Valle d’Aosta: rimettere in campo il punto di vista del lavoro.

Intervento di Luca Scacchi al Direttivo CGIL della Valle d’Aosta del 19 gennaio 2021.

Care compagne e cari compagni
purtroppo ci vediamo con questa formula nuova, almeno per noi [il Direttivo si svolge parte in presenza e parte a distanza, ndr]. Io credo che purtroppo sarà così ancora a lungo. Se questo è uno dei problemi e dei limiti di questa prolungata emergenza sanitaria [con il relativo distanziamento fisico], però forse questa può essere e dovrebbe essere un’occasione per vederci più spesso. Per questo, in primo luogo, mi rivolgo alla segreteria regionale (oltre che alla presidenza del Direttivo): dobbiamo evitare di riunire il Direttivo regionale della CGIL solo ed esclusivamente, o sostanzialmente, per gli obblighi statutari relativi al bilancio (o simili incombenze). In qualche modo, invece, dobbiamo far vivere nella difficoltà e nell’emergenza anche questo organismo e soprattutto la sua discussione, la sua capacità di elaborazione collettiva. Pierino [De Marco, della FILT] ha appena detto che tutti pensavamo che l’emergenza sanitaria fosse finita la scorsa estate e purtroppo non è stato così. Effettivamente non è stato così ed i tempi saranno ancora lunghi. Vilma [Gaillard, segretaria regionale CGIL] lo ha detto ed io lo rimarco: saranno lunghi indipendentemente dal vaccino, per i tempi del piano vaccinale e per la reale verifica dei suoi effetti tenendo conto delle incertezze in campo (anche in relazione alle soglie di copertura necessarie per l’immunità di gregge). Quindi bisognerà aspettare per tornare ad una vita sociale senza i condizionamenti sanitari che oggi abbiamo. Sarà lunga allora, parliamo forse di più stagioni, con incertezze molto grandi legate alla dinamica del contagio ed alle sue varianti. Per questo è importante attrezzarsi per garantire una vita ed un confronto collettivo nella CGIL della Valle d’Aosta, che non può esser sospeso per così lungo tempo.

Uno degli elementi da cui dobbiamo partire, su cui dobbiamo fare bilancio, è l’impreparazione delle strutture pubbliche nel corso dello scorso autunno. Come diceva sempre Pierino giustamente, in questa seconda ondata l’Italia e la Valle d’Aosta non hanno reagito adeguatamente. La seconda ondata era prevista, come è prevista oggi la terza. Come già oggi sappiamo che i tempi per avere un reale effetto dalla campagna vaccinale saranno molto lunghi, e che chi è vaccinato non offre una totale sicurezza in termini sociali [cioè, non è sicuro che chi è vaccinato non sia in grado di trasmettere comunque il contagio, anche se lui personalmente non si ammala]. Per questo tutte le allerte sanitarie, le mascherine ed i distanziamenti, dovranno permanere a lungo.

Come sindacato, io credo, dobbiamo esser consapevoli e quindi denunciare come il sistema sociale di questo paese (e di questa Regione Autonoma) non sia stato preparato a gestire una seconda ondata e forse una terza. Non è stato preparato in relazione agli interventi su scuola, università e sanità. Pierino ricordava i comportamenti individuali. Io richiamo soprattutto le politiche e le scelte strutturali. Al di là di alcune indicazioni francamente contradditorie se non sbagliate da parte del governo (pensiamo alla politica del cashback, che ha portato masse di persone nelle strade e nelle piazze prima di Natale), il problema è che non si è investito nei servizi universali per reggere la prosecuzione e il rischio di peggioramento del contagio. Non si è investito sui sistemi: ad esempio, non si è assunto nella sanità, non si è costruito un sistema territoriale di tracciamento. Tutti oramai piccoli esperti di gestione delle epidemia, abbiamo letto innumerevoli volte di quanto sia importante un sistema territoriale di tracciamento, di tamponi, di presidi sanitari. In realtà tutto questo non si è sviluppato in questi mesi.

Non si è investito sulla scuola. Abbiamo passato settimane e mesi a discutere della priorità della scuola, su questo è intervenuta già Simona [D’agostino, della segreteria FLC Valle d’Aosta], ma non c’è stato in realtà un intervento reale per mantenerla aperta. Non c’è stato a livello nazionale e non c’è stato in Valle d’Aosta. In primo luogo, sugli organici e sugli spazi, unico modo per permettere da una parte di non aver supplenze e buchi nella continuità scolastica, dall’altra di costruire e sviluppare bolle di contenimento all’interno delle scuole. Portando così alla situazione che abbiamo visto ad ottobre: le scuole era formalmente aperte, ma terremotate nella capacità di offrire una didattica reale. Da questo punto di vista le responsabilità sono nazionali tanto quanto valdostane. A livello nazionale in realtà l’organico covid [quello straordinario per l’emergenza], seppur molto ridotto rispetto a quanto chiesto e necessario, è stato percentualmente molto maggiore di quello attivato in Regione Valle d’Aosta.  Questo io credo debba esser segnalato e ripetuto.  

Io credo anche che dobbiamo iniziare a metter in discussione le cosiddette indicazioni scientifiche con cui si è gestito questa pandemia. Proprio come sindacato, proprio come CGIL, partendo dalla nostra tradizione, in cui si è sempre stati attenti a non considerare la scienza come una dimensione semplicemente neutra. Proprio la CGIL, la lotta per la salute della FIOM negli anni sessanta e settanta, l’esperienza dei chimici e di tanti settori, ha sviluppato la consapevolezza collettiva ed organizzativa, proprio sulla sicurezza, che bisogna sempre tenere in considerazione il punto di vista di chi vive nei posti di lavoro [questa la tradizione che dalle battaglie di Maccacaro ha portato agli RLS]. Ci sono state in questi mesi alcune scelte del CTS che sono state non solo sbagliate, ma sin dall’inizio evidentemente dettate da altre esigenze: pensiamo lo scorso agosto al metro statico tra rime buccali nella scuola, oppure all’indicazione di riempimento dei trasporti pubblici all’80%.

La situazione allora che dobbiamo affrontare, anche nel 2021, è quella di un disastro economico e sociale di proporzioni immani. Il crollo del PIL mondiale è del 4,2%, in peggioramento significativo per la seconda ondata. Nel 2009 era stato di -0,1%. In Italia il calo è del 9%, nel 2009 fu intorno al 5%. Dimensioni imponenti, che precipitano in una situazione della Valle d’Aosta già molto pesante.

La Valle d’Aosta non è mai uscita dalla recessione del 2012. Una recessione che impattato ed intaccato i pilastri del sistema socioeconomico della Valle [per come si sono definiti dai primi anni ottanta, con l’autonomia finanziaria della Regione]. Ha impattato sull’industria, su un turismo frammentato su micro gestioni famigliari, su un’esorbitante bilancio della RAVA [Regione Autonoma Valle d’Aosta]. Un bilancio, appunto dai primi anni ottanta, fondamentalmente centrato su entrate esogene [prima il Casinò, poi i trasferimenti sostitutivi dell’IVA di importazione, infine l’Heineken]. A lungo si è pensato che potesse continuare così. Così non è stato (ed il bilancio della Regione si è quasi dimezzato). Nell’ultimo decennio quindi si è logorato il sistema sociale e il sistema politico della Valle. In questo quadro si capisce la frammentazione dell’autonomismo politico e dell’Union Valdôtaine.

L’emergenza e la recessione odierna ha inciso ed incide quindi in modo pesante su questa realtà già precaria e in ripiegamento. Abbiamo sentito alcuni interventi, credo poi parlerà sulla situazione industriale Fabrizio [Graziola, segretario FIOM VdA]. Conosciamo le chiusure e i rischi di quelle future. Ha parlato Cristina [Marchioro, segretaria FILT VdA] dei traporti, Isabelle [Buillet segretaria FILCAMS VdA] su quanto questa incida sul mondo dei servizi valdostani, sul turismo ma anche a tutti i servizi al sistema economico nel suo complesso (dalle pulizie alla vigilanza).

Il problema è che temo che durante questo anno si siano congelati alcuni processi sociali in questa Regione, in cui si stava collettivamente prendendo consapevolezza dei profondi limiti e delle contraddizioni di un sistema di potere chiuso, che si era protratto per troppo tempo (dalle degenerazioni clientelari all’emersione di una presenza pervasiva ed inedita dell’‘ndrangheta nella vita e nella politica della Regione). Io temo si sia congelata anche la riflessione e l’azione che come sindacato avevamo iniziato a condurre su queste questioni.

Da una parte abbiamo visto il consolidamento di un blocco reazionario. Guardate, in Valle d’Aosta non era mai esistito, con questo profilo politico, queste dimensioni, questa aggressività. Intervengo da tempo, ad ogni nostra riunione, su questo e lo sottolineo anche oggi, perché io non solo credo che l’allarme su questo elemento non sia mai sufficiente, ma perché credo che come sindacato ci abbiamo ragionato poco. Soprattutto, sia da ragionare, per un’organizzazione con oltre diecimila iscritti su centoventimila abitanti, su come si sia radicata anche nelle nostre classi di riferimento, su come sia diventato senso comune e identità collettiva anche nel lavoro. Riflettere su come contrastarlo e come invertire questa tendenza. La Lega oramai è uno dei due blocchi politici della Regione, lo abbiamo visto nel voto e lo vediamo nella quotidianità. Lo è, perché ha costruito e costruisce il suo consenso nelle Valli laterali e nella plaine [l’area intorno al capoluogo]. La CGIL, ovviamente, non ha nessun ruolo e nessun compito politico diretto. Capire però come confrontarsi sul piano sociale con questa dinamica e capire come invertirla, capire come disgregare questo blocco reazionario, io credo sia importante per la CGIL, proprio per difendere il lavoro, i suoi diritti ed i suoi interessi.

Dall’altra parte, purtroppo, abbiamo visto riformarsi un blocco autonomista, nel segno delle solite arroganze e delle solite politiche clientelari. Mi viene da chiamarlo così, un rollandinismo senza Rollandin [Auguste Rollandin, per trent’anni il principale esponente politico della Regione], o meglio purtroppo a lato di Rollandin [visto che nonostante la condanna in primo grado, nonostante la sua uscita dall’UV, è stato rieletto in Consiglio Regionale e ci è recentemente rientrato]. Lo vediamo proprio nel ritorno di politiche di grandi opere e di arroganze autonomiste, dal progetto Cime Bianche alle insistenze sulla riaperture sciistiche in questi mesi. Rispetto a questo, lo dico a Cristina [la segreteria FILT], ho una differenza di opinioni con il suo intervento, rispetto alle ipotesi di riaperture delle impianti ribadite più volte anche nelle scorse settimane: si sapeva da mesi, anzi dalla scorsa primavera, che riaprire gli impianti questo inverno sarebbe stato un problema. Se ne è vista subito, ad ottobre, l’impraticabilità. Era prevedibile e previsto. I problemi sono strutturali, con una pandemia in espansione. Altro doveva esser l’intervento regionale, e forse anche quello del sindacato, nella costruzione di sistema di protezione sociale (del lavoro collegato agli impianti a fune e al turismo) e anche focalizzate sullo sviluppo di soluzioni diverse all’interno di questa emergenza (a partire da un uso sociale alternativo di quella manodopera, appunto funzionale alle gestione emergenziale). Il passato governo regionale, come anche questo, hanno invece voluto semplicemente confermare politiche irreali di gestione del settore, fedeli ai propri soliti bacini clientelari.

In questo quadro, riprendo una riflessione sulla legge regionale anti DPCM [come è stata battezzata dai media]. Vilma (la segretaria CGIL Vda) nella sua relazione ha sostanzialmente detto meglio sorvolare, per fortuna sta intervenendo il governo (con l’impugnazione alla Corte Costituzionale). Io invece credo che come sindacato dovremmo continuare a rifletterci e soprattutto dovremmo intervenirci ancora. In primo luogo perché la vicenda giudiziaria non è finita, potrebbe rivelarci nuove soprese [come puntualmente accaduto la settimana successiva, nei meandri della crisi politica nazionale ndr]. In secondo luogo, perché dietro quella legge, si è esattamente portato avanti sia una pratica di governo [senza considerare sicurezza sociale e salute, ma cercando di rispondere in un ottica clientelare alle esigenze ed alle richieste delle principali soggettività economiche del territorio]; sia perché su quella legge (e anche sulla vertenza in Corte Costituzionale) si è costruito e si sta costruendo una narrazione ed un immaginario (il particolarismo e l’Autonomia valdostana sopra ogni cosa). Una dinamica che tende a riprodurre e perpetuare un sistema di potere che si è sviluppato in questa regione negli ultimi quarant’anni, senza che ne esistano più neanche le basi materiali che lo hanno garantito. Questo io credo uno dei rischi più grossi che abbiamo di fronte, come CGIL e come lavoro.

Il rischio cioè che la crisi, la pandemia e l’emergenza, siano usate per rilanciare pratiche politiche (il rollandismo più o meno senza Rollandin) senza che ce ne siano più i pilastri e le strutture materiali (a partire dalle risorse esogene e dall’imponenza del Bilancio regionale). Un regime sociale quindi in crisi perpetua e in ripiegamento costante, al contempo aggressivo ed impotente, che rischia di degradare diritti e servizi sociali nella Valle, scaricandosi in particolare sui settori sociali più deboli e sulle classi subalterne.

Allora, e vado a chiudere, io credo che in tutto questo siamo mancati noi: la CGIL. Non che siamo mancati in termini di intervento e di protezione nei diversi posti di lavoro e nelle diverse realtà. Anche con un enorme lavoro di tutela individuale, nel supporto per gli ammortizzatori sociali e la sicurezza, protocolli e condizioni di lavoro. Credo che tutte le categorie, nelle particolarità e nelle complessità dei diversi settori, hanno provato a stare in campo. Il problema è che credo che siamo mancati come confederazione. Anche qui, non nel rapporto con la Giunta o nella capacità di interlocuzione con gli eventi contingenti (le leggi e gli specifici provvedimenti di volta in volta assunti). Anche se onestamente, il profilo e le posizioni della CGIL si sono visti poco. È mancato però da parte della CGIL una capacità di riflessione complessiva. Qui ribadisco la mia richiesta, avanzata all’inizio del mio intervento: questo Direttivo si deve riunire più spesso per fare il punto della situazione: non solo ogni tanto, sulla fase, ma sulla contingenza e sulle scelte concrete all’interno della situazione politica e sociale della Valle. Soprattutto, e ribadisco soprattutto, siamo mancati nel saper costruire e sviluppare una presa di coscienza, un’attivazione collettiva, una scesa in campo del mondo del lavoro. Abbiamo cioè fatto della relazione con la Giunta regionale, della gestione dell’emergenza e della crisi, un elemento unicamente di confronto tecnico (uso questo termine), un tavolo di discussione e trattativa, senza coinvolgere categorie e popolazione.

Non si è cioè attivato, fatto discutere, prender parola RSU, delegati/e, lavoratori e lavoratrici della Valle. Io credo cioè dobbiamo metter in campo, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la capacità di essere un sindacato generale e di massa: presenti e radicati in tutti i settori e nel contempo in grado di farli convergere e unificare intorno ad alcune rivendicazioni generali. Abbiamo cioè la necessitò di sviluppare nella pratica, nell’immaginario e nella quotidianità un punto di vista complessivo, un punto di vista di classe, che sia alternativo al blocco reazionario, ma anche alla riproduzione clientelare di un autonomismo che fa sempre più il verso al rollandinismo. O come CGIL siamo capaci di fare questo o credo che saremo travolti sempre più da un parte da un declino economico, dall’altro dalla riproduzione astratta di un mondo politico che fu (e che non è in grado di dare nessuna reale risposta per garantire salari e diritti sociali).

Luca Scacchi

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