Chi paga questa crisi.

Intervento di Aurora Bulla al Direttivo CGIL del 23 gennaio 2021 sulla crisi di governo.

Per ricostruire il paese dopo l’epidemia bisognerebbe guardare essenzialmente ai temi economici e rilanciare il ruolo dell’intervento pubblico dopo decenni di neoliberismo, ciò potrà avvenire solo se le nuove politiche economiche saranno sorrette da una adeguata cultura giuridica in grado di regolare l’intervento delle istituzioni pubbliche. Prima della crisi – che non è mai finita, quella del 2008, le diseguaglianze, la povertà, le deprivazioni materiali e assolute sembravano un lontano ricordo nei paesi dominanti. Il mercato era l’ideale campo da gioco dove l’ingiustizia era solo quella che crea vantaggi competitivi per alcuni e svantaggi marginali per altri.

Era solo pochi anni fa, il tempo della globalizzazione ascendente, della fine della storia, della presunzione massima e intollerabile di chi pensava di essere al centro del mondo. Mai la povertà ci avrebbe toccato, di nuovo, da vicino. Erano solo gli anni 90, molte cose sono cambiate da allora. La povertà riguardava anche il ceto medio e le classe classi lavoratrici occidentali, anche loro conquistate dalla retorica della globalizzazione con  la quale hanno aderito, pensavano di essere esentate dallo stato di necessità. Non è stato così. Non sprechiamo questa crisi – è la frase che continuamente sentiamo ripetere in questo periodo.

La sfida che ora si apre è di passare da una discussione sugli interventi necessari a gestire l’emergenza socio sanitaria ed economica, a quelli capaci di rilanciare il paese. Però il rischio è che anche stavolta si proceda senza una visione, distribuendo risorse a chi sarà più capace di strillare e accelerando qualche grande opera, rinviando tutto il resto a tempi migliori. Basti pensare che negli ultimi 10 anni la riduzione degli investimenti è stata quasi il 40% con conseguenze che vediamo ogni giorno nei nostri territori. Inoltre oggi siamo dentro un contesto Europeo molto diverso, con margini per politiche pubbliche mai avute prima e una nuova programmazione 2021/2026 che può aiutare a progettare il rilancio attraverso investimenti pubblici capaci di dare risposte immediate ma anche di segnare la strada per un’economia e una società più forte e solidale. Basta con i tagli allo stato sociale, l’economia dei bassi salari e del lavoro gratuito, la creazione di un’enorme quinto stato che ha stravolto la divisione sociale ideale tra il terzo stato della borghesia e il quarto del lavoratori, molte di queste caratteristiche appartengono anche alla vita di coloro che lavorano nelle economie occidentali ma sperimentano la condizione dei poveri che lavorano.

Dobbiamo dimostrare che questo percorso è davvero possibile presentando proposte per fare dell’uscita da questa crisi un’opportunità per rilanciare il paese. Non si può, nell’impegno delle risorse, non dare priorità hai diritti inviolabili, necessari per il pieno sviluppo della persona, con riferimento alle scelte di natura sociale, economica e politica che si devono adottare in questa situazione. La precedenza non può essere che quella di dare hai settori che rendono effettivo il principio della pari dignità sociale: salute, lavoro, salario e cultura. Proprio quei diritti indisponibili che più sono stati sacrificati dall’arrivo della pandemia. E’ giusto interrogarsi però dovremmo mettere in campo iniziative di lotta per riuscire ad unire il paese dentro un’idea di società. Io penso che la rinuncia ad estendere il terreno del conflitto rischia di rompere ulteriormente la credibilità del sindacato  cedendo ad una mediazione al ribasso col governo, sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio le condizione economiche dei lavoratori e dei pensionati. Perciò non vi è contraddizione fra una chiara linea di incremento dei salari e delle pensioni e l’avanzamento dei diritti dei lavoratori nelle aziende e nelle società, ma al contrario il miglioramento del salario e delle pensioni è una condizione fondamentale per affrontare con più forza la battaglia per i diritti. Infatti i rinnovi dei contratti, come l’aumento sulle pensioni sono condizione necessarie ma non sufficienti per garantire al sindacato uno spazio di agibilità che consenta di muoversi in un terreno più solido di difesa del mondo del lavoro, in una situazione di attacco trasversale che nei luoghi di lavoro si estende negli spazi  della cittadinanza democratica.

E’ da qui che dobbiamo ripartire se vogliamo assegnare dignità alla ripresa dopo il Covid19. Ma tutti sono consapevoli che le scelte che si effettueranno rappresenteranno l’inizio di un nuovo ciclo? Per questo, oltre al breve periodo bisogna guardare al futuro che vogliamo. Ed è qui care compagne e cari compagni che si pone la domanda finale: il nostro obbiettivo è quello di tornare alla crisi di prima o vogliamo tornare a progettare un’altra idea di società? Un ritorno al passato imporrebbe il definitivo abbandono di ogni idea di società. Meglio allora cambiare, progettare la ricostruzione di un paese migliore, di un’Italia in salute, giusta e sostenibile. Non sono le idee che mancano, il problema di fondo è che anche le migliori proposte devono trovare le gambe su cui marciare. Per poter garantire l’effettività dei diritti c’è bisogno di una buona politica e di un sindacato di classe consapevoli che le idee nel bene e nel male valgano più degli interessi. E’ sul terreno delle egemonie culturali che si gioca la vera partita. Se ciò non avvenisse significherebbe accettare una lenta ed inesorabile sconfitta che – in tale eventualità – ci troverebbe seduti con una montagna da scalare.

Aurora Bulla

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