In sicurezza: servono risorse per la scuola, bisogna conquistarle con la lotta.

Per rispondere al disastro di gennaio come a quello di settembre, per garantire il diritto alla salute e allo studio, per poter tornare a scuola in reale sicurezza. Comunicato #RT nella FLC.

Come era inevitabile, la cosiddetta riapertura della scuola a gennaio è stata un disastro. Era inevitabile, perché questa ripresa nel 2021 si è basata sulle stesse premesse dello scorso settembre: da una parte l’assenza di ogni reale intervento di sistema in termini di risorse, spazi, organici, reali soluzioni ai problemi di sicurezza che le lezioni in presenza pongono; dall’altra la valorizzazione dell’autonomia scolastica, cioè la diversificazione delle risposte istituto per istituto, disarticolando così prestazioni e diritti a seconda delle diverse realtà. In pratica, si è di nuovo scaricato sulle scuole il compito di arrangiarsi, per cercare per quanto possibile di garantire le lezioni in presenza [alle superiori prima al 75%, poi al 50%, infine quando le condizioni lo permetteranno]. Rispetto allo scorso settembre, si sono viste solo due novità: alcune risorse ai trasporti, che però sono state assorbite più per tamponare gli atavici problemi di società pubbliche locali e concessionarie che per realizzare nuovi servizi; la concessione di tutto il potere ai Prefetti, con una logica commissariale da stato d’eccezione, che ha sospeso di fatto competenze degli organi scolastici e diritti sindacali, a partire dalle disposizioni del contratto nazionale.

Tutto questo si è rivelato un disastro. Perché i problemi relativi a sicurezza della scuola risiedono in primo luogo nell’organizzazione della scuola. Il potere eccezionale dato ai Prefetti [e l’intervento sui traporti] ha colmato solo in minima parte i problemi delle zone più remote della provincia e delle aree metropolitane, ma si è concretizzato quasi ovunque nella richiesta di una turnazione per le superiori fuori da ogni logica didattica, imponendo non solo a lavoratrici e lavoratori orari di lavoro disarticolati, ma soprattutto agli studenti giornate di lezione saltando completamente il pranzo, al di là di ogni considerazione educativa, di vita e di salute. Pur di ottenere [e vantare] una ipotetica riapertura non ci si è minimamente posto il problema di quale scuola, quale tempo scuola, quale reale possibilità di lezione fosse praticabile, quali risorse e quali scelte fossero necessarie per garantire un reale tempo scuola in sicurezza.

I problemi sulla didattica e la sicurezza della scuola, infatti, non si limitano alla scuola superiore, ma interessano tutti i cicli. Alle superiori di primo grado, le classi sono spesso sovraffollate, non avendo per nulla ridotto le loro dimensioni medie, con spazi ristretti (basati sulle rime buccali statiche, di fatto quelli di sempre), con docenti che insegnano in molte classi e quindi l’inesistenza di bolle di contenimento, con positività o isolamenti che facilmente si propagano nell’istituto. Un problema di classi e di spazi tanto più presente alla primaria, in cui i bambini sono da mesi confinati nei loro banchi con le mascherine indossate per otto ore consecutive. Mentre alla scuola dell’infanzia c’è tutto il problema del contatto e dell’accudimento di bambini piccoli, in assenza spesso di dispositivi rafforzati di sicurezza e di spazi adeguati.

Il punto allora non è quando riaprire, ma come garantire una reale riapertura garantendo in sicurezza un reale tempo scuola. Con la seconda ondata che non si spegne e la terza che si preannuncia, con le varianti del virus ad alta trasmissibilità proprio nelle giovani generazioni, riprenderà presto in tutte le scuole aperte [totalmente o parzialmente] il balletto dei positivi, lo spezzettamento delle classi tra chi è in presenza e chi è casa [degradando ogni relazione didattica per tutti/e], il problema di trovare i supplenti che si procrastina con sempre maggiore drammaticità a fronte di migliaia di insegnanti e Ata ancora senza incarico, il propagarsi come a ottobre di buchi e discontinuità nel tempo scuola. Perché non si è fatto quello che bisognava fare fin dall’inizio [altro che banchi e rotelle!]. Non è stato fatto questa estate e non è nemmeno stato fatto con la Legge di Bilancio, per garantire una ripresa e quindi una conclusione di questo anno scolastico.

Un disastro che ha rilanciato un’autonomia differenziata di fatto. La mobilitazione degli ultimi mesi, non solo della scuola, ha ottenuto lo scorso dicembre un’importante risultato politico: lo sganciamento della cosiddetta Legge Boccia dalla Legge di Bilancio, di fatto interrompendo per il momento il suo iter accelerato. Però questa autonomia prosegue nei territori e nella realtà dei fatti. In Emilia Romagna, una delle prime regioni a lanciare la proposta nonostante la giunta di centro-sinistra, si è recentemente siglato un patto per il lavoro ed il clima che riprende l’autonomia differenziata anche per la scuola [patto purtroppo sottoscritto anche dalla CGIL]. In questi giorni e in queste settimane abbiamo poi visto le scelte di Presidenti e Giunte regionali, che sulla base di diverse sensibilità e scelte politiche [anche senza diverse condizioni epidemiche] hanno disarticolato il quadro unitario della scuola [dalla scelta a domanda della Puglia alle declinazioni in libertà su tempi e modalità di rientro in diverse Regioni].

La FLC e gli altri sindacati, in questo passaggio, non sembrano pervenuti. A novembre, la FLC ha firmato un pessimo CCNI sulla didattica digitale, sulla base soprattutto degli impegni del Ministero per una nuova fase di relazioni e di investimenti per la scuola. Abbiamo visto a dicembre e con la Legge di Bilancio il valore di questi impegni [dall’assenza della card docenti per i precari alla totale assenza di coinvolgimento delle organizzazioni sindacali in queste settimane]. La FLC ha quindi mantenuto la parola d’ordine di riaprire in sicurezza, come a settembre. Ma né a settembre, né in questo cruciale passaggio, si è capito come la riapertura in sicurezza avrebbe dovuto esser garantita e come la FLC pensava di conquistarla. Non sono cioè state chiare le richieste, che infatti oggi si articolano diversamente da regione a regione, in una dinamica federalista che sembra aver anche travolto il sindacato. Soprattutto non si capisce chi e come debba ottenerle. La preoccupazione prioritaria della segreteria FLC [come della CGIL] sembra essere quella di evitare ogni affondo ed ogni minaccia verso il governo Conte [perché la priorità, a questo punto, è la sua protezione al di là di qualunque merito sulla sua azione, per evitare eventuali scenari peggiori]. Così si cancella ogni considerazione critica nei confronti del CTS [anche quando ha fatto scelte palesemente sbagliate, come sulle distanze nei trasporti], si mette la sordina alle critiche alla ministra Azzolina, si firma pessimi accordi come quello sulla DDI e quello sul diritto di sciopero, si rinvia sine die qualsiasi iniziativa di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola.

Serve invece sviluppare sin da subito una mobilitazione sindacale. Perché la pandemia durerà ancora a lungo e minaccia il secondo anno scolastico consecutivo. Serve allora rivedere i protocolli di sicurezza (a partire da distanze e DPI più sostanziali, come le ffp2 nei cicli primari). Serve ottenere trasporti dedicati (sospendendo nelle zone rosse e arancioni le attività non necessarie e quindi dando realmente priorità alla scuola). Serve garantire tamponi periodici e tracciamenti capillari, attivando realmente quei famosi presidi sanitari di cui si era tanto parlato la scorsa estate (e che nessuno ha visto). Serve la possibilità di vaccinarsi urgentemente per tutto il personale scolastico, permettendo così maggior sicurezza per questi lavoratori e lavoratrici che sono anche loro in prima linea nelle relazioni sociali. Tutto questo però non basta, è necessario anche modificare l’organizzazione della scuola, per permettere un suo reale funzionamento nei prossimi mesi di distanziamento fisico e allerta sanitaria. Serve dare certezza e continuità alle decine di migliaia di precari annullando il concorso in atto (anche se al momento sospeso) e sostituirlo con una procedura realmente straordinaria di stabilizzazione per titoli e servizi, per poter dare continuità, programmare recuperi e sviluppi del percorso didattico [e infatti dall’inizio abbiamo chiesto un concorso semplificato per titoli ed esperienza, che avrebbe potuto dare parziale sollievo all’instabilità di questi mesi]. Serve poi comunque un organico straordinario (almeno altri 100mila lavoratori e lavoratrici) per sviluppare ovunque possibile bolle di contenimento, avere il personale realmente necessario per l’assistenza e la collaborazione alla didattica, garantire supplenze, sostenere i percorsi didattici, come i necessari sostegni e recuperi per il disastro di questi mesi.

Tutto questo, lo abbiamo capito, non è stato dato dal governo e non arriverà da solo. Queste esigenze e queste richieste devono esser poste con forza e con determinazione, in primo luogo da chi vive e lavora nella scuola. In queste settimane e in questi giorni, in particolare a partire da alcune realtà e territori, abbiamo visto moltiplicarsi appelli delle RSU, petizioni dei docenti, mozioni dei collegi docenti, come anche prese di posizione e annunci di mobilitazione da parte di collettivi e associazioni studentesche delle superiori.

Pensiamo che sia importante sviluppare e far crescere questa presa di parola del mondo della scuola. Pensiamo cioè sia utile sostenere e diffondere attivazione collettiva in ogni scuola e ogni territorio, anche con assemblee e riunioni RSU, al di là di ogni appartenenza e ogni particolare percorso sindacale.

Pensiamo cioè sia necessario sviluppare uno stato di agitazione permanente, ponendo con forza a tutte le organizzazioni sindacali la necessità di sviluppare la mobilitazione sino ad un vero sciopero generale: per riaprire veramente la scuola, in sicurezza, prima possibile e per tutti i cicli.

#RiconquistiamoTutto nella FLC

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