A.Madoglio e M.Dancelli: le condizioni ci sono ma serve un cambio di passo

Un contributo per l’Assemblea nazionale di #RiconquistiamoTutto

Gli avvenimenti di questo 2020 hanno dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, la follia, la disumanità di un sistema sociale basato sul profitto. La pandemia del coronavirus non è un fatto naturale. E’ figlia di un sistema, quello capitalistico, che sfruttando il pianeta in maniera incontrollata e senza preoccuparsi delle conseguenze, provoca disastri come quello che stiamo vivendo. Allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che la crisi economica nella quale l’economia mondiale è nuovamente caduta, non è stata causata dalla pandemia. Molteplici indicatori economici indicavano che già alla fine del 2019 erano visibili segnali che lasciavano presagire che si sarebbe entrati in una fase recessiva a livello planetario. Il Covid ha solamente accelerato e amplificato un fenomeno già in corso. I governi di tutti i Paesi, davanti alla catastrofe economica e sociale che ha colpito le nazioni, hanno agito con il solo obiettivo della tutela dei profitti. Non potevano fare altrimenti, in quanto esponenti degli interessi della grande borghesia internazionale. Tutto ciò ha confermato non solo il fallimento del capitalismo ma anche di ogni illusione legata a una sua possibile riforma.

Il governo italiano non è sfuggito a questa logica. La scelta di non imporre un vero e totale lockdown all’inizio della pandemia ha causato decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di contagiati. I padroni hanno ordinato di tenere il più possibile aperte e operanti le fabbriche, anche quelle situate nelle zone dove inizialmente il Covid si diffondeva con maggiore velocità e virulenza, e il governo ha obbedito in buon ordine.

Padroni e governo hanno trovato negli apparati burocratici sindacali, Cgil in primis, il loro migliore alleato. Landini e la segreteria si sono accollati il compito di garantire il più possibile la pace sociale e la continuità della produzione, secondo quanto richiesto da Confindustria. Anziché rivendicare il blocco totale di ogni attività lavorativa con la garanzia del pieno pagamento di salari e stipendi, assumendosi anche il compito di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi realmente essenziali, avanzando la parola d’ordine del controllo operaio, ha accettato la logica padronale di lavorare garantendo la salute. I protocolli sanitari firmati ne sono stati l’esempio più lampante, ma sono stati anche un totale fallimento. Dati forniti dall’Inail, certamente sottostimati, parlavano, a fine settembre, di oltre 50.000 contagiati sui posti di lavoro. A dimostrazione di come sia impossibile lavorare in sicurezza se ciò che conta sono solo i profitti.

A marzo, quando decine di scioperi spontanei potevano segnare l’inizio di una fase di conflittualità generalizzata tra i lavoratori, la Cgil si è impegnata con tutte le forze per evitare che tutto ciò si verificasse. La stessa richiesta, sempre da parte della Cgil, di garantire l’apertura delle scuole e consentire la didattica in presenza, è stata parte della battaglia ideologica volta a farci credere che l’epidemia fosse sotto controllo e che tutto potesse tornare alla normalità, o meglio a quello che i padroni, considerano essere  la normalità.

Quanto abbiamo descritto ha ovviamente delle ricadute immediate sulla nostra azione e sul nostro intervento sindacale. Serve però un vero e immediato cambio di passo da parte nostra.

Per molto tempo, al di là di innumerevoli dichiarazioni, la nostra azione è stata vittima di una infruttuosa e inutile routine. Più l’apparato della Cgil dimostrava la propria inadeguatezza e incapacità a farsi portatore delle istanze di cambiamento radicale che, seppure in maniera atomizzata e limitata, venivano dal mondo del lavoro, più noi non eravamo in grado di proporre un modo differente di fare attività sindacale. Le petizioni di principio sulla necessità e sulla possibilità di costruire un intervento sindacale di classe, rivoluzionario, rimanevano tali.

La totale subalternità alle logiche padronali della Cgil, che la segreteria Landini non solo non ha fermato ma addirittura amplificato, anziché rafforzarci, ha fatto aumentare le nostre debolezze e difficoltà, gettandoci in una crisi dalla quale, se non impossibile, è molto difficile uscire.

La stessa rottura operata dai compagni che si riconoscono in SCR, al di là della strumentalità della decisione, del loro settarismo e del tentativo di crearsi una “comfort zone” per il loro piccolo apparato, ne è un segnale. È senz’altro vero che lo stato della lotta di classe nel Paese non favorisce lo sviluppo di una azione sindacale di classe, e che l’enorme peso che la burocrazia ha, sono un importante freno a questo sviluppo, ma  tuttavia non possiamo solo descrivere questa realtà per giustificare le nostre difficoltà.

Anche perché negli ultimi anni ci sono stati importanti episodi di conflittualità di classe, dove noi siamo stati del tutto assenti: dalla mobilitazione delle maestre con diploma magistrale, una lunga e agguerrita lotta che non ci ha visto protagonisti, o da ultimo il caso Whirpool a Napoli. Così è stato anche nei casi in cui si sono evidenziate crisi nelle crisi tra il controllo dell’apparato e gli iscritti. Si veda il caso Alitalia, dove decine di iscritti e delegati si ribellano alla burocrazia della Filt ma anche in questo caso non riusciamo assolutamente a intervenire.

La realtà è certamente complicata e le nostre possibilità di modificarla al momento sono poche. Dobbiamo però domandarci se, per quello che ci compete, abbiamo fatto tutto ciò che serviva per non essere travolti dagli eventi. Noi pensiamo di no. La nostra azione è stata quasi totalmente indirizzata a un intervento di polemica e opposizione negli organismi dirigenti della Cgil. Il tentativo di ricercare un rapporto con le altre realtà di lotta e coordinamento di attivisti sindacali anche fuori dalla Cgil è stato, pure in questo caso, più una vaga petizione di principio che un reale tentativo di essere parte di un processo di creazione di un sindacalismo realmente combattivo. Il rifiuto ostinato, per noi incomprensibile, di cercare la ben che minima interlocuzione con l’unico tentativo oggi presente in Italia di creare un momento di confronto e coordinamento di militanti sindacali di classe, che sia al di fuori di una logica intersindacale di diplomazia tra piccoli o piccolissimi gruppi dirigenti, il Fronte di Lotta No Austerity, è per noi la prova più lampante di quanto sosteniamo. Rifiutarsi, al di là delle dichiarazioni, di confrontarsi con altre realtà combattive, concentrarsi prevalentemente sulle dinamiche interne agli organismi Cgil, porta a scelte sciagurate come quella di astenersi alla piattaforma di ipotesi di rinnovo del contratto dei metalmeccanici, piattaforma in totale continuità con la precedente, bocciata nella maggioranza delle grandi fabbriche del Paese.

Riteniamo che un cambio di rotta di 180 gradi non sia più rinviabile. E’ indispensabile che l’area si crei una propria fisionomia politica organizzativa alla fine di un percorso assembleare democratico, in cui le differenti opzioni in campo si possano confrontare apertamente prima di giungere a una definizione in merito. Nel suo ultimo contributo al dibattito il compagno Scacchi ha confermato la sua opposizione a questa opzione definendola non praticabile. Nello stesso tempo ammette, contraddicendosi, che le nostre difficoltà, e la stessa rottura di SCR, sono frutto di una insufficiente visione strategica. Scorciatoie non esistono, i confini della nostra area devono essere delimitati da un ampio dibattito strategico, e la nostra struttura organizzativa non può essere solo il prodotto di un percorso congressuale che noi giustamente abbiamo accusato essere antidemocratico. Qui è Rodi e qui bisogna saltare.

Illudersi di poter continuare come se non ci trovassimo davanti a uno dei maggiori sconvolgimenti degli ultimi cento anni, sarebbe un errore imperdonabile.

Infine una breve considerazione sul dibattito che si sta sviluppando all’interno dell’area. Ci sembra che alcuni compagni esprimano critiche sulla gestione e sui limiti programmatici dell’area stessa, che noi avevamo già avanzato da tempo. Tutto ciò è bene, anche se per risultare credibili bisognerebbe riconoscere le responsabilità che alcuni critici dell’ultima ora hanno avuto nel creare la situazione in cui ci troviamo. Non farlo, fa sorgere il dubbio che le critiche siano frutto di una emarginazione nella gestione dell’area più che un vero ripensamento degli errori passati. Il confronto anche aspro non ci spaventa e non deve spaventare nessuno, ma la critica politica non può usare il linguaggio della più aberrante e volgare retorica maschilista che condanniamo fermamente!

Alberto Madoglio – Fisac
Dancelli Massimiliano – Fiom

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