Metalmeccanic*. Sciopero il 5 novembre e avanti tutta!

Era prevedibile, come è stato detto anche nell’introduzione, che la trattativa arrivasse a questo punto di rottura, nel momento in cui si iniziava a discutere del salario. La posizione di Federmeccanica era scontata, persino prima del Covid. Primo perché dietro c’è quella di Confindustria e la dichiarazione di guerra che Bonomi ha lanciato contro il sindacato. Secondo perché sul tavolo c’é un modello contrattuale, il Patto per la Fabbrica che Bonomi infatti rivendica e il ccnl dei metalmeccanici del 2016, che per Federmeccanica ha prodotto risultati positivi e che di fatto vuole mantenere: aumenti minimi solo sull’inflazione (in realtà meno, visto che si calcolano sull’IPCA) e il resto solo su welfare, buoni spesa e contrattazione aziendale, dove si riesce a fare. Questo è un dato ineludibile di quel tavolo.

Ciò che non era scontato era che si arrivasse alla rottura e alla dichiarazione dello stato di agitazione e dello sciopero insieme a Fim e Uilm. Da questo punto di vista, è stata una mossa fondamentale la convocazione del Comitato Centrale di oggi. Lo dico, perché credo che dobbiamo mettere in conto da subito che non è affatto detto che Fim e Uilm reggano e, anzi, è abbastanza prevedibile che tentino di rientrare al tavolo il prima possibile. Dobbiamo quindi continuare a stare loro con il fiato sul collo, come abbiamo fatto con questo Comitato Centrale.

In ogni caso, per quanto prevedibile fosse la posizione di Federmeccanica ci tengo a dire che, non per questo, è stata meno odiosa la provocazione che di fatto ha lanciato su quel tavolo. Odiosa dopo quanto è avvenuto in questi mesi di emergenza sanitaria, quelli durante i quali la stessa Federmeccanica non ha esitato a mandare i lavoratori e le lavoratrici al massacro pur di tenere aperte le fabbriche, anche quelle che di essenziale non avevano niente. Odiosa la lista della spesa che ci hanno presentato il giorno in cui è ripartita la trattativa, con il conto, euro per euro, di cosa le imprese hanno speso di mascherine e gel per garantire le norme di sicurezza. Odiosa l’affermazione che il 70% dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche avrebbe avuto in questi anni aumenti salariali di 6000 euro. Odiosa l’idea stessa che il contratto nazionale non debba più essere un insieme di diritti ma di “raccomandazioni”. Insomma, Federmeccanica non ha soltanto rotto il tavolo. Ci ha lanciato una feroce provocazione.

Il punto allora oggi è come essere all’altezza di questo attacco, in una condizione che, non sfugge a nessuno, è difficile. A causa della crisi economica, soprattutto in alcune aree del paese, ma anche per la difficoltà stessa di praticare la nostra normale azione sindacale a causa delle norme di sicurezza, anche in quei territori e in quelle fabbriche dove in questo momento si sta lavorando tanto. È una situazione difficile, anche perché, dopo quanto è avvenuto nei mesi scorsi, il clima per mobilitarsi sul contratto non è scontato, va creato. Credo che questo sia il momento, aldilà della dialettica che c’è stata e ci sarà tra di noi, di impegnarci tutte e tutti per creare questo clima e rispondere a Federmeccanica come merita.

Per fare questo, penso due cose. La prima è che dobbiamo essere consapevoli che le mobilitazioni decise oggi (blocco dello straordinario e della flessibilità e sei ore di sciopero, 2 articolate e 4 generali il 5 novembre) sono l’inizio. Il punto non è oggi quante ore di sciopero decidiamo, anche perché va da sé che chi ha le condizioni il 5 novembre ne farà già 8. D’altra parte, alle aziende che stanno lavorando tanto il danno più grande verrà, se siamo in grado di tenere in modo rigoroso il blocco dello straordinario e della flessibilità. Il punto però è mobilitare i lavoratori e le lavoratrici su obiettivi chiari. Ci aiuta aver dichiarato lo sciopero generale il 5 novembre, a un anno esatto dalla presentazione della piattaforma. Perché deve essere chiaro che scioperiamo per ottenere la richiesta salariale che abbiamo fatto, circa 150 euro e non per avere qualche spicciolo in più dell’IPCA dentro ai vincoli imposti dal Patto per la Fabbrica. La nostra richiesta salariale va oltre quella gabbia e proprio per questo dobbiamo essere consapevoli che per ottenerla lo sciopero del 5 novembre è un primo passo importante a cui dovremo dare continuità. Sapendo che la tenuta di Fim e Uilm non è affatto scontata e che, quindi, noi dovremmo continuare a stare loro con il fiato sul collo. Per fare questo è necessario lavorare tutti e meglio che possiamo a creare il clima nelle fabbriche e far riuscire bene gli scioperi proclamati oggi.

La seconda cosa che penso è che la Cgil non deve lasciarci soli, perché lo scontro sul tavolo è politico, persino ideologico. L’attacco di Federmeccanica è quello che Confindustria ha lanciato a tutto il mondo del lavoro. La vertenza sul contratto è nostra, questo non è in discussione. Ma ci sono tante vertenze aperte in questi mesi e tutte sono costrette a confrontarsi con questo schema e soprattutto con l’attacco frontale di Confindustria. È quindi responsabilità di tutto il sindacato tenere insieme tutte le vertenze e dare loro una prospettiva confederale. Sul tavolo dei metalmeccanici si gioca una partita che è importante per tutte e tutti, sul piano del salario e, più in generale, per la tenuta del contratto nazionale. La Cgil non ci lasci soli. E soprattutto non pensi di cavarsela con la richiesta di detassare gli aumenti salariali.

Ecco, la cosa su cui non sono d’accordo nella discussione che oggi stiamo facendo è questa: non credo che serva chiamare in causa ora il governo in questa vertenza, come ha detto in conferenza stampa il segretario della Uilm e come qui tanti hanno ripreso. No, per me chiamare in causa il governo ora non serve affatto. Intanto perché non dimentico che è quello stesso governo che si è inchinato alla Confindustria quando si doveva chiudere la Val Seriana per evitare il diffondersi del contagio, arrivando al lockdown vero e proprio soltanto il 22 marzo, quando nella provincia in cui vivo erano già morte 4000 persone. Non posso dimenticare. E poi perché, nel merito, il nostro obiettivo non può essere venirne fuori con la detassazione del salario, cioè facendo pagare alla collettività e allo stato sociale quella redistribuzione della ricchezza che i padroni non vogliono fare. Se c’è una cosa che il Covid deve aver insegnato a tutte e tutti è che lo stato sociale, a partire dalla sanità pubblica, non si tocca. I soldi e il contratto pretendiamolo dai padroni.

Dal governo pretendiamo piuttosto di intervenire sulla difesa dell’occupazione e sulla redistribuzione del lavoro, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile. Il contratto e il salario pretendiamolo dai padroni.

Eliana Como

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