Farmacisti al tempo del Covid

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Essenziali, spesso senza protezione adeguata, chiamati a svolgere funzioni diverse da quelle della propria professione. Per di più in attesa del rinnovo del contratto

Il ruolo del farmacista al tempo del Covid-19 ha acquisito sempre maggiore centralità, all’interno delle farmacie, parte fondamentale di quei servizi essenziali che, succeda quel che succeda, garantiscono la distribuzione del farmaco, direttamente o per conto del Ssn. Con la sempre minore accessibilità agli studi di medicina generale, i pazienti hanno incrementato la frequentazione delle farmacie, punto di riferimento tanto per stampare le ricette “dematerializzate” e aver dispensati i farmaci prescritti quanto per avere consigli e spesso rassicurazioni, viste le sempre maggiori difficoltà a comunicare con i medici di base, con telefoni sempre più intasati.

Dall’inizio della pandemia parecchi sono stati i casi di contagiati e purtroppo si annoverano anche diverse morti. La pandemia ha preso il sistema alla sprovvista, ma sicuramente un ritardo c’è stato nell’assumere tutte le precauzioni e gli strumenti necessari (Dpi) a prevenire i contagi, da parte dei datori di lavoro nel senso più ampio – dalle piccole farmacie private a grandi aziende pubbliche, come Farmacap a Roma, dove ancora oggi si è sprovvisti di protocolli di sicurezza per la gestione dell’epidemia, come previsto già dal Dpcm dello scorso 26 aprile, o non sono stati adeguati i Dvr.

Inadempienze da non sottovalutare, che lasciano in molti casi il farmacista a fronteggiare situazioni di rischio senza indicazioni chiare. Dopotutto, ad oggi, non esiste alcuna intesa sui protocolli Covid-19 tra le organizzazioni di rappresentanza delle aziende di categoria, Assofarm e Federfarma, e le organizzazioni sindacali. Ad almeno otto mesi dall’inizio della pandemia ci si ritrova spesso in dibattiti stucchevoli, sull’opportunità di fornire mascherine Ffp2 (Dpi) a farmacisti in servizio. Come se la sicurezza possa essere subordinata al risparmio.

Come se tutto ciò non bastasse, il governo ha recentemente fatto pressioni affinché a livello regionale si ratificassero accordi per l’effettuazione di tamponi e test sierologici in farmacia, con il risultato finale di scaricare questa attività su farmaciste e farmacisti, ignorandone la professionalità e i rischi correlati per loro e per la collettività. Paradossalmente si passa dai drive-in gestiti dagli ospedali, in luoghi isolati e in condizioni di sicurezza (in automobile), ai tamponi sul marciapiede, davanti alle farmacie, nel cuore dei quartieri, di fianco a negozi o bar, come già accade nel Lazio e come potrebbe presto accadere in altre regioni, con l’intento di sopperire parzialmente (ma pericolosamente) a sistemi sanitari stremati dal regionalismo e da decenni di tagli, in nome dell’austerità e dell’esaltazione delle politiche liberiste.

Resta che il farmacista ha una professionalità propria, non è un medico, non è un infermiere. Eppure da diversi anni gli si accollano servizi, come l’auto-analisi in farmacia, che di “auto” non ha mai avuto nulla (nell”auto-analisi in farmacia, l’intera esecuzione viene da sempre effettuata da farmacisti, malgrado la legge preveda solo un supporto all’utente/paziente), coperta da uno spesso velo di ipocrisia, nel nome dei servizi alla cittadinanza, ma col fine di ampliare la sfera dei profitti ovunque possibile, a parità di personale e di professionalità applicate. La farmacia dei servizi ha rappresentato senza dubbio un’innovazione e un ampliamento degli orizzonti, ma altrettanta innovazione andava e andrebbe fatta, nel ricorrere a figure professionali specifiche a svolgere determinati servizi. La conclusione naturale non può essere che affinché la figura professionale del farmacista risulti “utile” e apprezzata, si debba essere disposti a fare qualsiasi tipo di servizio, a prescindere dalle professionalità e da quanto prevedono i contratti collettivi di riferimento. Non può esserlo, neanche con la “benedizione” di questa filosofia da parte dell’ordine professionale.

E passando così ai contratti con Assofarm (per le farmacie speciali e pubbliche) e Federfarma (farmacie private), entriamo in una sfera se possibile, ancora più sconfortante. Il contratto collettivo Assofarm aveva decorrenza, 2013-2016; quello Federfarma, 2010-2013. Quindi siamo al mancato rinnovo, da quasi 5 anni, nel primo caso; da quasi 8 anni, nel secondo . E facciamo riferimento a rinnovi, che avevano già determinato, aumento delle ore settimanali lavorative (da 38 a 40 ore, con la settimana lavorativa passata da 5 a 6 giorni); decurtazione dei permessi retribuiti, decurtazione degli scatti di anzianità, aumenti salariali non proprio esaltanti (107 euro lordi, in 3 anni, per un livello medio, farmacista collaboratrice/ore, per Assofarm, con livelli retributivi superiori a Federfarma).

Da quanto abbiamo appreso dai video-dibattiti che si sono svolti lo scorso 19 novembre – organizzato da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil – e, lo scorso 21 novembre – promosso da Farmacista più, tra Filcams e Fiafant -, di rinnovo Assofarm, al momento, non se ne parla, visto che lo si considera solo come conseguente al rinnovo Federfarma, con la quale è aperta una trattativa; quindi le informazioni a disposizione riguardano solo la discussione in corso con Federfarma (che sicuramente farà da riferimento per Assofarm).

I sindacati chiedono a Federfarma 80 euro lordi di aumento salariale in tre anni per un livello medio (farmacista collaboratrice/ore); secondo Federfarma, questo aumento non sarebbe possibile senza un incremento della remunerazione alle farmacie, da parte del Ssn; dopodiché potrebbe andare bene, se assorbito (cioè utilizzato) per attivare l’assistenza sanità integrativa (che in quel contratto collettivo non è nemmeno prevista), oltre che controbilanciato dall’assorbimento (cioè dalla soppressione) dei permessi retribuiti; inoltre Federfarma chiede di estendere il limite massimo di ore settimanali lavorabili a 50, contro le 46 attuali, sempre con meccanismo di recupero, quindi senza pagamento di straordinari, in ultimo, Federfarma chiede di far scattare la maggiorazione del notturno, solo dalle 23 in poi, il che incentiverebbe molte farmacie a estendere l’orario di chiusura serale proprio a quell’ora.

Se questo è lo stato delle trattative con Federfarma, c’è bisogno certamente di un contrattacco, che rivendichi condizioni contrattuali e salariali di miglior favore, esattamente in controtendenza alle pretese di Federfarma oggi e di Assofarm (sicuramente) domani. Un contrattacco che non può prescindere dal sentire della base: farmacisti, magazzinieri e le diverse figure professionali presenti nei comparti aziendali. Lavoratrici e lavoratori sindacalizzati (Farmacap, azienda pubblica farma-socio-sanitaria, con 45 farmacie e dieci sportelli sociali, a Roma, con un grado di sindacalizzazione superiore alla media del settore, si attesta al 50% di sindacalizzazione) e non (nella maggior parte dei casi, nelle farmacie private diventa estremamente complicato aderire a un sindacato, se non in via riservata), che offrono le proprie competenze e il proprio lavoro, sempre con minori riconoscimenti, ma sempre con maggiori richieste di svolgere ulteriori servizi, ben oltre le mansioni previste dalla legge (si parlava addirittura di fare somministrare i vaccini ai farmacisti). Affinché i rinnovi contrattuali assumano un valore effettivo, non per ottenere aumenti contrattuali cosmetici, a fronte di un ridimensionamento ulteriore dei diritti, ma per riconoscere effettivo valore professionale, va fatta chiarezza una volta per tutte su quale ruolo ha il farmacista, in quale perimetro (non siamo infermieri, non siamo medici) e su come valorizzarlo, senza cedere alle sirene delle organizzazioni datori, tantomeno a scorciatoie di convenienza per le istituzioni (governo, Regione). Coinvolgere i ministri della Salute e del Lavoro, rappresenta un’opportunità per ampliare il dibattito, ma non è la soluzione per risolvere e al meglio, questa situazione di stallo.

Si potrebbe iniziare col promuovere assemblee, in video-conferenza, su piattaforme che consentano alla platea di intervenire, per un confronto democratico vero. Redigere così un programma sintetico di punti irrinunciabili, tanto per il Ccnl Federfarma, che per Assofarm. I video-dibattiti di novembre hanno ridato centralità al problema, adesso è il momento di dare voce a lavoratrici e lavoratori e alle loro legittime aspirazioni. Promuovere mobilitazioni stanziali e in sicurezza, fino allo sciopero generale dell’intero comparto farmacie, pubbliche e private. Sarebbe auspicabile un impegno della Cgil e della Filcams proprio in questa direzione. Non lasciamo che tanto interesse e volontà di riscatto sprofondino nella disillusione, nella depressione, quindi in una sconfitta collettiva.

Gianpaolo Rosato è Rsa Filcams Cgil azienda speciale capitolina Farmacap

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