Draghi, la solita retorica e l’assenza di un reale intervento sulla scuola.

#RiconquistiamoTutto nella FLC sulle recenti proposte sul prolungamento dell’anno scolastico.

Draghi ha voluto segnare il suo nascente esecutivo anche con la scuola. Il Presidente del Consiglio incaricato ha infatti indicato alle forze politiche, oltre ad alcuni orientamenti di fondo (l’europeismo, l’atlantismo e l’ambientalismo), la necessità di un immediato intervento per il prolungamento di quest’anno scolastico e una partenza del prossimo con organici più completi degli attuali.

Queste proposte, però, aggirano i problemi e distolgono dalle attuali priorità. Sicuramente la scuola ha bisogno di una profonda discontinuità rispetto alle scelte della Ministra Azzolina e del governo Conte. Quello che serve, però, sono risorse. In primo luogo, per garantire sicurezza in un’emergenza sanitaria che sarà ancora molto lunga e che ha visto molti contagi nelle scuole, dove la media anagrafica è una delle più alte d’Europa. Pensare oggi di intervenire prolungando di due o tre settimane l’anno scolastico a giugno è invece doppiamente illusorio: da una parte perché così si pensa di contenere i problemi senza costi, dall’altra perché si pensa di rimandare i problemi a quest’estate, senza farsene carico nell’immediato.  Un’operazione puramente propagandistica.

Il dibattito innescato ha infatti attestato l’inutilità dell’azione governativa dell’ultimo anno. Questa estate con l’acquisto di milioni di banchi a rotelle (consegnati solo a novembre e dicembre), il metro statico tra rime buccali, il buco intoccato del precariato (e la moltiplicazione dei suoi danni con le nuove graduatorie e l’ostinata conferma di un inutile concorso selettivo), il riempimento dei mezzi all’80%, una valorizzazione dell’autonomia scolastica (dai piani di scuola alla DDI, legittimata dall’intesa firmata anche dalla FLC CGIL lo scorso novembre) che ha aperto alla diversificazione territoriale del diritto all’istruzione. Quest’inverno con l’attribuzione di poteri commissariali ai prefetti e il ridicolo balletto sulla riapertura a gennaio nelle superiori. Il disastro della situazione della scuola nella pandemia è oramai sotto gli occhi di tutto il paese.

Così la scuola ha subito l’ennesimo attacco ed ha visto l’acuirsi di divisioni sociali. I limiti della didattica a distanza sono oramai conosciuti (per esperienza) ed evidenti (nei dati di tanti rapporti italiani ed europei). Lo si sapeva comunque dalla scorsa primavera che era solo uno strumento parziale ed emergenziale. L’apprendimento infatti avviene attraverso relazioni, in un gruppo e in un contesto complessivo (in cui contano spazi, tempi, linguaggi non verbali, momenti informali, dinamiche sociali). La scuola è formazione, apprendimento, sviluppo e socializzazione. Tutto questo non può esser semplicemente trasferito on line, non è riproducibile su piattaforme virtuali. Quello che è possibile riprodurre è solo parziale ed incompleto, lo è con enorme dispendio di tempo ed energie. In questo processo, la scuola si è quindi trasformata in un moltiplicatore delle diseguaglianze (a partire da quelle di classe), che ha colpito in particolare i soggetti più deboli socialmente o individualmente.

Una struttura sociale che muove dieci milioni di persone (studenti e personale), che svolge le sue attività in spazi chiusi e ristretti per molte ore al giorno, è comunque un’inevitabile fattore di rischio per un contagio a trasmissione aerea. Erano chiare le necessità per tenerla aperta in sicurezza, sin dalla scorsa estate: smezzare le classi, trovare quindi altri spazi e moltiplicare il personale (docente e ATA), garantire bolle di distanza in tutti gli istituti, stabilizzare il precariato (per dare continuità e certezza agli organici), trovare nuovi trasporti pubblici che garantissero le distanze, prevedere misure sanitarie adeguate (mascherine ad alta protezione, distanziamento sufficiente, tracciamento immediato). Tutto questo però costa e per questo si è preferito non farlo: ci si è quindi limitati ad una propaganda continua di Ministra e Governo sulla sicurezza delle scuole, nonostante le evidenze opposte. Questo serviva questa estate e questo serve ancora di più ora, per la conclusione di quest’anno scolastico e per il prossimo. Perché oltre alla gestione dell’emergenza sanitaria serve avviare un processo reale di recupero, aumentando il tempo scuola complessiva e sviluppando interventi mirati nei diversi cicli e nelle varie classi.

Draghi invece indica una strada diversa, al contempo illusoria e padronale. Illusoria, perché propone soluzioni semplici e ad effetto: prolunghiamo le lezioni a giugno senza cambiare nulla in questi 4/5 mesi (e in realtà senza neanche porsi il problema di come questo prolungamento possa incidere didatticamente al termine di un anno faticosissimo). Padronale, perché usa l’emergenza [lo stato di eccezione] per stravolgere l’attuale assetto scolastico e gli attuali inquadramenti contrattuali, come sospingono da tempo alcuni ambienti (Confindustria, Treelle, Fondazione Agnelli e Radio24). Crea cioè un contesto in cui facilmente si inseriscono temi e argomenti del brunettismo (su impiegati pubblici e insegnanti in particolare, che riempiono infatti proprio in questi giorni articoli e trasmissioni TV). Così vengono rilanciati nei discorsi e nei fatti gli assi dell’Atto di indirizzo 2021 della stessa ministra Azzolina, ripresi poi nella bozza Conte-Renzi del Recovery plan: ripresa della logica della buonascuola, carriera meritocratica dei docenti e middle management nelle scuole. L’ANP rilancia in queste ore persino l’assunzione per chiamata diretta da parte dei DS (per avere organici certi a settembre).

Sino ad ora è mancata una reazione sindacale. La CISL confederale ha addirittura dichiarato la sua disponibilità al confronto, pronta a fare la sua parte. La FLC ha rilanciato ambiguamente sull’autonomia delle scuole: una risposta al contempo sbagliata, parziale ed insufficiente, in linea con le aperture di Landini al nuovo Presidente del Consiglio. Sbagliata, perché di fronte alla proposta di Draghi di sviluppare una politica nazionale di intervento, si è tornati a porre l’accento sulla specificità delle risposte nelle diverse istituzioni (rimanendo così nell’impostazione di questi mesi. che ha disgregato offerta e diritti formativi nei territori). Parziale, perché a fronte di una lunga fase emergenziale in cui gli insegnanti hanno dovuto impegnarsi ben oltre orari e contratti [con propri dispositivi e a proprie spese], non pone il problema degli impegni aggiuntivi che verrebbero imposti con questa proposta, a partire tra l’altro proprio da una negazione di quanto svolto in quest’ultimo anno (al di là delle stupide retoriche sui giorni persi). Insufficiente, perché pur sottolineando che non si può pensare ad un prolungamento generalizzato del calendario, ha confermato come un nuovo intervento possa focalizzarsi in una futura rimodulazione delle attività di lezione e di recupero.

Oggi, come quest’estate e come lo scorso autunno, le priorità sono altre. Le abbiamo ribadite solo due settimane fa. È necessario rivedere ora i protocolli e le indicazioni di sicurezza (a partire dal metro statico tra rime buccali e DPI del personale), smezzare le classi e conquistare nuovi organici e spazi (garantendo così anche bolle di contenimento) da mantenere nel tempo per poter riavviare percorsi di apprendimento e di sviluppo. Servono tracciamenti e presidi sanitari in ogni istituto, per identificare sul nascere i nuovi contagi ed evitare ogni interruzione dei percorsi didattici. Serve dare il via da subito ad un piano vaccinale celere, efficace e adeguato nella scuola (ad oggi si prevede di somministrare agli insegnanti con meno di 55 anni il meno efficace dei vaccini). Serve stabilità in tutto il personale scolastico (parte del personale covid non è ancora stato pagato!), trasformando il concorso precari in una procedura di stabilizzazione sulla base di titoli e servizi, allargando le assunzioni (per evitare come quest’anno che un quinto del personale della scuola, 210mila persone, sia precario) e colmando i buchi del personale ATA.

Tutto questo non è arrivato da Conte ed Azzolina, non arriverà da Draghi. Per questo è necessario conquistarlo con la mobilitazione. Per questo è necessario che ora, subito, la FLC e le altre organizzazioni sindacali avviino subito un percorso di lotta e rivendicazione, per il rilancio di una scuola in sicurezza, per il rilancio di una scuola pubblica, costruendo assemblee in tutte le scuole e i luoghi della conoscenza, sino allo sciopero generale.

#RiconquistiamoTutto nella FLC

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