIL del 7 settembre 2021

Care compagne e cari compagni,

lo dico subito, non mi convince l’impianto politico e non mi convince il percorso di questa assemblea organizzativa.

Guardate, se ci guardiamo indietro, nella storia della CGIL si sono tenute diverse conferenze di organizzazione, in fondo nei momenti cruciali di passaggio tra le diverse fasi dello scontro sociale di questo paese. La prima, nel 1954, si è tenuta proprio pochi mesi prima la storica sconfitta a Mirafiori e forse non a caso la CGIL vi decise di costituire le sezioni di fabbrica. La seconda è del 1983 [dopo quella unitaria del ’79 di Montesilvano, segnata dal lungo autunno caldo, il patto con CISL e UIL del ’72, il sindacato dei consigli ma anche la cosiddetta svolta dell’EUR], vi si prese atto della fine dell’unità sindacale e si riorganizzò la CGIL a partire dai regionali. La terza e la quarta sono del ’89 e del ’93, quando nel quadro di una profonda crisi economica e non solo [il crollo dell’URSS, la formazione della UE, Tangentopoli e il nuovo assetto politico del paese], si ristrutturò la CGIL su un impianto programmatico e dei servizi.

Dal 2008 ad oggi si sono poi tenute tre altre conferenze di organizzazione. Nel 2008, nel 2015 e ora questa, nel 2021. Io credo che tutte e tre questi appuntamenti siano connessi tra loro, perché al fondo affrontano gli stessi problemi: non a caso nel percorso di convocazione di questa assise si è spesso richiamato tra noi, anche nei documenti, l’incapacità di attuare gli indirizzi e le delibere degli ultimi due appuntamenti. Stiamo cercando cioè di rispondere a quelli che sono i grandi cambiamenti del modo di produzione capitalista e del lavoro determinati dalla globalizzazione, della precarizzazione e dalla Grande Crisi del 2007/08 [il primo di questi appuntamenti si tenne proprio in quel fatidico anno e in fondo non fu per caso].

Non mi convince, però, l’impianto di questa conferenza, il modo appunto attraverso cui proviamo a rispondere a questo passaggio di fase. A partire dalla premessa delle undici schede che, come è stato sottolineato anche dalle conclusioni del precedente direttivo, è non solo parte integrante del testo in discussione ma ne perimetra e ne spiega la trama, inquadrando gli obbiettivi che ci si propone di perseguire. In quella premessa io credo che, innanzitutto, ci siano delle grandi mancanze.

La prima mancanza è la considerazione della Grande Crisi. Questa conferenza di organizzazione avviene nel quadro di una crisi generale di questo sistema di produzione, che ne segna profondamente gli assetti proprio perché il riavvio di un’onda espansiva non è inscritto nelle sue dinamiche economiche, ma ha bisogno della spinta di processi esogeni [come con le precedenti Grandi Depressioni nell’ultima parte dell’ottocento e negli anni trenta del novecento]. Le caratteristiche di fondo di questa stagione, allora, non sono determinate delle immediate conseguenze di una pandemia eccezionale ed imprevista, con la sua estesa e profonda recessione, ma trovano le sue ragioni e le sue trame in un contesto più ampio. Se noi torniamo alla fine del 2019, c’erano infatti già le attese di una nuova significativa recessione, determinata dalla persistenza dei disequilibri di fondo emersi con forza nel 2007/08 [lo sganciamento tra tasso di profitto e tasso di accumulazione; la ripresa di una pressione sui saggi di profitto; lo sviluppo di bolle finanziarie e l’esplosione del debito mondiale, che oggi è arrivato a superare di oltre tre volte il PIL globale]. Il mondo produttivo era quindi già prima del febbraio 2020 già solcato da evidenti tendenze ad una sua profonda ristrutturazione, ad esempio con un significativo ridimensionamento dei tassi di crescita del commercio mondiale, l’accorciamento delle filiere transcontinentali, l’avvio di una nuova grande ondata di automazione dei processi di lavoro. La pandemia e la sua specifica recessione, certo, hanno travolto queste tendenze e stravolto nel breve periodo le loro direttrici, ma la mia impressione è che alla fine ne abbiano sostanzialmente accelerato le dinamiche di fondo. Quindi soprattutto a queste dobbiamo guardare per capire cosa sta accadendo nel sistema produttivo, nel capitale e nella classe, per trarne anche le conseguenti indicazioni organizzative per noi.

La secondo mancanza è quella del conflitto tra blocchi, della guerra. Diciamolo così: nei nostri ragionamenti non si coglie come la Grande Crisi abbia innescato un’acutizzazione (se non una vera e propria precipitazione) delle tensioni e degli scontri internazionali. Da una parte con la progressiva formazione di blocchi continentali (monetari ed economici) e dall’altra con un’aperta competizione tra i poli che animano questi blocchi. Una competizione che non si dispiega solo con frizioni monetarie o guerre commerciali, ma evolve in modo sempre più evidente in conflitti più diretti e generali (politici, culturali e anche bellici). Non è solo la personalità di Trump o le retorica di Xi, con le loro propensioni nazionaliste, ad aver acceso tensioni commerciali e rincorse al riarmo tra USA e Cina: questa è una dinamica sospinta prepotentemente proprio dalla crisi capitalista e dalle stesse tendenze [imperialiste] di questo modo di produzione. Questa dinamica ha conseguenze molto concrete.Usciamo da un agosto segnato dall’improvvisa e rapida capitolazione dell’esercito nazionale afghano, dalla presa talebana di Kabul, dalla fine ingloriosa di una ventennale guerra di cui anche noi siamo stati protagonisti (un esito sulle cui ragioni e conseguenze, nell’incrocio con la crescente conflittualità tra Usa e Cina, ci sono già innumerevoli analisi). La guerra e lo scontro tra blocchi è poi oggi ai nostri confini: nella divisione tra Cirenaica e Tripolitania (segnata fisicamente da una lunga trincea tra le dune), che è appunto una divisione non solo (e non tanto) tra le diverse fazioni libiche, ma tra una rete di alleanze internazionali di cui sono protagoniste grandi potenze regionali e mondiali. Tutto questo si concretizza quindi anche nelle spinte e nelle contraddizioni che segnano il processo di unificazione europea, nella tessitura di alleanze internazionali, nella configurazione delle relative politiche industriali e ristrutturazioni di filiera, come anche in un più generale cambio del clima sociale nei diversi paesi, con la crescita di movimenti reazionari, lo sviluppo di nazionalismi e corporativismi, una nuova militarizzazione sociale. Tener presente questo fattore, quindi, non è solo un elemento importante di solidarietà internazionalista (tutto sommato parte della storia della nostra organizzazione sindacale), quanto anche una necessità per comprendere e rispondere a dinamiche industriali e sociali che stanno avvenendo in questo paese.

Infine, manca la contrapposizione tra capitale e lavoro. La crisi ambientale, l’innovazione tecnologica, le politiche industriali, la questione demografica e quella di genere: tutti questi processi richiamati nell’introduzione sembrano semplicemente essere-nel-mondo, porsi nella nostra contemporaneità come caratteristiche del nuovo millennio, che si producono (non si capisce bene per che motivo) nel quadro delle fragilità dell’attuale modello di crescita (in cui, dato che le cose si lasciano solo al mercato, si producono nuove fratture sociali, precarietà, diseguaglianze). Certo, ci sono multinazionali e grandi concentrazioni economico-finanziarie [a cui si rischia di lasciare troppo potere], come c’è anche chi ha cercato di utilizzare questa crisi per marginalizzare il sindacato o per relegarlo ad un ruolo puramente aziendalista: però, non si capisce bene da dove vengano queste grandi concentrazioni, chi sia che contrasta il sindacato, quali siano le loro ragioni e i loro interessi. Al fondo non si coglie la gerarchia che caratterizza il nostro modo di produzione e, soprattutto, gli interessi diversi e anzi contrastanti del capitale e del lavoro. Manca cioè la materialità del capitale, la carne e il sangue dei suoi processi di trasformazione nel corso della globalizzazione e della crisi. Manca cioè la materialità del lavoro, la carne e il sangue del suo sfruttamento, dei suoi processi di organizzazione e disorganizzazione in questi anni.

Questa mancanze si materializzano poi nelle schede, precipitano in una serie di riflessioni sulla situazione organizzativa della CGIL e in lunghi elenchi di obbiettivi specifici (in relazione a tesseramento, strutture, formazione, comunicazione, rappresentanza, contratti, digitalizzazione, ecc). Ho come l’impressione, cioè, che proprio quelle tre mancanze determinino ragionamenti astratti dai processi reali, spesso focalizzati solo su di noi, su quello che abbiamo detto o fatto, su quello che soggettivamente pensiamo sia meglio fare. Come se le difficoltà che stiamo affrontando, l’evidente calo del tesseramento e la crisi della stessa CGIL (riconosciuta in alcuni passaggi del testo), siano solo il prodotto dello nostre intenzioni e delle nostre scelte, siano semplici proiezioni delle nostre impostazioni organizzative, e non ci sia invece la necessità di capire in primo luogo come si stia modificando il capitale e la classe, come si modifichino identità collettive e prassi sindacali, come ci sia un contesto che direziona, influenza, significa le scelte che come sindacato stiamo valutando e portando avanti.

Mi sembra cioè che si parli soprattutto per immagini o simboli, che elicitano emozioni o richiamano narrazioni, più che analizzare quello che sta accadendo nella realtà e che ci sta accadendo nella realtà. Così parliamo di sindacato di strada, di inclusività e di contrattazione sociale, astraendo però dalla materialità dell’organizzazione dei processi produttivi, cioè di quelli che valorizzano il capitale: non guardiamo quindi ai 17 milioni di dipendenti a tempo determinato e indeterminato, all’intensificazione dello sfruttamento avvenuto in questi anni (orario, ritmi e salario), alla scomposizione per stabilimenti o condizioni professionali, ai diversi CCNL che firmiamo e che sono anche usati in altri settori come forme di squalificazione del lavoro. Ricordo, nella prima discussione in direttivo, Alessandro Genovesi [il segretario della Fillea, ndr] sottolineare come anche la discussione sul tesseramento, le sue difficoltà e la difficoltà ad intercettare i giovani, debba esser calata più che sui tesseratori o sulle campagne di tesseramento, nella concretezza dei settori e dei contratti, nella diffusione anche con forme di dumping di alcuni CCNL piuttosto che altri.

L’intervento che mi ha preceduto, ad esempio, ha richiamato l’importanza dei comitati degli iscritti. Oggi, nei nostri testi e nella nostra discussione, è spesso presente la sottolineatura del ruolo dei delegati/e, la necessità di dare loro maggiori risorse e maggior centralità. Trasferire protagonismo e poteri dagli apparati ai posti di lavoro. Non è un ragionamento nuovo. Non voglio qui tornare alla discussione del 1954 sulle sezioni di fabbrica o a quella dei primi anni ’70 sul sindacato dei consigli (anche se forse potrebbe esser utile: io invito solo a rileggere, la trovate in Internet, la relazione di Bruno Trentin alla conferenza di organizzazione del 1993. Tutta una parte sottolineava esattamente questo concetto, ponendo al centro la necessità di spostare baricentro e risorse da una parte sui luoghi di lavoro (i comitati degli iscritti, appunto) e dall’altra (per equilibrare questa focalizzazione sulle diverse pratiche sindacali) sulla confederazione, che rappresenta la generalità dei lavoratori e delle lavoratrici (in particolare, sui suoi organismi politici confederali). […redistribuire le decisioni, le prerogative degli organismi, vuol dire distribuire le risorse. Qui abbiamo bisogno di norme stringenti e di redistribuzione delle risorse; se decideremo, se deciderete di sopprimere definitivamente le Camere dei lavoro comunali, i sindacati regionali di categoria, noi dobbiamo nello stesso momento devolvere le risorse di queste strutture ai comitati degli iscritti in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori. In secondo luogo stiamo tentando, ma non si tenta se non si prendono decisioni vincolanti, di ridefinire i baricentri della solidarietà in questo sindacato. Questo vuoi dire redistribuire apparati e funzioni, prima di tutto, certamente, a favore delle organizzazioni di categoria che a livello di settore e di azienda esercitano la funzione della contrattazione collettiva per conto di tutta la Confederazione ed eliminando i troppi doppioni che vi sono. Penso a tanti uffici troppo poco specializzati e troppo ridondanti di forze che o nelle Camere del lavoro o nei regionali o nella Cgil centrale in definitiva non fanno che ripetere funzioni e attività che sono proprie delle strutture di categoria di questa organizzazione. Dobbiamo contemporaneamente, per rendere effettivamente politica la funzione dei sindacati di categoria, superare un’organizzazione troppo ridondante e burocratica, e quindi annullare i regionali di settore, almeno come strutture, dobbiamo nello stesso tempo, questo è il problema, individuare con assoluta chiarezza, anche qui ristabilendo regole e vincoli, quelle che sono le sedi politiche, non burocratiche in cui si garantiscono le regole della solidarietà e in cui si esercita la contrattazione collettiva per interessi e obiettivi intersettoriali che coinvolgono la generalità dei lavoratori: la Camera del lavoro circoscrizionale, prima di tutto, il regionale della Cgil, il Comitato direttivo della Cgil].

Ora, ci si potrebbe domandare come mai in trent’anni il nodo sia ancora quello, come mai al fondo ci troviamo nella stessa discussione. Quello che voglio però sottolineare, per il momento, è che se la tensione sembra la stessa, le risposte appaiono invece sostanzialmente diverse. Nei primi anni novanta si indicava soprattutto la necessità di spostare il baricentro nelle strutture organizzative sui luoghi di lavoro (i comitati degli iscritti, appunto), oggi di quelli sostanzialmente non si parla e si sottolinea invece la necessità di portare alcuni delegati/e negli organismi confederali (o di crearne di nuovi nei territori). Sorge cioè l’impressione che le proposte in campo, dai tesseratori alla formazione, siano sostanzialmente astratte, mentre nell’evocazione del sindacato di strada stiamo in realtà delineando un diverso equilibrio tra orizzontalità e verticalità (tra strutture confederali e categorie), anche alla luce della 460, in cui emerge una CGIL più centralizzata [tanto nei luoghi di decisione quanto nella gestione dei dati degli iscritti] e più focalizzata sui servizi [individuali e collettivi] piuttosto che sulla rappresentanza nei conflitti del lavoro.

Colpisce poi, a questo proposito, un inciso della premessa: si ricorda infatti come una prima elaborazione programmatica sia stata assunta con il documento “Dall’emergenza al nuovo modello di sviluppo”. Quel documento della segreteria confederale è stato assunto dal Direttivo CGIL del luglio 2020, con un inciso del suo ordine del giorno conclusivo [Il Comitato Direttivo assume il documento “Dall’emergenza ad un nuovo modello di sviluppo” elaborato dalla segreteria confederale nel confronto con Categorie nazionali e strutture territoriali, quale base di riferimento per il confronto con il Governo, le Regioni, Enti Locali con le Associazioni Imprenditoriali e con le Imprese]. Ora, quel documento è di una certa rilevanza, dal momento che ad esempio delinea per la prima volta una CGIL partecipativa e cogestionaria [vedi i due passaggi: garantire un nuovo modello di democrazia economica attraverso il diritto collettivo di partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle scelte dell’impresa; rivendichiamo il coinvolgimento del sindacato confederale nelle scelte per il futuro del paese attraverso gli stessi strumenti che nella pandemia hanno consentito di garantire sicurezza nei luoghi di lavoro per tutti e tutte: protocolli d’ intesa con la partecipazione di tutte le forze sociali e produttive per la crescita e un nuovo sviluppo del Paese con impegni stringenti ed esigibili]. Questo documento, però, in realtà non lo abbiamo mai discusso nel merito. Avrei voluto farne una discussione più approfondita, prima di vederlo sostanzialmente richiamato e assunto nel quadro di questa conferenza, nell’inciso di una premessa che richiama l’inciso di un ordine del giorno del Direttivo.

Infine, negli ultimi due minuti, sottolineo alcuni problemi sul percorso scelto. Il testo e le delibere in discussione richiamano il fatto che stiamo convocando un’Assemblea organizzativa, non usando per la prima volta l’usuale termine di Conferenza. Lo ritengo appropriato. Guardate, non è il problema di aver chiamato schede i vari testi proposti. Non vedo una particolare differenza semantica rispetto al termine storico a cui siamo abituati, quello di tesi. Non è neanche la questione della loro sinteticità (anche se forse è utile dirsi che la sintesi non sempre si accompagna alla chiarezza, anzi talvolta rende più oscuro e complicato cogliere cosa si stia dicendo e soprattutto cosa si proponga di fare). Il problema che intendo sottolineare è che in quelle schede noi non discutiamo di proposte, ma discutiamo invece di obbiettivi. Non sempre con un obbiettivo si definisce una soluzione concreta e, soprattutto, per raggiungere quell’obbiettivo si potrebbero delineare più e diverse soluzioni, tra loro magari anche contrapposte (nel senso che una può comportare l’automatica esclusione della possibilità di seguire l’altro percorso). Nel Regolamento e nel percorso della conferenza, però, non è chiaro quale sia il rapporto tra il confronto su questo testo nelle diverse assemblee generali e le indicazioni finali che saranno poi assunte dall’organizzazione. Infatti, Ivana [Galli, responsabile organizzazione CGIL, ndr], nella relazione mi sembra abbia chiaramente detto che sarà poi l’assemblea nazionale ad eleggere una commissione che avrà quindi il compito di preparare le specifiche delibere da proporre al Direttivo e, se del caso, al prossimo congresso.

Non è chiaro però come questa commissione si relazionerà con il testo e le discussioni precedenti. Non è chiaro in termini di definizione delle proposte (quando, come e da chi saranno avanzate le eventuali soluzioni) e non è chiaro come si relazioneranno con il confronto nel frattempo in corso nell’insieme del gruppo dirigente dell’organizzazione (oltre 1800 AG, per circa 70mila dirigenti ad ogni livello della CGIL). Non è chiaro perché appunto l’impianto e il regolamento di questa Assemblea organizzativa non prevede la definizione sin dall’inizio di un documento con proposte definite, non prevede neanche la possibilità di avanzare proposte, ipotesi e indicazioni, verificando quindi il consenso (o il dissenso) rispetto ad esse. Non prevede cioè la possibilità di presentare emendamenti, analisi o obbiettivi alternativi. Non a caso, io credo, nella relazione di Ivana (come nell’introduzione delle schede) si è ripreso più volte il concetto di coinvolgimento e si si è sottolineato che si terrà conto delle opinioni espresse, ma in realtà non è chiaro il percorso decisionale che esiterà da questa discussione.

Si discute e ci si coinvolge, ma non si partecipa. Quando si partecipa, infatti, diversamente da quando si coinvolge è sempre necessario aver ben presente il contributo che ognuno offre al processo decisionale. In questa assemblea organizzativa, invece ci sarà un’ampia discussione sugli obbiettivi, a fare la sintesi di questa discussione saranno solo i centri regolatori, e poi qualcun altro definirà che proposte avanzare. Non si valuta le diverse opzioni e non si decide insieme. Si sottolinea solo che si terrà conto delle opinioni espresse. Io però ricordo che a luglio [allo scorso direttivo] sono state avanzate diverse osservazioni, anche da diversi compagni/e della maggioranza, anche da segretari generali di categoria e autorevoli dirigenti che hanno fatto la storia di questa organizzazione. Osservazioni nel merito [per esempio sulla presenza di una formulazione eccessivamente sbilanciata su uno dei tanti pensieri del movimento femminista, quello della differenza; sulla complicazione di doversi trovare a discutere in tempi ristretti di un ventaglio molto articolato di questioni e di obbiettivi, e quindi sull’opportunità di focalizzare alcune priorità o un numero più limitato di schede] e nel percorso [per esempio, sulla necessità di far maggior chiarezza sui meccanismi di rappresentanza o sui processi attraverso i quali si sarebbe arrivati a definire delle proposte e quindi ad assumere delle decisioni]. Ho come l’impressione che in questo Direttivo non siano state colte.

In tutto questo, allora, il problema non è tanto quello della quantità di cose che si presenta alla discussione, anche se effettivamente 11 schede e oltre un centinaio di obbiettivi sono effettivamente tanti, forse troppi da affrontare in interventi di 10/15 minuti, che dovranno poi esser sintetizzati da altri senza aver a disposizione proposte, documenti, contributi e testi scritti (emendamenti o documenti alternativi). Il problema è appunto quello di come si fa la discussione e quello di rappresentare congruamente, e democraticamente, i diversi punti di vista e le eventuali diverse proposte in campo. A questo proposito, in relazione al rispetto della pluralità e delle sensibilità, riscontro nel regolamento una formulazione vaga anche in relazione all’attuale impianto statutario. Su questo avrei preferito la formulazione del precedente Regolamento (2015): con tutte le critiche, i dubbi e le contrarietà che abbiamo avuto allora era comunque stata affermata con più nettezza (e quindi praticata) la garanzia della loro rappresentanza proporzionale nella platea nazionale. Riterrei quindi indispensabile almeno correggere questo punto.

Per queste ragioni, in sostanza, non ci convincono schede e regolamento proposti.

Luca Scacchi

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