Parole e buoni propositi, ma senza gambe né ali

Credo ci sia un limite di fondo nella discussione che stiamo facendo e, in generale, nella linea politica che stiamo portando avanti. Possiamo scrivere i documenti più belli che vogliamo, ma, come la Carta dei Diritti, restano lettera morta se non ci poniamo il tema di come mobilitare il mondo del lavoro per conquistarli.

Condivido l’idea di fondo che si esce dalla crisi solo se salute e lavoro saranno il faro di ogni futura scelta politica, come è scritto nel documento che viene proposto. Altrettanto penso che si debba ripartire dal ruolo determinante che i lavoratori e le lavoratrici hanno avuto durante la pandemia, in particolare nei settori sociosanitari, dell’assistenza, ma anche di tutti quei servizi anche privati che non si sono mai fermati, primo tra tutti la distribuzione alimentare, le sanificazioni, i trasporti e la logistica.

Quello che non mi convince è che in questi mesi, al di là delle parole che scriviamo, non abbiamo fatto abbastanza per mettere insieme le vertenze contrattuali del mondo del lavoro (a partire proprio da quelle essenziali) e al tempo stesso per legarle alla più generale questione della salute e della sicurezza
del paese, a partire dalla difesa del servizio pubblico (sanità, scuola e trasporti in testa), ma anche della gestione sanitaria dell’emergenza e dei rischi che tuttora esistono nei posti di lavoro. So bene che le condizioni di sicurezza non sono quelle inesistenti di marzo, quando l’unica soluzione possibile doveva essere la chiusura di tutto ciò che non era essenziale. Oggi abbiamo più certezze sulle condizioni di sicurezza, ma resta totalmente aperto il tema del loro rispetto, dei relativi controlli e dei mezzi di trasporto con i quali si raggiunge il lavoro. C’è un problema ancora enorme, soprattutto nella grande distribuzione commerciale, a causa dei super affollamenti delle riaperture.

Tuttora penso che il 9 dicembre abbiamo perso l’occasione di far diventare lo sciopero del settore pubblico lo sciopero di tutto il mondo del lavoro, a partire dalla difesa del sistema sanitario, per tutto quello che accaduto quest’anno. Lasciando peraltro i lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico più o meno in balia del tritacarne mediatico che sappiamo.

A me pare che, ottenuta la giusta rivendicazione della proroga del blocco dei licenziamenti, noi siamo spariti, non solo dai tavoli del governo (da cui con ogni evidenza siamo stati esclusi). Soprattutto siamo spariti sul terreno della mobilitazione sociale. In una situazione catastrofica per i lavoratori e i pensionati, per la sanità, con la scuola che non riparte, per tutti i problemi di reddito e di ritardi che hanno avuto e continuano ad avere i lavoratori in cassa intgrazione ma ancora di più i precari e le precarie. Siamo stati marginali, io credo, anche nella comunicazione pubblica: la voce di chi rappresentiamo non c’è stata nell’agenda politica del paese.


Abbiamo assistito in modo marginale in tutti questi mesi – non soltanto in questi giorni di fronte al vergognoso teatrino di Renzi – a una vergognosa spartizione delle risorse del Recovery Fund, su cui imprese e
poteri forti della politica si sono buttate come avvoltoi, facendone incetta. Tanto più che queste risorse sono a debito e finiremo per ripagarle noi per intero. Di fronte al paese Renzi è totalmente incomprensibile, ma anche i nostri silenzi lo sono. Così anche per la legge di bilancio, di cui lavoratori e pensionati hanno avuto le briciole cadute dal tavolo. Per non parlare dei decreti ristoro, non so nemmeno più quanti siano, finiti perlopiù a bottegai e piccoli imprenditori, cioè a tanti di coloro che in questo paese evadono sistematicamente le tasse.

Per questo io trovo che il documento presentato e la discussione che su di esso stiamo facendo, siano pure interessanti, ma poco utili e comunque lontane dal paese e dalle persone che noi rappresentiamo. Perché aldilà di quello che io condivido o meno, sono tuttalpiù belle parole e buoni propositi, ma senza gambe per camminare. Tanto meno ali per volare.

Sul merito dei contenuti, il documento pone moltissimi temi, dico solo e molto schematicamente quello che condivido meno:

  • trovo incredibile che il documento non citi mai il tema delle pensioni, grandissimo assente anche dalla discussione sulla distribuzione delle risorse del Recovery Fund e della legge di bilancio;
  • non mi piace che la rivendicazione sacrosanta della riduzione dell’orario di lavoro finisca per essere stritolata da un lato sui contratti di solidarietà (quindi con la relativa riduzione del salario), dall’altro, sull’articolazione e la rimodulazione flessibile – persino individuale – dell’orario dall’altro;
  • ancora, credo che il bilancio sulla contrattazione meriti ben altra analisi che non dirsi che nonostante tutto stiamo rinnovando i contratti nazionali. Credo invece che dovremmo fare un bilancio – che per me non sarebbe affatto entusiasmante – degli effetti delle scelte di politica contrattuale che abbiamo fatto negli anni, a partire dal Patto per la Fabbrica e dall’idea, che sapete io non ho mai condiviso, di legare le rivendicazioni salariali ai lacci e lacciuoli in esso definiti, a partire dall’IPCA. Scelte che abbiamo misurato e stiamo misurando in tutti i tavoli aperti o già chiusi, anche in quelle categorie che contavano di aggirare il Patto per la Fabbrica nelle pieghe delle varie “prassi contrattuali” innovazione andamenti di settore e via dicendo. Se facciamo il bilancio degli ultimi ccnl firmati e dei relativi aumenti, anche al netto delle difficoltà della fase, io temo che sia ben più articolato e deludente della considerazione che comunque vada li stiamo rinnovando. E credo che ancora più amaro sia il bilancio sulla articolazione della struttura salariale su TEM e TEC (trattamento economico minimo e complessivo), quando andremo a verificare
    quale è stato l’andamento della contrattazione di secondo livello;
  • sulla formazione credo che non si affronta il tema centrale che esiste oggi, cioè che scuola e università non sono più quelle di 30 anni fa. E quindi il tema della contrattazione della formazione deve porsi prima di tutto il nodo di cambiare scuola e università pubbliche, ribaltando la loro sempre
    più evidente gerarchia di classe e la subordinazione agli interessi e ai bisogni delle imprese;
  • ultima cosa, che dovremmo rimettere radicalmente in discussione le scelte fatte in questi anni, anche nel Patto per la Fabbrica, sul welfare contrattuale e in particolare sulla sanità integrativa, anche alla luce di quello che è avvenuto quest’anno e di quello che giustamente ci diciamo a proposito della difesa del sistema pubblico.

Chiudo con una ultimissima cosa, off topic, ma importante. Domani la Cgil di Lucca ha giustamente proclamato sciopero per la sentenza vergognosa della Corte Costituzione sulla strage di Viareggio che assolve Moretti dal reato di omicidio colposo. Credo che avrebbe dovuto essere l’occasione per una iniziativa nazionale e generale sulla sicurezza. Mi auguro che lo diventi al più presto…

Eliana Como – portavoce nazionale di #RiconquistiamoTutto

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