Istruzione e ricerca: imponiamo una diversa agenda al contratto.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo FLC del 8 giugno 2021 sul rinnovo del CCNL.

Grazie Gianni [Carlini, in quel momento alla presidenza del Direttivo], parto da una cosa che ha sottolineato adesso Paolo [Fanti, segretario FLC della Basilicata].

Questo è il secondo rinnovo che noi affrontiamo dopo il lungo blocco contrattuale. Ed è in realtà il secondo contratto dell’istruzione e della ricerca, che mette insieme i precedenti quattro CCNL di scuola, università, ricerca e Afam. Io ricordo la piattaforma che abbiamo discusso nel 2016/17, io ricordo che allora non solo avevamo quattro testi diversi per ogni settore, ma anche quattro testi tra loro scoordinati e contradditori [ricordo, ad esempio, che nell’università si indica un obbiettivo economico che era diverso da quello indicato dalla scuola]. Oggi, comunque, continuiamo ad affrontare una piattaforma che teoricamente è unica (perché è unico il CCNL) con testi diversi e definiti in modo particolarmente non coordinato. Lo sottolineo perché uno dei problemi che io credo che dobbiamo iniziare a porci è quello di sviluppare non quattro contratti semplicemente giustapposti, ma alla necessità di dare un asse unitario al CCNL, iniziando cioè a uniformare condizioni normative e tabelle stipendiali diverse che vi sono presenti, per cui allo stesso lavoro, nelo stesso contratto, corrispondono condizioni retributive anche assai diverse.

Andiamo a rinnovare questo contratto in una fase particolare. Ne hanno parlato già molti compagni e molte compagne, io richiamo solo alcuni elementi.

Il primo, in realtà, è che noi siamo di fronte ad una stagione contrattuale. Una stagione che ha visto nel privato, solo pochi mesi fa, un tentativo di sfondamento da parte di Confindustria e di Bonomi [lo richiamava per certi versi Leonardo Croatto nell’intervento precedente], che è sostanzialmente fallito. Si usava il patto di fabbrica (e il precedente CCNL metalmeccanico del 2016) per imporre un blocco salariale, un congelamento dei salari tabellari [il TEM, trattamento economico minimo] nei rinnovi contrattuali nazionali, delegando gli aumenti solo ed esclusivamente al secondo livello (sul salario variabile!) o con il cosiddetto welfare contrattuale [il TEC, trattamento economico complessivo]. Questo tentativo è sostanzialmente fallito, non solo per le resistenze sindacali (messe a dura prova dalla pandemia) ma in primo luogo per le divisioni del padronato [le grandi aziende degli alimentari che firmano un CCNL separato contro Confindustria].

In contemporanea, ci troviamo davanti il PNRR, cioè una stagione che nel pubblico non è più la stagione dei tagli e dell’austerità che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ma è una stagione che vede impiegate molte risorse pubbliche. Queste risorse, però, non sono semplicemente impiegate per gli investimenti o per lo sviluppo della coesione sociale (non è un grande piano Keynesiano di aumento della domanda aggregata e dei redditi da lavoro), ma servono a funzionalizzare lo Stato e il pubblico agli interessi delle imprese. Al centro, cioè, c’è la competitività e la produttività totale dei fattori [io invito tutti i compagni e tutte le compagne a leggersi l’introduzione al PNRR, sono poche pagine firmate da Mario Draghi, che delineano molto chiaramente questa impostazione]. Come chiaramente questa impostazione vive nella missione 4, istruzione e ricerca: lo abbiamo detto esplicitamente nel documento approvato qualche tempo fa in AG (su cui pure noi avevamo qualche dissenso, sulla profilo generale del PNRR, ma che nell’analisi della specifica realtà del nostro settore ci vedeva sostanzialmente concordi). A partire da una concezione dello 0/6 che non distingue pubblico e privato, 0/3 e 3/6 (scuola e welfare, anche questo lo richiamava Leonardo); lo si vede nel modello duale sulla filiera tecnico professionale o in tutta la concezione della ricerca come funzionale al trasferimento tecnologico alle imprese. Giustamente Paolo [Fanti] ha sottolineato la gravità di questo atto nel recente DL, che permette alla ministra Messa la facoltà di nomina di una commissione di valutazione che sovraintende a progetti e quindi i bandi del PNRR (e credo dovremmo tornarci presto).

Siamo cioè in una situazione segnata da un tentativo di sfondamento padronale nel privato, fallito in qualche modo per le divisioni industriali, e nel pubblico all’arrivo di imponenti risorse, ma finalizzate a sostenere alle imprese. Come ha giustamente sottolineato Francesco [Sinopoli, segretario generale FLC] nella sua relazione, siamo di fronte al tentativo di alcuni settori liberali e liberisti del governo, della maggioranza e del paese, di sfondare contro il lavoro esattamente nei settori pubblici e non nei settori privati (o almeno, non solo nei settori privati), sfruttando la situazione di emergenza in cui stiamo vivendo.

Guardate, sui soldi in primo luogo. Qui si è parlato molto delle tre cifre. Parlare semplicemente delle tre cifre [i 100, 105, 108 euro], però, vuol dire tenere comunque il nostro rinnovo contrattuale nella media stagionale (dai 63 euro della gomma plastica ai 190 dei bancari), cioè prescindendo ancora una volta dal recupero di quanto perso nei cinque lunghi anni di blocco contrattuale. Cioè, con un aumento poco sopra l’IPCA (come negli altri CCNL di questo periodo), noi daremmo fondamentalmente per perso ogni reale tentativo di recupero di quel processo di sostanziale abbassamento dei salari del pubblico impiego (oltre 300 euro mensili). Io credo che il tema di un sostanziale recupero rimanga fondamentale, tanto più a fronte di una stagione di grandi investimenti pubblici.

La seconda questione è quella del DLgs 150/2009, della Brunetta: la stabilizzazione e il reale dispiegamento, con risorse che le rendano effettive, di differenziazioni salariali basate su un sistema premiale e meritocratico, in grado di tenere lavoratori e lavoratrici in competizione tra loro. Questa impostazione, guardate, è rilanciata sic et simpliciter non solo dal patto del pubblico impiego, ma anche dall’atto di indirizzo di Brunetta, che vale per tutta la pubblica amministrazione (nostri settori compresi). Brunetta lo ha emesso, noi lo abbiamo contestato, Brunetta ha detto ma forse lo rivedremo, ma questo è ancora l’atto di indirizzo che l’ARAN ha in mano e sulla quale agirà ai tavoli contrattuali, nostri compresi appunto. Un atto di indirizzo, tra le altre cose, che dice che sul lavoro agile non c’è sostanzialmente contrattazione perché è ambito precipuo dell’organizzazione del lavoro e l’organizzazione del lavoro non si contratta.

Io credo che proprio sulla scuola siamo di fronte ad un tentativo di sfondamento, perché nella scuola c’è un milione di lavoratori e di lavoratrici, che bene o male sono esenti da meccanismi valutativi e di differenziazione del salario, dopo il fallimento del concorsone di Berlinguer, l’esclusione dal Dlgs 150 e la sconfitta del bonus scuola di Renzi.

Allora, di fronte a questo contesto, io segnalo due elementi.

In primo luogo, ritengo un grave errore, non semplicemente un problema, la formulazione della piattaforma della scuola nel punto sei, sulla valorizzazione e le progressioni stipendiali. Ritengo cioè un errore usare la progressione economica come strumento contrattuale per intervenire, sostenere, guidare la formazione del personale. La progressione economica, nel momento in cui non viene più semplicemente collegata all’anzianità di servizio, ma viene collegata ad un qualunque altro fattore di prestazione lavorativa, diventi allora una progressione professionale (come appunto è uscito da questo dibattito). Tra di noi, c’è chi pensa che ci debba essere e debba anche avvenire attraverso la valutazione individuale. Al di là però di quello che possiamo pensare noi, è inevitabile che questa si imponga. Un nostro compagno che tutti conoscete, con il quale io sono stato più volte in disaccordo se non in contrapposizione [Americo Campanari], amava ripetere che senza lilleri non si lallera: cioè, nell’affrontare una qualunque soluzione contrattuale, in primo luogo si parte dalle risorse a disposizione. Allora il punto è quanto soldi ci sarebbero per questa valorizzazione professionale, per come è scritto nel nostro testo, aperta e per tutti i lavoratori e le lavoratrici (7/800mila docenti)? Ogni progressione stipendiale, oggi, vale dai 2 ai 3 mila euro. Sono due miliardi complessivamente. Se si pensa ad una progressione ridotta (mille euro, e sono pochi), vuol dire 7/800 milioni di euro, cioè quanto il governo prevede di impiegare per la revisione degli inquadramenti di tutta la pubblica amministrazione. Se abbiamo di fronte delle risorse aggiuntive sulla valorizzazione, saranno sicuramente limitate e inferiori (anche molto inferiori), creando inevitabilmente un meccanismo di bando e di selezione per accedervi, che quindi inevitabilmente saranno su valutazione individuale. Cioè ci troveremo di fronte, al di là di tutto, all’istituzione di un meccanismo di progressione di carriera duale, uno accelerato sulla professionalità ed un più lento (molto più lento, anche 9 o 7 anni) sull’anzianità. Guardate, è il meccanismo duale che vorremmo provare a creare nell’università: però, nell’università, è un meccanismo che tenta di scardinare l’attuale sistema selettivo e valutativo (PEO e PEV), limitato dalla Brunetta; nella scuola, invece, rappresenterebbe un arretramento storico, sostanziale, che impatterebbe credo su tutto il lavoro pubblico (e non solo). Io credo ci possano esser altri meccanismi ed istituti contrattuale che possiamo usare, a partire dalla retribuzione della formazione quando avviene fuori orario di servizio o quando si lega ad attività ulteriori aggiuntive in termini di programmazione, sperimentazione e progettazione nella scuola.

In secondo luogo, e chiudo, io credo allora che noi ci troviamo davanti alla necessità di respingere questa offensiva, ma anche di cambiare l’agenda contrattuale del governo. Io credo cioè che dobbiamo esser capaci di porre e imporre altri temi e questioni: il recupero di quanto perso nell’ultimo decennio sui salari (ben oltre le tre cifre), una riduzione generale dell’orario di lavoro (per affrontare la crisi, come nei documenti che sono stati approvati al congresso nazionale della CGIL, dovremmo iniziare in qualche modo a declinarlo) e come hanno già ripetuto molti compagni e molte compagne, creare veramente le condizioni di una reale inclusione nel settore (con vincoli stringenti, anche normativi e di bilancio, su appalti e esternalizzazioni, stabilizzando con concorsi per titoli e servizi il precariato strutturale, coprendo i posti vacanti negli organici, eliminando e riportando nei perimetri contrattuali i tanti atipici presenti nelle nostre realtà).

Per fare questo, bisogna però preparare da subito la mobilitazione. Prepararla veramente. Perché non basterà uno sciopero per sconfiggere quest’offensiva liberale e per cambiare agenda. Bisogna costruire nei posti di lavoro, con lavoratori e lavoratrici, una vertenza generale e partecipata, a partire da subito, in grado poi di dispiegarsi effettivamente in autunno. Evitando, come abbiamo fatto altre volte in questi anni, di subire i tempi e le agende del governo, bloccando i percorsi di mobilitazione sulla base di intese e promesse che poi si sono rivelate molti distanti dalla realtà.

Luca Scacchi

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